Ferdinand Bardamu ha scritto:Rohlfs, nello stesso paragrafo, prende spunto dall’esempio toscano per ipotizzare questo:
[…] la costruzione potrebb’essere stata resa possibile dal fatto che il participio perfetto non possiede soltanto una funzione passiva (sono messo), bensí anche una attiva (abbiamo messo). Un so mmesso andrebbe dunque interpretato come ‘io sono uno che ha messo’. A ciò s’oppone d’altronde il fatto che al plurale il participio rimane invariato (semo cercato).
Innanzitutto, ringrazio Ferdinand Bardamu per aver inserito la citazione del Rohlfs. Che non è proprio . . . uno dei tanti. Però, in questo caso quanto scrive il Rohlfs non è per nulla condivisibile.
E nessuno studioso di lingue neolatine lo condividerebbe. E meno male che il Rohlfs ebbe la lucidità di criticarsi da sé. Mi scuso se esorbiterò - ma pochissimo - dall’ambito dell’italiano e non me ne avrò a male se l’intervento dovrà essere censurato. D’altronde, l’italiano non nasce nel vuoto e ne conosciamo le origini. Dire che in “abbiamo messo” il participio passato “messo” abbia una funzione attiva è davvero una sciocchezza. “Messo” significa “colui/ciò che è stato messo (da qualcuno/qualcosa)” e ha significato - chiaramente - passivo. Deriva da perifrasi latine del tipo di “habemus missum” - lascio lo stesso verbo per semplicità, anche se, in latino, “mittere” non possiede esattamente lo stesso significato che il verbo ha in italiano - , “habemus factum” et c. che hanno costituito la base del cosiddetto “tempo composto” in italiano: “abbiamo messo/fatto” et c. .
Mentre, così, in italiano si sono venute a creare nuove formazioni verbali, in latino prevaleva - invece - il significato della situazione, dello stato di qualcosa che si trovava ad essere (già) stata fatta o messa o altro. Gli studiosi parlano di “aspetto” - anziché tempo – per quanto concerne le perifrasi latine. Come forme di tempi verbali propriamente detti il latino possedeva - invece - “misi” , “feci” et al. continuati negli analoghi - in questi due casi - passati remoti italiani. Anche se in latino esistevano alcuni casi di participi passati con significato attivo - i p.p. dei verbi deponenti (di forma passiva e significato attivo) e pochi altri casi - nella stragrande maggioranza i participi passati dei verbi transitivi avevano - come in italiano - significato passivo. E sempre hanno significato passivo - in latino - i participi passati dei verbi transitivi delle formazioni perifrastiche quali “habemus factum” che sono alla base del passato prossimo italiano “abbiamo fatto” in cui la forma verbale è - sì - “globalmente” attiva, ma il participio passato - “per se” - conserva il significato passivo. Il significato passivo è evidentissimo in latino in cui si scrive “factum”, accusativo, che è il caso di colui/ciò che “subisce” l’azione. Il caso di colui/ciò che compie l’azione sarebbe il nominativo e, allora, si dovrebbe scrivere “factus”, non “factum”. Ma così non è e quanto esposto dimostra che le nostre forme composte del passato prossimo del tipo di “abbiamo fatto” derivano da perifrasi quali “habemus factum” del tardo latino che - in italiano - hanno assunto valore temporale, mentre il significato passivo del participio passato è rimasto inalterato nella transizione dal latino all’italiano. Lo stesso in francese e in spagnolo. Il senso originale di “ho dipinto un quadro” è - sostanzialmente - : mi trovo a che fare con un quadro che è stato dipinto (da me). Non un quadro che ha dipinto . . . L’accezione di “dipinto” è passiva, sono io che ho dipinto, che l’ho dipinto. Sono io il soggetto attivo che - tramite un verbo transitivo - ho compiuto un’azione - aver dipinto - su un oggetto passivo - il quadro - che l’ha “subita”. Così anche - ovviamente - in tutti gli altri casi simili. E in tutte le lingue neolatine, le quali mantengono il concetto di attività/passività - soggetto/oggetto - . Quindi, quanto scrive il Rohlfs relativamente al participio passato non ha senso.