Le donne militari

Spazio di discussione su questioni di carattere morfologico

Moderatore: Cruscanti

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Fausto Raso
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Iscritto in data: mar, 19 set 2006 15:25

Le donne militari

Intervento di Fausto Raso »

Oggi in tutte le forze armate possono accedervi le donne, si pone, quindi, il problema del "sesso" dei gradi: il tenente Rosetta o la "tenentessa"?
A mio avviso, e chiedo il parere dei partecipanti al foro, si dovrebbero lasciare nella forma maschile, con il relativo articolo, i gradi che finiscono in "e": il caporale Rossana; il tenente Giuditta; il maggiore Stefania. "Femminilizzare", invece, quelli in "o": maresciallo, capitano, ammiraglio ecc.
La marescialla Serafina; la capitana Andreina; l'ammiraglia Aurora ecc.
«Nostra lingua, un giorno tanto in pregio, è ridotta ormai un bastardume» (Carlo Gozzi)
«Musa, tu che sei grande e potente, dall'alto della tua magniloquenza non ci indurre in marronate ma liberaci dalle parole errate»
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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

Io sarei invece per la tenente, la caporale, la maggiore: la terminazione in -e si presta a ambo i generi senza difficoltà. E preferirei il maschile nelle denominazioni in -o. Ma in fondo, in mancanza d’un’istituzione linguistica ufficiale che, senza dettar legge, dia il proprio parere, deciderà solo l’uso. Auspicherei tuttavia una certa coerenza, se fosse possibile: quindi, o tutto al maschile neutro, o tutto femminilizzato.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
Fausto Raso
Interventi: 1683
Iscritto in data: mar, 19 set 2006 15:25

Intervento di Fausto Raso »

Per la terminazione in "-e" sarei d'accordo; abbiamo, infatti, il giudice e la giudice; il preside e la preside ecc.
Perché lasciare, invece, al maschile quelli in "-o"?
Da sarto abbiamo sarta; da cuco cuoca; da fornaio fornaia ecc.
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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

La rimando a questa discussione.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
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