Una volta "al" mese o "il" mese?

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Fausto Raso
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Una volta "al" mese o "il" mese?

Intervento di Fausto Raso »

Un lettore pone il seguente quesito alla redazione del vocabolario “Treccani” in rete:

Gradirei sapere se la frase "una volta la settimana", che sento in giro sempre più spesso, sia corretta, o se sia al contrario un regionalismo, come sospetto. Io ho sempre usato la frase "una volta alla settimana". (firma)
Ecco la risposta della redazione:

In realtà il valore distributivo dell'articolo determinativo è ben documentato e accettato dalla norma in alcuni costrutti: «guadagna 25.000 euro l'anno»; «questo modello può tenere bene i 170 chilometri l'ora»; «ci vediamo il sabato sera al pub», cioè tutti i sabati sera - mentre «ci vediamo sabato sera al pub» vuol dire 'questo sabato', 'il prossimo sabato' -; «viene due euro l'etto».

Si noti: legittimi e ben ricevuti una volta la settimana, una volta l'anno; non comune e vicino all'agrammaticalità una volta il mese (e di converso, comunissimo e nella norma una volta al mese)


Per quale oscuro motivo logico-grammaticale è corretto dire “una volta la settimana”, “una volta l’anno” e vicino alla agrammaticalità, invece, “una volta il mese”?
«Nostra lingua, un giorno tanto in pregio, è ridotta ormai un bastardume» (Carlo Gozzi)
«Musa, tu che sei grande e potente, dall'alto della tua magniloquenza non ci indurre in marronate ma liberaci dalle parole errate»

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

In effetti, è un commento forse poco opportuno, anche se in questi costrutti oggi prevale nettamente l’uso della preposizione ‘a’. La LIZ[a] fornisce 16 occorrenze di una volta il mese, di cui ecco la piú antica e le due piú recenti:

Se l’uomo adunque è di maggior fermezza e non si può tenere che non condiscenda, lasciamo stare a una che ’l prieghi, ma pure a non disiderare una che gli piaccia, e, oltre al disidero, di far ciò che può acciò che con quella esser possa, e questo non una volta il mese ma mille il giorno avvenirgli: che speri tu che una donna, naturalmente mobile, possa fare a’ prieghi, alle lusinghe, a’ doni, a’ mille altri modi che userà uno uom savio che l’ami? (Boccaccio, Decameron, Giornata 2, novella 9)

Era la maestra Mazzara, arrivata da Torino col tranvai: veniva una volta il mese a trovar la sua amica suburbana, come la chiamava, quasi sempre il dopo pranzo del giovedì. (De Amicis, La maestrina degli operai)

E Battistina stringi il busto, cerca il legaccio, ma sí, quando per aiutare toccava un oggetto, misericordia! voleva rovinarla la roba colle sue mani che puzzavano di pesci marci e se le lavava collo sputo una volta il mese? (Zena [1850-1917], La bocca del lupo)

Ci sono anche 16 occorrenze (coincidenza!) di una volta al mese, tra cui una dello stesso De Amicis e due di Pirandello.

Il perché dell’odierno prevalere di una volta al mese va forse ricercato nella minor fatica di pronuncia (legando la ‘a’ di volta a quella di al), mentre una volta il mese costringe al passaggio da ‘a’ a ‘i’ (a meno che non si leghi, pronunciando, un po’ artatamente, forse, una volt’il mese).
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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bubu7
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Intervento di bubu7 »

Si noti: legittimi e ben ricevuti una volta la settimana, una volta l'anno; non comune e vicino all'agrammaticalità una volta il mese (e di converso, comunissimo e nella norma una volta al mese)
Condivido questo giudizio della redazione del sito Treccani.
Oggi, la costruzione di cui stiamo parlando è considerata non comune e vicino all'agrammaticalità. Non penso che si possa arrivare a considerarla agrammaticale.
Marco1971 ha scritto: Il perché dell’odierno prevalere di una volta al mese va forse ricercato nella minor fatica di pronuncia (legando la ‘a’ di volta a quella di al), mentre una volta il mese costringe al passaggio da ‘a’ a ‘i’ (a meno che non si leghi, pronunciando, un po’ artatamente, forse, una volt’il mese).
Non mi viene in mente una spiegazione ma non mi sembra che quella avanzata da Marco sia giusta.
Se dico: mi spettano cinque biglietti il mese permane, a mio parere, l'impressione di frase al limite dell'accettabilità.
La lingua è un guado attraverso il fiume del tempo. Essa ci conduce alla dimora dei nostri antenati.
V. M. Illič-Svitič

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

Se uno scrive «forse» significa, normalmente, che formula un’ipotesi, non una sentenza. Sicuramente la mia è assai debole, ne convengo.

Per quanto riguarda il rasentare l’agrammaticalità, non sono d’accordo; né concorda lo stesso Treccani, che, alla voce articolo, nella sezione grammatica, scrive:
...o [l’articolo determinativo] significa “per ogni”: guadagna 750.000 lire il mese.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

Fausto Raso
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Intervento di Fausto Raso »

Marco1971 ha scritto:Per quanto riguarda il rasentare l’agrammaticalità, non sono d’accordo; né concorda lo stesso Treccani, che, alla voce articolo, nella sezione grammatica, scrive:
...o [l’articolo determinativo] significa “per ogni”: guadagna 750.000 lire il mese.
Noto, "con piacere", la contraddizione del "Treccani" (la sua redazione) nella risposta data al lettore e quanto scrive alla voce "articolo" (...750.000 IL mese)

Un lettore sprovveduto non sa veramente "che pesci prendere" :oops: :x :o :( :twisted: :evil:
«Nostra lingua, un giorno tanto in pregio, è ridotta ormai un bastardume» (Carlo Gozzi)
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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

Chiarendo le cose: oggi la forma stàndara o normale è una volta al giorno/alla settimana/al mese/all’anno, ecc.; una volta il giorno/la settimana/il mese/l’anno sono correttissimi e tradizionali ma fanno ormai parte d’un registro alto, letterario, e sono quindi esclusi dall’italiano comune neutro.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

Fausto Raso
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Intervento di Fausto Raso »

Concordo con lei "in toto", gentile Marco. Resta, però, la contraddizione (da me rilevata) del Treccani (redazione) là dove dice "vicino" all'agrammaticalità, nella risposta al lettore, mentre non ne fa menzione alla voce "articolo" (...Il mese)
Concorda con me?
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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

Il Treccani (Vocabolario della lingua italiana, diretto da Aldo Duro, in quattro tomi e cinque volumi), che abbiamo l’insperata fortuna di poter consultare gratuitamente – ché costa parecchio –, è stato pubblicato tra il 1986 e il 1994 (e il mio Maestro, richiesto d’un giudizio, disse, lo ricordo come fosse ieri: «Un bellissimo vocabolario di cinquant’anni fa»). Non so chi siano le persone che rispondono ai quesiti sul sito della Treccani; ma forse non sono quelle che compilarono il dizionario. Tutto sommato, a parte un giudizio forse un po’ avventato sulla quasi agrammaticalità di una volta il mese, mi sembra una risposta sensata, che tien conto del vigente uso.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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bubu7
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Intervento di bubu7 »

Marco1971 ha scritto:Chiarendo le cose: oggi la forma stàndara o normale è una volta al giorno/alla settimana/al mese/all’anno, ecc.; una volta il giorno/la settimana/il mese/l’anno sono correttissimi e tradizionali ma fanno ormai parte d’un registro alto, letterario, e sono quindi esclusi dall’italiano comune neutro.
Anche qui, più che cercare una simmetria, seguirei più da vicino la posizione della redazione del sito Treccani.
Una volta la settimana/l'anno appartengono al registro neutro; una volta il giorno/il mese sono varianti tradizionali e di registro alto. Possiamo notare che sia la tradizione sia il registro alto non escludono le forme con al, anzi.

Sull'agrammaticalità ha ragione lei, Marco, meglio dire che sono forme non appartenenti a un registro neutro. :)
La lingua è un guado attraverso il fiume del tempo. Essa ci conduce alla dimora dei nostri antenati.
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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

Mi domando perché i puristi hanno avversato (e qualcuno tuttora avversa) la costruzione con ‘a’, anche se sembrerebbe che il costrutto coll’articolo determinativo sia generalmente piú antico. Ecco i risultati della mia ricerca nella buona LIZ[a], con indicazione della prima attestazione.

Una volta il giorno: 11 (Firenzuola, 1493-1543)
X volte il giorno: 94 (Francesco da Barberino, 1264-1348)

Una volta al giorno: 14 (Ramusio, 1485-1557)
X volte al giorno: 95 (Manerbi, XIII sec.)

Una volta la settimana: 20 (Motti e facezie del Piovano Arlotto, 1396-1484)
X volte la settimana: 56 (Bernardino da Siena, 1380-1444)

Una volta alla settimana: 5 (Erizzo, 1525-1585)
X volte alla settimana: 6 (Sarpi, 1552-1623)

Una volta il mese: 16 (Boccaccio, 1313-1375)
X volte il mese: 10 (Aretino, 1492-1556)

Una volta al mese: 16 (Lando, 1512-1555)
X volte al mese: 5 (Ramusio, 1485-1557)

Una volta l’anno: 56 (Restoro d’Arezzo, XIII sec.)
X volte l’anno: 77 (idem)

Una volta all’anno: 15 (Sarpi, 1552-1623)
X volte all’anno: 6 (Ramusio, 1485-1557)

Naturalmente si tratta d’una ricerca parziale e occorrerebbe esaminare altri casi (il chilo/al chilo, ecc.). Nella tradizione letteraria, comunque, prevale quantitativamente il costrutto coll’articolo determinativo: 340 occorrenze, contro 160 colla preposizione ‘a’, la quale ha pure antiche attestazioni.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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bubu7
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Intervento di bubu7 »

Marco1971 ha scritto: Il Treccani (Vocabolario della lingua italiana, diretto da Aldo Duro, in quattro tomi e cinque volumi), che abbiamo l’insperata fortuna di poter consultare gratuitamente – ché costa parecchio –, è stato pubblicato tra il 1986 e il 1994 (e il mio Maestro, richiesto d’un giudizio, disse, lo ricordo come fosse ieri: «Un bellissimo vocabolario di cinquant’anni fa»).
Questo giudizio sull’entità dell’invecchiamento del Treccani, con tutto il rispetto per il suo professore, mi sembra poco meditato.

Non so in che anno sia stato espresso questo giudizio ma, secondo il suo Maestro (se ci basiamo sul periodo di pubblicazione dell’opera), il Treccani sarebbe un vocabolario che riflette una concezione lessicografica degli anni trenta-quaranta: non mi sembra un’affermazione corretta.

Inoltre, il giudizio surriportato è in singolare contraddizione con quest’altro, sempre del suo Maestro, relativo al De Felice-Duro (almeno per quanto lei ci ha riferito):
Marco1971 ha scritto:Il mio professore (dovrei dire Maestro) lo definiva «il frutto migliore della lessicografia italiana dei nostri tempi».
Mi immagino che i due giudizi siano contemporanei. Allora, però, il suo Maestro avrebbe dovuto spiegare come un dizionario ideato e realizzato negli anni settanta (1974) possa definirsi «dei nostri tempi» mentre uno ideato e realizzato, dagli stessi autori, negli anni ottanta-novanta sia così obsoleto.

Ricordo che Emidio De Felice ha fatto parte della redazione del Treccani (insieme a una giovane Valeria Della Valle) e che Aldo Duro è stato uno dei più insigni lessicografi italiani autore, con la piena approvazione del Migliorini, dei cappelli lessicali del fondamentale Dizionario enciclopedico italiano (1955-61) e del Lessico universale italiano, pubblicati dalla stessa casa editrice. Egli ha coronato la sua attività di studioso realizzando il Vocabolario Treccani, un’opera che mostra sicuramente alcuni segni del tempo ma che, per tanti versi, è ancora insostituibile per l’accuratezza e l’attualità delle definizioni: non possiamo proprio definirlo «di cinquant’anni fa».
La lingua è un guado attraverso il fiume del tempo. Essa ci conduce alla dimora dei nostri antenati.
V. M. Illič-Svitič

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

A me sembra che lei esprima giudizi fondati s’un’interpretazione letterale di quella frase. Ma non importa.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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