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Leopardi e i forestierismi

 
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Autore Intervento
Marco



Registrato: 01/10/05 22:54
Interventi: 2

InterventoInviato: sab, 20 mag 2006 23:10    Oggetto: Leopardi e i forestierismi Intervieni citando

Propongo anche qui, dopo averlo proposto su Cruscate, questo brano leopardiano tratto dallo Zibaldone (20 ottobre 1823), chiedendo a chi vorrà di fornirne un’interpretazione.
Citazione:
Alla p. 3409. Similmente la lettura di que’ nostri classici (e son quasi tutti) che hanno arricchita la lingua col derivar prudentemente vocaboli e modi dal latino, dal greco, dallo spagnuolo o donde che sia, ci giova sommamente ad arricchirci nella lingua, non in quanto noi con tale lettura apprendiamo que’ vocaboli e modi come usati da quegli scrittori, autentici in fatto di lingua; ché questa sarebbe maniera di utilità pedantesca, e nel vero se quei vocaboli e modi riuscissero nell’italiano latinismi e spagnolismi ec. non dovremmo imitar quegli che gli usarono, benché classici ed autentici scrittori, né l’autorità loro ci gioverebbe presso i sani, quando noi volessimo usar di nuovo quelle voci e quei modi. Ma detta lettura ci giova in quanto ella ci ammonisce per l’esperienza presente che ne veggiamo negli scrittori, la lingua italiana esser capacissima di quelle voci e maniere; perocché noi veggiamo sotto gli occhi, che sebben forestiere di origine, elle stanno in quelle scritture come native del nostro suolo, ed hanno un abito tale che non si distinguono dalle italiane native di fatto, e vi riescono come proprie della lingua, e cosí sono italiane di potenza, come l’altre lo sono di fatto, onde il renderle italiane di fatto non dipende che da chi voglia o sappia usarle; e per esperienza veggiamo che quegli scrittori, trasportandole nell’italiano, le hanno benissimo potute rendere, e le hanno effettivamente rese, italiane di fatto, come lo erano in potenza, e come lo sono l’altre italiane natie. Or questo medesimo è quello che nello studio delle lingue altrui dee fare in noi, in luogo dell’esperienza, l’ingegno e il giudizio nostro; cioè mostrarci, non per prova, come fanno gli scrittori nostri classici, ma per discernimento e forza di penetrazione, e finezza e giustezza di sentimento, benché sprovveduto di prova pratica, che tali e tali vocaboli e modi sono italianissimi per potenza, onde a noi sta il renderli tali di fatto, sieno o non sieno ancora stati resi tali dall’uso, o da parlatore, o da scrittore veruno; ché ciò a’ soli pedanti dee far differenza, e soli essi ponno disdire o riprendere che tali voci e forme (greche, latine, spagnuole, francesi, o anche tedesche ed arabe ed indiane d’origine, di nascita e di fatto) italianissime per potenza, si rendano italiane di fatto, senza l’esempio di scrittori d’autorità; siccome essi soli ponno concedere e lodare che mille e mille vocaboli e modi niente italiani per potenza, (qualunque sia la loro origine), pur si usino, perché usati da scrittori classici che infelicemente li derivarono d’altronde, o dalle italiane voci e maniere, o li inventarono. Questi mai non furono né saranno veramente italiani di fatto (se non quando l’uso e l’assuefazione appoco appoco li rendesse tali ancor per potenza); quelli per solo accidente sono nati in Francia o in Ispagna o in Grecia ec. piuttosto che in Italia, ma per propria loro natura non sono manco italiani che spagnuoli ec. né manco italiani di quelli che nacquero in Italia (e di quelli che dall’Italia altrove passarono), e forse talora ancor piú di alcuni di questi, che per solo accidente nacquero tra noi. Siccome per solo accidente e contro la lor natura vennero tra noi que’ vocaboli e modi che nell’italiano son latinismi o francesismi ec., o che i classici scrittori, o che i mediocri, o che i cattivi, o che la corrotta favella gli abbia introdotti e usati, ché queste differenze altresí sono affatto accidentali, e nulle per la ragione.
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Ermogene



Registrato: 24/04/06 13:44
Interventi: 8

InterventoInviato: gio, 25 mag 2006 18:27    Oggetto: Intervieni citando

Riprendo e chiarisco, sul piano critico-letterario, per quelle che possono essere le mie competenze in merito, gli aspetti fondamentali del passo leopardiano citato.

Il criterio leopardiano è in tutto e per tutto sovrapponibile ai mandati stilistici che Orazio delinea nell'Ars poetica .

Orazio, nel suo classicismo, emette una serie di editti, relativi all'arricchimento del latino letterario. Ne ricorderò appena due, i più contigui argomentativamente parlando al messaggio leopardiano. Il primo: i vocaboli nuovi Graeco fonte cadent parce detorta. Ciò vuol dire che la presenza dei grecismi in latino deve essere limitata, sopperendo alla patrii sermonis egestas di lucreziana memoria con dei calchi, più che con dei prestiti, limitandosi ad assumere parole facilmente latinizzabili. Il secondo: i neologismi devono essere creati con intelligenza, senza costruire dei mostri lessicali inaccettabili all'orecchio del parlante. Quindi, niente stranezze, iperesotismi e composti abnormi. Preferibile in ogni caso la callida iunctura, cioè lo scavo arguto nelle restrizioni semantico-sintattiche delle parole (principio enunciato nelle Satire: Dixeris egregie notum si callida verbum/reddiderit iunctura novum).

Teniamo presente che nel primo Ottocento la cultura italiana soffre, come al solito, di una crisi di tributarismo, stavolta rispetto al mondo romantico, in precoce evoluzione in Germania. L'assimilazione dello scritto di Germaine Necker Madame de Stael sulle traduzioni è un esempio di come si cerchi, da parte dell'intellettualità italiana, di porre un primo riparo a questo tributarismo. Ma i precetti mal digeriti che ispireranno poco più tardi a un Berchet la Lettera semiseria, a Leopardi sembravano né più né meno una forma di più grave asservimento culturale (e per conseguenza anche linguistico). Leopardi legge semplicemente il movimento culturale-linguistico di assimilazione non attenta della cultura straniera, nella prospettiva di un classicismo consapevole. Erige il canone oraziano a formola ideale eterna, individuando, a lume di naso, con il suo orecchio assoluto per i fenomeni linguistici, una sostanziale analogia di rapporti (mutatis mutandis) fra il binomio antico greco-latino, e il rapporto moderno Mitteleuropa-Italia.

Questo particolare passo dello Zibaldone va dunque inserito nella costellazione di aforismi leopardiani tesi a mostrare il rifiuto del poeta di Recanati per la superficialissima idea che la poesia consista nell'acquisizione esteriore di mode straniere, sposata con un esotismo sgradevole, perché ordinario, da pamphlets, da riviste e da gazzette.

Il risultato è l'isolata posizione del classicismo critico di Leopardi... che ha finito per produrre (quasi in contemporanea col mondo culturale mitteleruropeo) l'unico vero, sommo poeta romantico della nostra letteratura, mentre tutti gli altri "romantici", fatto salvo solo in parte l'ahimè scolasticamente deturpato Manzoni, non sono che tardi illuministi lombardi con una lieve patina di esotismo romantico esteriore...
_________________
Dixeris egregie notum si callida verbum Reddiderit iunctura novum
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Marco



Registrato: 01/10/05 22:54
Interventi: 2

InterventoInviato: sab, 24 giu 2006 0:44    Oggetto: Intervieni citando

Grazie, Ermogene, per la ricca esposizione. Aggiungo questi altri due brani, che mi sembrano esulare dal discorso prettamente letterario e concernere la lingua tutta, in sé (ma forse sbaglio).
Citazione:
Né osservò [Frontone] che siccome la lingua cammina sempre, perch’ella segue le cose le quali sono istabilissime e variabilissime, cosí ogni secolo anche il piú buono e casto ha la sua lingua modificata in una maniera propria, la quale allora solo è cattiva, quando è contraria all’indole della lingua, scema o distrugge 1. la sua potenza e facoltà, 2. la sua bellezza e bontà naturale e propria, altera perde guasta la sua proprietà, la sua natura, il suo carattere, la sua essenziale struttura e forma ec. [...]

Imperocché la lingua italiana essendo stata applicata alla letteratura, cioè formata, innanzi a tutte le colte moderne; la sua formazione, e quindi la sua indole viene ad essere propriamente parlando di natura antica. Quindi ella, a differenza della francese, non può rinunziare alle sue ricchezze antiche, senza rinunziare alla sua indole, e a se stessa. Potrà ben rinunziare a questa o quella voce o modo, potrà anche coll’andar del tempo antiquarsi la maggior parte delle sue voci e modi primitivi, ma sempre la forma delle sue voci e modi o nuovi o vecchi dovrà corrispondere a questi, per corrispondere alla sua indole, altrimenti non potrà fare ch’ella non si componga di elementi e ragioni e spiriti discordanti, e non si corrompa: giacché in questo finalmente consiste la corruzione di tutte le lingue, e di questo genere è la presente corruzione della lingua italiana. [...]
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Traduzione italiana a cura della Società dei Cruscanti
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