Etimologia di «ciurma»

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u merlu rucà
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Re: Etimologia di «ciurma»

Intervento di u merlu rucà »

Per quanto riguarda frécia non direi che si tratta di un prestito dall'italiano, ma piuttosto dal francese, o meglio, direi, dal provenzale. Per 'fionda' abbiamo flecha anche a Robilante.
Largu de farina e strentu de brenu.
Ligure
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Re: Etimologia di «ciurma»

Intervento di Ligure »

Alcuni testi, che riferiscono dati simili, trascurano di prendere in considerazione l'effettiva situazione socio-linguistica dell'epoca. Nessuno dubita che la parola "freccia" provenga originariamente dalla Francia e nessuno pone in dubbio che (attualmente, in macchina) la distanza tra Genova e la Francia risulti significativamente inferiore rispetto a quella tra Genova e Firenze (pur restando enormemente superiore quella tra Genova e Parigi! :wink: ). Ma la diffusione di una nuova parola non si misura esclusivamente tramite i chilometri e le tabelle orarie. Il 90% dei liguri dell'epoca non aveva mai visto una freccia e non aveva molto a che fare con attrezzi del genere. La diffusione della cultura, inoltre, è sempre avvenuta mediante la lingua di cultura, cioè la lingua italiana. E la parola "freccia" - nei dialetti liguri attuali - non mostra neppure il minimo tentativo d'adattamento. In quanto termine sostanzialmente "culturale" ed estraneo al livello della comunicazione quotidiana. Infatti, la sua struttura fonetica attuale risulta incompatibile con i vincoli fonologici del sistema linguistico ligure. Ciò indica che si tratta di una voce acquisita - in questa modalità - solo recentemente. Come vi fu "fazza">"fassa" per "faccia" -voce di derivazione diretta, sebbene da gran tempo tralasciata in favore dell'italianismo "faccia", d'uso, ormai, universale - , la voce precedente era "fressa"<"frezza" - prestito adattato -. Ancora nel 1755 in genovese, ad es., si scriveva "freçça". Cioè si diceva "fressa", non "freccia". La voce priva d'adattamento al sistema linguistico locale non veniva ancora accettata.

Infatti, "freccia" - rispetto a "freçça" /'fressa/</'freʦʦa/</'freʧʧa/ - è semplicemente l'italianismo moderno non adattato.

"Ultimamente" gl'italianismi vengono accolti senza modifiche.

Che, poi, attualmente in Liguria non possa trattarsi se non dello stesso identico termine fiorentino non vale neppure la pena di discuterne ... Infatti, fino a prova contraria, freccia = freccia :lol: . O no? :wink:

P.S.: a Genova sono esistiti poeti in lingua provenzale, ma si trattava di un numero di persone valutabile sulle dita d'una mano. La cultura provenzale era di gran voga e questi intellettuali sapevano certamente poetare in provenzale, ma non è che conoscessero a fondo questa lingua, la parlassero abitualmente o intendessero contribuire alla sua diffusione nel popolo.

Le acquisizioni della cultura, anche di quella di tipo cavalleresco o bellico, sono sempre state veicolate in Liguria dalla lingua italiana, non da quella francese né da quella provenzale, lingue nelle quali in prosa non ha mai scritto nessuno!! E che nessuno ha mai parlato se non come lingue straniere per scopi economici o diplomatici.

Questa è l'oggettiva realtà storica. Poi, ci sono le fiabe. E ci sono testi che non sempre consentono una chiara distinzione tra le due categorie.

Ognuno è libero di scegliere il genere di lettura più gradito.

P.P.S.: nel 1581 il Senato genovese, la massima autorità politica dell'epoca, seconda solo al potere autocratico del Doge, commissionò a Paolo Foglietta la traduzione in genovese della Genuensium Historia, redatta in latino dal fratello Oberto, contando su una più ampia diffusione dell'opera.

Il Foglietta s'accinse a realizzare l'incarico ricevuto - come scrisse - in lengua vorgà, a so che l'intendan no soramente ri letterai, ma quelli ancora che no san de lettera. Ma la traduzione non fu apprezzata dal Senato, il quale assegnò un nuovo incarico a Francesco Serdonati, rendendosi lucidamente conto che la situazione politica e culturale italiana dell'epoca non consentiva più la possibilità d'un "volgare locale illustre" e che la dialettica linguistica, da quel momento in poi, si sarebbe svolta con una fondamentale asimmetria, rappresentata dall'italiano quale lingua della cultura e dal genovese, che non poteva più essere accettato per le comunicazioni politiche ufficiali quale "volgare locale illustre", ma "assegnato" semplicemente all'uso vernacolare quotidiano o all'eventuale estro poetico degl'intellettuali. Si trattò d'una decisione di portata storica - presa ancora in epoca d'ancien régime -, che precludeva definitivamente al genovese la possibilità d'affermarsi - diversamente da come ci si comportò, ad es., a Venezia - quale lingua di cultura e di prestigio nelle comunicazioni scritte. Al contempo l'italiano, localmente ancora definito "toscano", al termine, ormai, del sec. XVI poté conseguire, a Genova e in Liguria, una definitiva sanzione ufficiale e un consolidamento - destinato (da allora in poi) a non venire mai più meno - nelle vicende politiche e culturali della regione.

In questo panorama si ebbero solo due cesure - linguistiche in quanto politiche -. L'obbligo "napoleonico" di scrivere in francese e i manifesti - per la verità, bilingui - affissi dalle autorità germaniche d'occupazione durante la seconda guerra mondiale. In entrambi i casi si trattò d'imposizioni linguistiche attuate con la violenza contro il volere della popolazione, anche se, nel caso di Napoleone, molti intellettuali locali consideravano il francese quale lingua adatta all'espressione delle nuove idee libertarie, ma ne condannarono l'imposizione coercitiva e, per altro, si rivolsero sempre "al popolo" in lingua italiana anche sotto la dominazione dei luogotenenti napoleonici.
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