Ancora sul dittongamento

Spazio di discussione su questioni di carattere morfologico

Moderatore: Cruscanti

Bue
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Ancora sul dittongamento

Intervento di Bue »

Come mai rosa non ha dittongato (mentre rota -> ruota si`?)
Ladim
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Intervento di Ladim »

Seppure non navigatissimo, proverei una risposta. In effetti l'esito parlato dovrebbe avere il dittongo anche in «ròsa»; e tuttavia, come saprà di certo, davanti alla liquida vibrante il dittongo tende – non sempre – a chiudersi. Ma perché in «ruota» non s'è chiuso (è la Sua domanda)? Forse per il 'potenziale' grado di apertura della vocale. Se è pur vero che la posteriore breve latina si pronunciava comunque aperta/medio-bassa, è anche vero che la sibilante importerebbe un intacco palatalizzante sulla vocale adiacente (in altre parole, un innalzamento-avanzamento articolatorio; e lo stesso si può dire della «r» – anche se, a dirla tutta, l'attenuazione che vede l'assorbimento della «s», e quindi la sua funzione palatalizzante, è sempre in fine di parola...).

Nel nostro caso, la coarticolazione congiunta delle due consonanti avrebbe forse prodotto un effetto 'incorniciante', e cioè conservativo sulla vocale tonica (ammettendo quindi un'articolazione lievemente più alta/chiusa per la «ò» di «rosa»...). Ma si tratta di un'ipotesi, per dir così, portata a braccio (se è un caso particolare, allora sfuggirebbe alla mia memoria).
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bubu7
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Intervento di bubu7 »

Il motivo è spiegato nella Grammatica storica della lingua italiana del Rohlfs (§§ 106, 107).

Nella lingua letteraria il dittongo uo è il normale esito, in sillaba libera, della o aperta del tardo latino volgare derivata a sua volta dalla o breve del latino classico. Ricordo che, invece, nei dialetti popolari toscani (e anche in molti altri dialetti) non è avvenuto questo dittongamento.
Quindi ruota rientra nella norma, anche se per molti secoli ha dovuto subire la concorrenza di rota, derivata dal linguaggio comune e forma preferita dai poeti medievali (la grafia preponderante nei manoscritti della Divina Commedia è proprio rota).
Però, molte altre parole della lingua letteraria conservano, in sillaba libera, la o aperta senza subire il dittongamento. Il diverso comportamento è dovuto all'origine non popolare di queste parole.
Il Rohlfs dice testualmente:
[A]nche rosa non è una forma ereditaria diretta (cfr. il francese rose invece della forma reuse che ci aspetteremmo).
Ultima modifica di bubu7 in data ven, 11 mag 2007 12:18, modificato 1 volta in totale.
La lingua è un guado attraverso il fiume del tempo. Essa ci conduce alla dimora dei nostri antenati.
V. M. Illič-Svitič
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Infarinato
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Intervento di Infarinato »

bubu7 ha scritto:Il diverso comportamento è dovuto all'origine non popolare di queste parole.
Il Rholfs dice testualmente:
[A]nche rosa non è una forma ereditaria diretta (cfr. il francese rose invece della forma reuse che ci aspetteremmo).
…Il che è confermato (ancorché non inconfutabilmente) dalla pronuncia sonora di quella s intervocalica.
Bue
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Intervento di Bue »

Alla spiegazione dell'origine dotta, suffragata dalla s dolce, avevo pensato anch'io. Tra l'altro avevo controllato l'etimologia, e pare che venga dal greco rhodia, secondo www.etimo.it.
(Ma se e` una parola di origine greca che era dotta anche in latino, perche' viene usata per insegnare la prima declinazione, dandole uno status di parola latina per antonomasia?)
In effetti ero ricorso all'altra mia risorsa abituale, il confronto non col francese ma col dialetto mantovano, dove all'esito "uo" in italiano corrisponde l'esito "oe" della vocale mista (equivalente dell' "eu" francese). Esempi: ruota -> roeda (cfr. francese roue) , scuola -> scoela (cfr. francese école) ecc. Ma rosa rimane invariato, che io sappia.

Ma allora, i popolani non conoscevano le rose? Come le chiamavano?
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bubu7
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Intervento di bubu7 »

Bue ha scritto: Ma allora, i popolani non conoscevano le rose? Come le chiamavano?
La risposta è dentro di te... solo che è sbagliata!

Qui stiamo parlando del trattamento di una parola da parte della lingua italiana originata, in massima parte, dal dialetto toscano.
Il dialetto parlato ha subito, in periodi particolari, una serie di cambiamenti. Alcuni di questi sono passati nella lingua scritta. Poi il dialetto parlato ha continuato per la sua strada incrociandosi di tanto in tanto con la lingua scritta.
In un periodo della sua storia (secondo il Castellani già nel secolo VIII) nel dialetto toscano si è verificato il passaggio ò > uo e ha passato alla lingua scritta una serie di parole ma non rosa, nella forma ruosa (attestata nel dialetto di Orvieto). Quindi il dialetto toscano parlato ha continuato per la sua strada e la lingua letteraria ha preso rosa da un'altra parte (prima o dopo aver preso le forme dittongate toscane).

La tua domanda dovrebbe essere: "Come chiamavano le rose i popolani in quel territorio e in quel periodo?".
Questo si può sapere solo se da qualche parte troviamo scritto: "A Pisa, nell'anno del Signore xxx, i popolani chiamano la rosa: come noi la scriviamo / pinco pallino.
In mancanza di un testo di questo tipo, ti rimando alla frase d'apertura del mio intervento (in realtà la faccenda è più complessa, perché una serie di deduzioni si possono sempre fare e si può tentare di ricostruire una forma...).
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V. M. Illič-Svitič
Ladim
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Intervento di Ladim »

La sonorizzazione della «s» in rosa direi che è un fatto di sostrato – diciamo così – recente: la «s» sonora intervocalica latina si sarebbe rotacizzata già nel IV secolo a.C. Sicché la rosa italiana avrebbe originariamente conservato lo stesso suono di quella latina, e la sua sonorizzazione non sarebbe un tratto originario, men che meno 'culto'...

Per la vocale, non propenderei per l'ipotesi del latinismo, ché non mi sembra convincente (mio umilissimo parere) – del resto, non mi sento nemmeno di difendere troppo la mia idea iniziale... che comunque ribadirei (nonostante il Rohlfs).
Bue
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Intervento di Bue »

bubu7 ha scritto:In un periodo della sua storia (secondo il Castellani già nel secolo VIII) nel dialetto toscano si è verificato il passaggio ò > uo
Se non ricordo male il VIII secolo è un limite superiore (quindi: "secondo il Castellani già concluso nel secolo VIII").
Quanto a quel che affermi nel primo intervento:
avevo capito - mi pare dalla lettura del Migliorini - che le forme dittongate appartenessero al volgare toscano parlato (da cui sono successivamente sparite), e che i poeti preferissero la forma non dittongata perche', essendo piu` vicina al latino, suonava piu` ricercata.
Dante usava dunque rota nei versi ma ruota in prosa, se ho ben capito.
Mi chiedevo come mai la parola "rosa", che non mi sembra particolarmente ricercata o elitaria, non abbia seguito la stessa trafila, tutto qui.

Quanto alla spiegazione fonetica di Ladim: interessante ma mi lascia un po' perplesso, pur essendo io un totale profano. Il germe originario da cui e` nata questa mia curiosita` e` infatti la constatazione che in russo roza si legge - se non ho capito male - appunto con la o dittongata alla russa.
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bubu7
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Intervento di bubu7 »

Bue ha scritto: ...avevo capito - mi pare dalla lettura del Migliorini - che le forme dittongate appartenessero al volgare toscano parlato (da cui sono successivamente sparite)...
Mi riguardo meglio la questione, soprattutto in relazione ai tempi, e ti faccio sapere... :)
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V. M. Illič-Svitič
Ladim
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Intervento di Ladim »

Bue ha scritto:Quanto alla spiegazione fonetica di Ladim...
Mi pare che così il discorso richieda qualche precisazione (o mi sfugge qualcosa?). Cercare di comprendere un insolito esito volgare attraverso un così fatto confronto con il russo non avrebbe alcun fondamento metodologico – a meno che non si voglia sbirciare, per un qualche motivo, l'ipotesi di una forma indeuropea, e da lì muovere considerazioni di carattere comparativistico (ma il riferimento, in questo caso, sarebbe comunque quello latino – che senso avrebbe confrontare la copia di una copia con una forma considerata simile all'originale, se possiamo attingere a un antigrafo più o meno diretto?). Ma mi pare che il Suo primo intervento si chiedesse il perché di un esito apparentemente irregolare entro una precisa filiazione neo-romanza (attraverso un confronto coerente con un contesto linguistico – ad ogni modo italiano – per molti versi 'simile'). Se vogliamo confrontare l'esito latino con quello del greco antico, allora affrontiamo un altro discorso; se poi coinvolgiamo il russo, un altro ancora. Se è pur vero che, per rosa, vi è un rapporto tra il greco e il latino, non avrebbe molto senso tentare di spiegare il vocalismo italiano pensando a questo antico rapporto (figuriamoci, poi, coinvolgere le lontanissime parentele tra una lingua slava e un fiorentino emendato!).

Per la sonorità della sibilante: il latino conosce quasi esclusivamente l'esito sordo, questo proprio perché un mutamento linguistico di certa data ha visto il passaggio di «s» sonora intervocalica a «r», rendendo la sonorità di «s» un suono originariamente sconosciuto al latino parlato (e quindi alle lingue neo-romanze: di qui l'ipotesi di un sostrato pre-romanzo). Insomma, un po' come dire che la «s» di rosa si pronunciava come quella ortoepica di casa.

Per il vocalismo. Se rosa non è parola dotta, ha seguito comunque una trafila viva; se ha subito un'influenza letteraria – più che latina direi sicilianeggiante –, allora dovremmo trovare nei nostri testi d'origine un'allotropia di qualche importanza anche tra i fiorentini-toscani (ruosa/rosa: vi è?).
Bue
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Intervento di Bue »

Ladim ha scritto: Cercare di comprendere un insolito esito volgare attraverso un così fatto confronto con il russo non avrebbe alcun fondamento metodologico
La mia obiezione era molto più banale: se per qualche motivo è foneticamente poco "invogliante" passare da ò a uo tra una r e una s sonora, questo dovrebbe essere vero per tutti, e quindi anche per i russi... Probabilmente non è un'obiezione valida dal punto di vista metodologico, perché presume che le regole di "preferibilità articolatoria" siano uguali per tutti, ecc.
Ladim
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Intervento di Ladim »

No, caro Bue, come lei stesso lascia intendere, quel che vale per l'italiano (latino) non è detto che debba valere anche per il russo – anzi: le lingue del ceppo indeuropeo, ad esempio, si distinguono proprio perché, da una forma comune, avrebbero dato esiti diversi, variamente regolari e corrispondenti.

L'ipotesi di un 'incorniciamento articolatorio' in «rosa» è solo un'ipotesi, anche avventurata e peregrina – del resto, di fronte alle eccezioni, si possono dire cose più e meno coerenti... Quel che è certo è che non esistono regole di «preferibilità articolatoria uguali per tutti» (altrimenti tutti parleremmo la stessa lingua, e non esisterebbero lingue diverse derivanti da rami distinti e appartenenti a gruppi riconducibili a classi particolari di una stessa famiglia linguistica...).

Per la «s». Avrebbe avuto un effetto palatalizzante indipendentemente dalla sua sonorità, ma solo in coda di parola (cfr: CANES > cani), e cioè: il luogo di articolazione della «s» avrebbe condizionato l'orbita articolatoria del suono vicino etc.

Un'altra ipotesi è che i fiorentini non pronunciassero quella «ò» aperta... ma è un'idea peregrina quanto la prima. Più probabile è che, forse, si tratti di un prestito di vecchia data, magari un settentrionalismo.
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Infarinato
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Intervento di Infarinato »

Ladim ha scritto:Più probabile è che, forse, si tratti di un prestito di vecchia data, magari un settentrionalismo.
…O d’un toscanismo occidentale (?). In effetti, anche il DISC, molto curato nelle etimologie (soprattutto romanze), sposa la tesi della voce popolare (senz’alcun commento). Del resto, le eccezioni esistono sempre e la presenza della s sonora —l’abbiamo detto— non è mai probante…
Ladim
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Intervento di Ladim »

Più precisamente, caro Infarinato, propendendo per la linea 'spontanea' e popolare, pensavo ai contatti commerciali tra Toscana e Italia settentrionale, durante i primi secoli del Medioevo. Lei sa che vi è una 'questione' interpretativa proprio sulla sonorizzazione intervocalica, che in Toscana non si sarebbe generalizzata proprio per la tendenza a mantenere il suono sordo: così si può spiegare la sonorizzazione fiorentina con i prestiti dal Nord (e il suono sordo, poniamo, di casa e di così, con una tendenza genuina e toscana [il toscano occidentale sonorizzerebbe di più proprio per i suoi contatti assidui e intermediari con il Nord]) – il primato letterario, ovviamente, a questa altezza non esiste ancora, e i dialetti settentrionali avrebbero comportato un certo prestigio commerciale.

Per l'uso fiorentino di rosa, quella «s» sonora e il vocalismo tonico semplice, allora, sarebbero due indizi di un certo peso (ma vi è chi parla, in generale – secondo me un po' a sproposito –, di latinismi consonantici [?!] nel mantenimento della sordità...).

Mi convinco sempre di più che rosa è parola popolare, ma toscano-settentrionaleggiante (ripudio l'incorniciamento).
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bubu7
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Intervento di bubu7 »

Ladim ha scritto:Mi convinco sempre di più che rosa è parola popolare, ma toscano-settentrionaleggiante...
La discussione diventa sempre più interessante ma credo che dovremmo da una parte estendere il nostro discorso alla nascita e diffusione di questo tipo di dittongazione, e dall'altra forse riflettere maggiormente sull'osservazione del Rohlfs che riporto nuovamente (integrata):
bubu7 ha scritto: Il Rohlfs dice testualmente:
[A]nche rosa non è una forma ereditaria diretta (cfr. il francese rose invece della forma reuse che ci aspetteremmo), sebbene in Alta Italia si trovi (cfr. in lombardo röśa) per lo più con sviluppo normale.
Avrei quindi qualche perplessità sulle conclusioni di Ladim, tenuto conto che la ö della pronuncia lombarda rappresenta l'esito moderno della forma dittongata e che, d'altra parte, l'osservazione sul mancato dittongamento francese si coniuga coll'attestazione del dittongamento in Francia dal 670, anteriore di circa un secolo alle prime attestazioni italiane del 761.
:roll:
La lingua è un guado attraverso il fiume del tempo. Essa ci conduce alla dimora dei nostri antenati.
V. M. Illič-Svitič
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