«Ebbimo»

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Ferdinand Bardamu
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«Ebbimo»

Intervento di Ferdinand Bardamu »

La forma ebbimo, quarta persona del passato remoto del verbo avere, è citata nel Devoto-Oli e anche nel Treccani in linea, ed è marcata come rara, non già come scorretta. Nell'archivio in Rete della Biblioteca Italiana si trovano, tra gli altri, esempi di Leopardi, Foscolo, Svevo (grassetti miei):

Ebbimo ancor noi il nome di tiranni, fummo ancor noi tinti di sangue. (Giacomo Leopardi, Agl'Italiani. Orazione in occasione della liberazione del Piceno)

[…] ma noi eravamo sì indeboliti che, per istrapparne o scavarne tante da calmare i nostri bisogni, ebbimo quasi ad essere morti più dalla fatica che dalla fame. (Ugo Foscolo, Degli effetti della fame)

Tentava di nuovo i sogni, ma di autentici non ne ebbimo più alcuno. (Italo Svevo, La coscienza di Zeno; la forma vi compare altre quattro volte)

Oltre a queste occorrenze letterarie, ebbimo si trova anche negli archivi dei giornali. In quello della Repubblica si apprende che Berlusconi, durante la campagna elettorale del 2001, fu attaccato per un furtivo ebbimo, ma ce n'è un esempio pure in un estratto gaddiano (ancora alta letteratura, quindi). Sul Corriere è usata anche dal giornalista Paolo Isotta, in due occasioni (qui e qui).

Non m'è ben chiaro se sia un toscanismo oppure no (nel Rohlfs non ci sono informazioni al riguardo). È tuttavia pacifico che si tratta di una forma particolarmente scelta, da limitare a una prosa e a un eloquio raffinati.

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

La forma ebbe corso fra Settecento e primo Novecento. Severo il giudizio di Serianni (XI.65 c):

L’antico èbbimo, rifatto su ebbi, compare talvolta ancora oggi in forza dell’analogia, ma deve considerarsi erroneo...

Siamo alle solite: spesso queste forme vengono impiegate a sproposito per semplice confusione (non parlo degli scrittori autorevoli). Chi sa scrivere oggi si guarderà bene dall’adoperare, in un testo non letterario, qualsiasi forma verbale non contemplata dalla norma. Mi sembra fuori luogo in un articolo di giornale, cosí come in una prosa che non abbia vera originalità e nella quale, per ciò stesso, stonerebbe.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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Ferdinand Bardamu
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Intervento di Ferdinand Bardamu »

Ti ringrazio dell'intervento e d'aver ricordato la prescrizione di Serianni. Comunque, è comune nel vernacolo toscano?

Mi stupisce l'indulgenza del Devoto-Oli e del Treccani: quantunque affondi le radici in una nobile tradizione, ebbimo oggi dovrebbe proscriversi come forma sottostàndara, anche perché chi la usa ai nostri giorni raramente lo fa con la necessaria consapevolezza.

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

Noto che nel dizionario del Petrocchi la forma ebbimo è marcata come volgare; il Tommaseo-Bellini la marca arcaica (con la crocetta). Il fatto che ebbimo si trova negli scritti di molti scrittori non toscani (come Svevo) mi fa pensare che non sia esclusivamente toscano.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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