«Amico» è un (semi)cultismo?

Spazio di discussione dedicato alla storia della lingua italiana, alla sua evoluzione e a questioni etimologiche

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Ferdinand Bardamu
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«Amico» è un (semi)cultismo?

Intervento di Ferdinand Bardamu » mar, 22 mag 2018 13:46

L’alternanza, nell’area linguistica veneta, tra il plurale ami/ʦ/i e amighi mi ha fatto nascere il sospetto che amico, in italiano e nei dialetti, sia una sorta di semicultismo.

Il sospetto si è rafforzato guardando la carta «amico» dell’AIS. Mi ha colpito, in particolare, la presenza in Veneto (e in altre zone dell’Alta Italia) della variante amiko, con /k/ estranea alla naturale evoluzione di /k/ intervocalica latina.

È ben vero che la forma amico è diffusa in tutta Italia, ma l’incertezza del plurale in area veneta (amitsi ~ amighi) e l’evoluzione mancata di /-k-/ mi fan pensare che, secoli fa, la parola non fosse in uso. (Almeno non presso il popolo).

In particolare, vedo che l’alternativa, nettamente minoritaria, è compagno, presente sia nel Settentrione sia nel Meridione. È questa, per me, la parola di tradizione ininterrotta, la cui origine rimanda alla concretezza della vita contadina (compagno è, etimologicamente, colui con il quale si condivide il pane): una parola che, successivamente, è stata soppiantata quasi ovunque da amico.

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Intervento di Millermann » mar, 22 mag 2018 16:24

Anch'io ho la stessa sensazione. Nel mio dialetto esistono sia amicu sia cumpagnu, con significati in parte sovrapponibili (e il secondo è sicuramente quello che suona piú "arcaico", tranne nel caso in cui il riferimento sia a
cumpagnu 'i scòla ;)).
Tuttavia, ogni volta che ho ascoltato amicu in un contesto dialettale, m'è sempre suonato come un italianismo, piuttosto che uno spontaneo adattamento del latino amicus. :?
In Italia, dotta, Foro fatto dai latini

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Intervento di Ferdinand Bardamu » mar, 22 mag 2018 20:01

Grazie del suo contributo, Millermann. :)

Infarinato, che ringrazio, mi ha passato il rimando alla voce «AMICUS» del LEI (Lessico Etimologico Italiano, vol. II, Wiesbaden: «Reichert», 1987). Nell’elenco delle attestazioni, si nota come amico sia presente in tutti i dialetti italiani.

Quanto al plurale, esso varia tra l’evoluzione regolare e la variante analogica: «L’uscita in -ghi, -chi pl. (e si veda anche la forma superl. amichissimo) è dovuta a influsso analogico» (ibid., pp. 793-794).

Sull’etimo, il LEI dice questo (ibid., pp. 812-813):
  • Continuatori del lat. AMĪCUS/AMĪCA esistono (nella duplice significazione di ‘amico’/‘amante’) nell’intera Romània, con l’eccezione del romeno [in cui amic è un prestito recente, nota mia][.] In area italiana, differenti evoluzioni fonetiche suggeriscono una distinzione delle forme con la occlusiva velare al singolare dalle altre che presentano talvolta l’affricata palatale ć, talvolta la sibilante palatale (š/ž) o dentale (s/z). Tale evoluzione, spiegabile con l’attrazione analogica da parte delle forme pl., caratterizza prevalentemente i dialetti nord-occidentali, ma compare anche, seppur sporadicamente, in territorio meridionale dall’Abruzzo alla Lucania. Per l’attrazione analogica dalle forme sing. sul plurale cfr. n 2.
Questo spiega la pluralità delle forme e dà conto dell’origine tradizionale e non culta della parola. Ho ancora dei dubbi riguardo alla presenza della velare non sonora in tutte le aree del Settentrione in cui la vocale finale non cade. In una stessa area linguistica, anche a distanza di pochi chilometri si trovano sia la variante sonora sia quella non sonora: es. Castelfondo amico ~ Tuenno amigo; Padova amigo ~ Campo San Martino amiko. Perché? Limitatamente al mio dialetto, non mi vengono in mente parole che abbiano conservato /k/ intervocalico. Le uniche parole che hanno /-k-/ sono o frutto di degeminazione (es. vacaVACCA) o il risultato del condizionamento di un dittongo originario (es. ócaAUCA; pócoPAUCUM) :?

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Intervento di Carnby » mer, 23 mag 2018 12:00

Devoto lo considera di tradizione interrotta.

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Intervento di Ferdinand Bardamu » mer, 23 mag 2018 12:03

Quando può, le dispiacerebbe riportare le parole di Devoto? Il dubbio mi rimane, ma la diffusione della parola in (quasi) tutta la Romània mi lascia perplesso… :?

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Intervento di Infarinato » mer, 23 mag 2018 12:22

Carnby ha scritto:Devoto lo considera di tradizione interrotta.
Anche il DELI, a dire il vero, ma sono opere un po’ datate…

(Il DISC segue evidentemente il DELI, mentre il GRADIT sostiene che la voce è di origine popolare. Il TLIO segue il LEI senza dare ulteriori indicazioni.)

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Intervento di Carnby » mer, 23 mag 2018 12:34

Sull’Avviamento alla etimologia italiana si legge questo. In Devoto dal lat. significa che è di tradizione interrotta; se c’è scritto solo lat. lo considera di tradizione ininterrotta.
Giacomo Devoto ha scritto:amico, dal lat. amicus, appartenente alla famiglia di amare, come pudicus a quella di pudere.
Più articolata la definizione di Battisti e Alessio.
Il DEI ha scritto:amico m., agg; lat. amīcus, -a, panromanzo ma non rumeno. Etimologicamente connesso con amāre, amāsius, a mezzo di un suffisso derivativo che ha paralleli nell’etrusco. cfr. etr. zamathi - zamthic aureo. Cfr ‘nemico’. L’it. merid. amìciu e l’it. sett amis sono rifatti dal plurale amīcī conservato anche nel tosc. gli amici.
Parrebbe che il plurale sia di tradizione ininterrotta, mentre qualche dubbio rimane sul singolare, rifatto a partire dal plurale almeno in alcune zone d’Italia.
Ultima modifica di Carnby in data mer, 23 mag 2018 13:06, modificato 1 volta in totale.

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Intervento di valerio_vanni » mer, 23 mag 2018 12:41

Carnby ha scritto:Sull’Avviamento alla etimologia italiana si legge questo. In Devoto dal lat. significa che è di trazione interrotta…
Si è rotto un semiasse? ;-)

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Intervento di Infarinato » mer, 23 mag 2018 12:47

Carnby ha scritto:Parrebbe che il plurale sia di tradizione ininterrotta, mentre qualche dubbio rimane sul singolare, rifatto a partire dal plurale almeno in alcune zone d’Italia.
Sí, direi che codesta è la conclusione piú equilibrata, che in fondo si evince anche dalla trattazione del LEI. Per il toscano/italiano, però, l’ipotesi piú economica è —mi sembra— che si tratti di voce popolare, tanto nel singolare quanto nel plurale.

Carnby
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Intervento di Carnby » mer, 23 mag 2018 13:07

Infarinato ha scritto:Per il toscano/italiano, però, l’ipotesi piú economica è —mi sembra— che si tratti di voce popolare, tanto nel singolare quanto nel plurale.
Sì, almeno nella mia zona amico/amici sono usati anche nel vernacolo.

Ligure
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/-k-/ ecc. nei dialetti veneti

Intervento di Ligure » gio, 24 mag 2018 13:59

Ferdinand Bardamu ha scritto:Limitatamente al mio dialetto, non mi vengono in mente parole che abbiano conservato /k/ intervocalico. Le uniche parole che hanno /-k-/ sono o frutto di degeminazione (es. vacaVACCA) o il risultato del condizionamento di un dittongo originario (es. ócaAUCA; pócoPAUCUM) :?
Non sono veneto, ma ascolto frequentemente veneziani e veneti pronunciare tranquillamente "macaco, miracolo e pericolo…". Indubitabilmente con /-k-/. Allo stesso modo "patate" con /-t-/ ecc.

Ho volutamente citato anche voci quali macaco e patate che storicamente non possono essere di tradizione diretta. Ma anche miracolo e pericolo non mostrano alcun effetto di lenizione…

Anche se neppure i dialettologi se ne occupano bene, mi sembra chiaro quanto scrivo da tempo proponendo esempi tratti dal dialetto genovese. Le voci entrate nel dialetto dalla lingua (italianismi) hanno una loro "struttura fonologica" specifica, che le denota senza dubbio perché in esse non risultano presenti gli esiti manifestati dall'evoluzione di tipo "diretto".

Gli esempi tratti dal dialetto genovese possono risultare a qualcuno fastidiosi o inusuali, ma erano stati scelti semplicemente perché:
  1. li conosco meglio, cioè direttamente;
  2. presentano "geminazione anetimologica", tratto immediatamente percepibile anche da parte di un profano.
Ma, come ho già avuto occasione di scrivere, quanto esemplificato con voci "genovesi", è del tutto "generalizzabile": non è che un fenomeno non sia avvenuto soltanto perché gli studiosi non hanno focalizzato su di esso la loro attenzione.

Infatti, come si evince dagli esempi riferiti, esso risulta assolutamente riscontrabile anche nei dialetti veneti, se pure con minore salienza percettiva dovuta all'assenza di "sensibilità" contrastiva rispetto alla durata consonantica/vocalica (due "facce" della stessa "medaglia") di questa categoria di dialetti italiani.

Ma per chi non sia totalmente "profano" l'assenza della lenizione, anche nei dialetti veneti, "parla" già con piena sufficienza e ci richiede di classificare macachi, miracoli, pericoli, patate ecc. nella categoria degli italianismi.

Anche se gli studiosi non procedono con codesta chiarezza e parlano di "eccezioni". L'ho già scritto. Non si tratta di eccezioni. Si tratta di processi linguistico-evolutivi diversi che hanno operato su voci di tipo diverso e in epoche diverse.

Voci provenienti non da una base protoromanza, ma direttamente dalla lingua italiana. E che i dialetti veneti paiono aver deformato meno dei dialetti liguri.

Ma questo è tutto un altro discorso, per il quale non esiste risposta, perché nessuno studioso sa perché i dialetti veneti siano sorti "insensibili" alla durata consonantica o, inversamente, alla quantità vocalica (in senso fonologico)…

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Re: /-k-/ ecc. nei dialetti veneti

Intervento di Ferdinand Bardamu » gio, 24 mag 2018 14:34

Ligure ha scritto:Ma per chi non sia totalmente "profano" l'assenza della lenizione, anche nei dialetti veneti, "parla" già con piena sufficienza e ci richiede di classificare macachi, miracoli, pericoli, patate ecc. nella categoria degli italianismi.
Indubbiamente. Ma in amico c’è qualcosa che non quadra. Amico è troppo diffuso per essere un italianismo ma anche per essere un cultismo. La cartina dell’AIS — le cui inchieste furono condotte nei primi decenni del Novecento, periodo in cui il potere d’influenza della televisione era ancora di là da venire — parla chiaro.

D’altronde complica le cose l’assenza di lenizione in molte aree venetofone. Insomma, abbiamo da una parte l’ipotesi di un presunto cultismo presente però nella schiacciante maggioranza delle testimonianze; dall’altra la presenza di forme prive della lenizione normale nelle parole di tradizione ininterrotta.

Ligure
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Intervento di Ligure » gio, 24 mag 2018 18:57

Probabilmente non ho ben compreso il testo.

Intendo dire, e perdoni la domanda diretta: è nota tramite gli "Autori" l'esistenza comprovata di zone venete prive di lenizione oppure l'ha potuta riscontrare lei direttamente?

E ciò vale anche per altre occorrenze oltre a quella di "amico", tolti, evidentemente, gli italianismi del veneto assimilabili a quelli da me riferiti?

L'attendibilità dell'AIS, in generale, risulta oltremodo discutibile…

Si pensi che per Genova, all'epoca "pesantemente" dialettofona e pullulante di "potenziali informatori", la maggior parte degli esiti proposti sono sbagliati.

Qualsiasi residente "locale" dell'epoca, pur non dotato di competenze linguistiche, avrebbe saputo fare meglio. Gli svarioni risultano notevoli!

P.S. La Liguria, per altro – dotata (a seconda delle epoche e dei siti) del plurale etimologico e/o di quello analogico di "amico" – "parla" in favore di una tradizione ininterrotta. Ad esempio, gli esiti genovesi attuali corrispondono, sostanzialmente, a quelli fiorentini. Li differenzia, ovviamente, la lenizione, cioè la sonorizzazione nel caso delle forme genovesi.

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Intervento di u merlu rucà » gio, 24 mag 2018 22:13

Il fatto che amico possa essere di tradizione diretta in Liguria, potrebbe essere confermato da nemico, che in molti paesi dell'estremo ponente suona desamìgu.
Largu de farina e strentu de brenu.

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Intervento di Ferdinand Bardamu » ven, 25 mag 2018 2:02

Ligure ha scritto:Intendo dire, e perdoni la domanda diretta: è nota tramite gli "Autori" l'esistenza comprovata di zone venete prive di lenizione oppure l'ha potuta riscontrare lei direttamente?
Mi perdoni: che cosa intende con «autori»? Per quanto mi riguarda, posso dirle di aver sentito, nella mia zona, entrambe le varianti. Quella priva di lenizione, però, a ben vedere, pare un italianismo, soprattutto perché chi dice ami/k/o al plurale dice non amitsi, come ci si attenderebbe, ma amici.

Io, personalmente, non sono in grado di criticare il lavoro dei curatori dell’AIS. Mi chiedo però perché ci siano aree nelle quali gli informatori hanno fornito una risposta che contrasta cosí nettamente con l’esito naturale di AMĪCUS. Si tratta di una svista? I raccoglitori hanno influenzato la risposta degli informatori? Insomma, l’AIS è in questo caso totalmente inattendibile?

Se è cosí, allora le varianti con l’occlusiva non sonora sono italianismi, e la parola, nella forma naturalmente lenita amigo, è senza dubbio di tradizione ininterrotta.

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