Suppletivismo del perfetto

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Ferdinand Bardamu
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Suppletivismo del perfetto

Intervento di Ferdinand Bardamu » lun, 13 apr 2015 17:40

Nei verbi con perfetto regolare, o debole, ossia in quei verbi nei quali il passato remoto ha forme con l’accento sulla desinenza, il tema rimane il medesimo in tutta la coniugazione: es. amai, amasti, amò, ecc.

I verbi con perfetto forte, cioè i verbi nei quali la prima e le terze persone hanno forme con accento sul tema, mostrano invece una forma di suppletivismo: es. dissi, dicesti, disse, ecc.

A che cosa è dovuto il suppletivismo nella coniugazione dei verbi del secondo tipo?

valerio_vanni
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Intervento di valerio_vanni » lun, 13 apr 2015 19:36

In "dicesti" l'accento non è sul tema.

Comunque mi pare che, per questi esempi, dipenda dalla coniugazione di provenienza (e dal relativo accento).
Prima: amàre -> amài
Seconda: temere -> teméi
Terza: prendere -> prési
Quarta: sentire -> sentìi

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Intervento di Ferdinand Bardamu » lun, 13 apr 2015 20:06

valerio_vanni ha scritto:In "dicesti" l'accento non è sul tema.
Infatti sopra ho scritto che nei perfetti forti l’accento sul tema è sulla prima e sulle terze persone.

In quanto alla coniugazione, esistono perfetti forti in tutte le coniugazioni: prima coniugazione (stare, dare, fare; anche se in questi tre casi non sono certo che si possa parlare tecnicamente di perfetto forte); terza coniugazione (apparire, dire).

La sua risposta mi dà la possibilità di fare una precisazione: mi chiedo quale sia la ragione del suppletivismo nella coniugazione di questi verbi con perfetto irregolare, ma anche perché le seconde persone e la prima plurale siano rimaste escluse dal tema irregolare. Insomma: perché si dice misi, mettesti… invece che misi, *misesti, ecc., conformemente al latino MISI, MISISTI, ecc.?
Ultima modifica di Ferdinand Bardamu in data lun, 13 apr 2015 23:36, modificato 1 volta in totale.

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Intervento di Animo Grato » lun, 13 apr 2015 21:28

Ferdinand Bardamu ha scritto:In quanto alla coniugazione, esistono perfetti forti in tutte le coniugazioni: prima coniugazione ([...] fare); terza coniugazione ([...] dire).
È un'osservazione del tutto marginale, ma ricordo benissimo che, nei remoti tempi delle elementari, la maestra ci faceva considerare, ai fini di quella cosa noiosissima che era l'analisi grammaticale ("voce del verbo ..., tempo ..., modo ..., ecc. ecc.") fare e dire come appartenenti alla II coniugazione, in base all'etimologia (anche se questa parola, ovviamente, non era pronunciata: si diceva solo che erano della seconda perché venivano da facere e dicere, e tanto bastava a placare la nostra sete di conoscenza).
Non saprei dire se questo fosse un vezzo personale della mia maestra o la linea didattica comune dell'epoca, né (ammessa la seconda ipotesi) se tale prassi sia ancora in uso.
«Ed elli avea del cool fatto trombetta». Anonimo del Trecento su Miles Davis
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Intervento di Ferdinand Bardamu » lun, 13 apr 2015 23:40

Il Serianni mette dire tra i verbi della terza coniugazione, fare tra quelli della prima. Ma si tratta di una classificazione che lascia il tempo che trova: per il mio professore delle medie i suddetti verbi avevano «coniugazione propria».

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Intervento di Animo Grato » mar, 14 apr 2015 1:00

La «coniugazione propria», da me, era quella di essere (forse anche di avere).
Ma ho rubato fin troppo spazio al filone: tolgo il disturbo. :wink:
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Intervento di Infarinato » mar, 14 apr 2015 11:02

Ferdinand Bardamu ha scritto:[P]erché si dice misi, mettesti… invece che misi, *misesti, ecc., conformemente al latino MISI, MISISTI, ecc.?
Ferdinand, la risposta si trova al §566 del secondo volume della Grammatica storica del Rohlfs, paragrafo che riporto per intero.
Rohlfs (1968:311–2), sottolineature mie, ha scritto:566. Flessione dei perfetti forti. Alla terza persona plurale l’accento venne, nel latino volgare, ritratto dalla desinenza sulla sillaba radicale: d i x é r u n t > d í x e r u n t, e cosí f é c e r u n t, f ú e r u n t.

Nell’italiano la coniugazione forte è circoscritta alla prima e terza persona del singolare e alla terza del plurale, mentre nelle altre persone s’usano le forme deboli, accentate sulla desinenza: scrissi, scrivesti, scrisse, scrivemmo, scriveste, scrissero, e cosí féci, facésti, féce, facémmo, facéste, fécero. Si ha cioè un tipo di flessione mista, in parte forte e in parte debole, la cui origine va vista nel perfetto in -ui, ove l’u scomparve senza lasciar tracce nelle forme accentate sulla desinenza, e producendo invece allungamento della consonante precedente nelle forme accentate sul tema (abbi, caddi, volli, venni). Si produsse cosí lo schema abbi, avésti, abbe, avémmo, avéste, ábbero, ovvero vòlli, volésti, vòlle, volémmo, voléste, vòllero. Tale distribuzione di forme ‘forti’ e ‘deboli’ venne in seguito estesa ad altri verbi, anzitutto a quelli che pure terminavano con una doppia consonanza, per esempio scrissi scrivesti, cossi cocesti. Infine il tipo venne generalizzato a tutti i perfetti forti. Le eccezioni stètti stésti e dièdi désti si spiegano con l’influsso delle desinenze della coniugazione in e (facesti), tanto piú che dare e stare sono gli unici verbi della coniugazione in a con perfetto forte. Tuttavia la flessione diedi dasti, stetti: stasti, che ci attenderemmo, è notevolmente diffusa nelle parlate popolari delle province di Lucca e di Pistoia, e nelle Marche.

Ma lo schema sopra illustrato non è penetrato dappertutto in Italia. Vi sono dialetti che usano le forme forti anche alla prima persona del plurale. Cosí è per esempio per il lucchese, cfr. dièdimo, dissimo, èbbimo, fécimo, lèssimo, spársimo, stèttimo, vídimo, mísimo, tènsimo, vòlsimo; e cosí per parti della provincia di Siena (San Gimignano viènsamo ‘venimmo’, vòrzamo ‘volemmo’) e per l’Elba (viènzemo). Cosí anche in Sicilia, per esempio áppimu, sáppimu, pòttimu, vínnimu, díssimu, víttimu, dèttimu, stèttimu, tínnimu, oltre che nella Calabria meridionale (àppimu, pòttimu, vittimu, dèzimu, vòzimu) e in parte della penisola salentina (íbbimu, scísemu). Tale schema è indubbiamente il piú antico, poiché nel latino la prima persona del plurale di questi verbi era accentata sul tema (scrípsimus, dédimus, díximus). Nell’italiano dunque avemmo, volemmo, tenemmo ecc. sarebbero forme foggiate su credemmo, perdemmo, in corrispondenza anche con cantammo, partimmo, fummo. Infine, l’estensione a tutte le persone della flessione forte, che s’incontra nel toscano popolare (Firenze, Montale, Versilia), per esempio ebbi, ebbesti, ebbe, no’ s’ebbe, ebbesti (o ebbessi), èbbano, va riguardata come un piú recente adeguamento analogico.

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Intervento di Ferdinand Bardamu » mar, 14 apr 2015 11:33

Immaginavo che il Rohlfs contenesse la risposta, ma purtroppo non l’avevo sottomano. Grazie mille della risposta, e della pazienza d’aver trascritto un passo cosí lungo. :oops:

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Intervento di Animo Grato » mar, 14 apr 2015 15:23

Rimanendo nell'ambito delle simpatie personali, confesso di avere un debole per alcune forme forti della prima persona plurale: oltre al citato ebbimo, anche seppimo, che devo pur aver letto da qualche parte.
«Ed elli avea del cool fatto trombetta». Anonimo del Trecento su Miles Davis
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