Ausiliare dei verbi meteorologici

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Marco1971
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Ausiliare dei verbi meteorologici

Intervento di Marco1971 »

Si legge in qualche grammatica che con i cosiddetti verbi meteorologici (come diluviare, grandinare, lampeggiare, nevicare, piovere, tuonare, ecc.) l’ausiliare nei tempi composti è normalmente essere; e fin qui tutto a posto. Ma poi si dice che usando avere s’insiste sulla durata del fenomeno: davvero? Credo che siamo di fronte a una delle tante regole inventate a tavolino da indòtti redattori di grammatiche...

Una grammatica affidabile fonda le sue regole sull’uso migliore, che è quello delle persone cólte (anche se, oggi, ce n’è sempre di meno, sembra). Or dunque, dove troviamo noi tale distinzione tra l’impiego di essere e avere fra i nostri piú illustri classici? Avere sottolineerebbe la durata? Ecco a voi Alfieri e Leopardi:

Mezzo dormendo ancor domando: Piove?
Tutta la intera notte egli è piovuto.
(Alfieri, Rime)

Da più mesi non è voluto piovere. Cioè, non è piovuto. (Leopardi, Zibaldone)

Avranno dunque sbagliato? No, non sbagliarono, si attennero all’uso tradizionale dell’ausiliare essere, punto. Avere, lo sappiamo, guadagna terreno oggi un po’ dappertutto, ma stabilire distinzioni scriteriate come quelle di chi decreta che avere, coi verbi in oggetto, mette in rilievo la durata, è un atto di pilotaggio linguistico secondo me infondato.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
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bubu7
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Re: Ausiliare dei verbi meteorologici

Intervento di bubu7 »

Questa distinzione mi ricorda quelle sfumature di significato sulle quali spesso indugiava il Tommaseo. Sia nel suo Dizionario generale sia, direi soprattutto – naturalmente –, nel suo Dizionario dei sinonimi. Si trattava di considerazioni quasi sempre piacevolissime ma spesso fantastiche.
Marco1971 ha scritto: ...stabilire distinzioni scriteriate [...] è un atto di pilotaggio linguistico secondo me infondato.
Eh sì; si tratta d’un’impostazione che si ritrova a volte nei diari in rete dedicati alla lingua italiana… :wink:
La lingua è un guado attraverso il fiume del tempo. Essa ci conduce alla dimora dei nostri antenati.
V. M. Illič-Svitič
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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

È forse utile trascrivere le parole autorevoli di Luca Serianni (Grammatica italiana, XI.37, grassetto mio):

Però, con i verbi indicanti fenomeni meteorologici (piovere, spiovere, grandinare, tuonare, lampeggiare, gelare, sgelare, ecc.) l’uso è oscillante. La norma tradizionale prescriveva essere (secondo FORNACIARI 1881: 160 i tipi ha piovuto, ha tonato e simili erano «modi contrarii al parlar di Firenze ed anche alla consuetudine piú comune degli scrittori»); ma ormai si ha piena concorrenza di essere e avere in qualunque livello di lingua e senza apprezzabili sfumature semantiche (cfr. JACQMAIN-MEERTS 1981: 215-228; di qui gli esempi): «aveva nevicato tutta la mattina» (Moravia) / «la mattina era piovuto» (Cassola).

Lo stesso dice la Crusca:

Il verbo piovere è indicato nella maggior parte dei dizionari come difettivo e, nell’uso intransitivo impersonale, cioè quando ha il significato di ‘cadere della pioggia dal cielo’, può formare i tempi composti sia con l’ausiliare essere che con avere (es. “ieri è piovuto tutto il giorno” o “ieri ha piovuto tutto il giorno”).

Cessiamo dunque d’inventare sfumature falotiche. :)
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

Aggiungo, per finire, che la distinzione fantasma non la fa nemmeno il Gabrielli: nel suo dizionario bivolume, sotto piovere, scrive: «aus. essere, meno bene avere» e in Si dice o non si dice? (Milano, Mondadori, 1976, p. 214):

E questo [il passaggio all’aus. avere] accade perché chi parla si crea inconsciamente un soggetto che compie l’azione, in questo caso un soggetto che può essere il cielo, il tempo o qualcosa di simile, come se si dicesse insomma «oggi il cielo ha piovuto a catinelle». In conclusione, senza tanto sottilizzare, si può dire che tutt’e due gli ausiliari sono ammessi, e che «ha piovuto» o «è piovuto» sono entrambe forme corrette.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
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bubu7
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Intervento di bubu7 »

Questa opinabile distinzione è riportata anche dall'autorevole Treccani sotto la voce piovere:
...ausiliare essere, oppure avere quando si vuole indicare più lunga durata.
:roll:
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Fausto Raso
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Intervento di Fausto Raso »

bubu7 ha scritto:Questa opinabile distinzione è riportata anche dall'autorevole Treccani sotto la voce piovere:
...ausiliare essere, oppure avere quando si vuole indicare più lunga durata.
:roll:
Anche "Sapere.it" (De Agostini) riporta la medesima distinzione in tutti i verbi meteorologici:
http://www.sapere.it/gr/DictionarySearc ... &Trova.y=9
http://www.sapere.it/gr/DictionarySearc ... e&x=27&y=5
http://www.sapere.it/gr/DictionarySearc ... e&x=26&y=5

Dimenticavo: Stessa distinzione nel "Sandron" alla voce 'piovere'.
«Nostra lingua, un giorno tanto in pregio, è ridotta ormai un bastardume» (Carlo Gozzi)
«Musa, tu che sei grande e potente, dall'alto della tua magniloquenza non ci indurre in marronate ma liberaci dalle parole errate»
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Federico
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Intervento di Federico »

bubu7 ha scritto:Questa opinabile distinzione è riportata anche dall'autorevole Treccani sotto la voce piovere:
...ausiliare essere, oppure avere quando si vuole indicare più lunga durata.
:roll:
Può darsi allora che questa fosse l'opinione dominante fra i linguisti fino a qualche decennio fa.
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bubu7
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Intervento di bubu7 »

Come abbiamo ripetuto tante volte, caro Fausto, non si possono mettere sullo stesso piano tutte le fonti lessicografiche.

Nonostante io condivida la posizione di Marco il fatto che questa puntualizzazione sia riportata dal Treccani inviterebbe a ricercare l'origine di questa presunta distinzione.
Federico ha scritto:Può darsi allora che questa fosse l'opinione dominante fra i linguisti fino a qualche decennio fa.
Non credo che si possa parlare di opinione dominante. La maggior parte dei più importanti lessici della prima metà del Novecento non riporta questa distinzione. Rimane il fatto che l'uso attuale non la contempla né, tantomeno, la contempla la nostra tradizione letteraria.
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Intervento di Fausto Raso »

La grammatica di Maurizio Dardano e Pietro Trifone (pag.220) non fa alcuna distinzione; fa, però, i seguenti esempi: ieri è piovuto; ha piovuto tutta la notte.

Il secondo esempio - a mio avviso - fa ritenere che l'uso di avere indica la durata del fenomeno atmosferico. :wink:
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Intervento di bubu7 »

Fausto Raso ha scritto: Il secondo esempio - a mio avviso - fa ritenere che l'uso di avere indica la durata del fenomeno atmosferico. :wink:
Secondo me, la tua deduzione è arbitraria: fai dire agli autori più di quanto dicano in realtà. :)
Come abbiamo visto altre grammatiche, almeno altrettanto autorevoli, dichiarano esplicitamente il contrario.
La lingua è un guado attraverso il fiume del tempo. Essa ci conduce alla dimora dei nostri antenati.
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Intervento di Fausto Raso »

Leggo dalla grammatica di Battaglia e Pernicone (ed. 1987, pagina 218) una cosa sorprendente perché, in un certo senso, è l'opposto di quanto riportano altre grammatiche, parentesi mia:
Nei tempi composti (i verbi meteorologici) tendono per lo piú a preferire l'ausiliare avere, ma non è infrequente l'uso con l'ausliare essere: è nevicato è piovuto, ecc.
Le altre grammatiche (tutte?) non danno la "precedenza" al verbo essere?
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Intervento di Marco1971 »

Nella mia edizione (1984, p. 354) c’è scritto: «Nei tempi composti, con l’ausiliare essere; meno comunemente, con l’ausiliare avere».

Riguardo a quanto dice il Treccani: nel rifacimento monovolume (De Felice-Duro) l’affermazione è sfumata con un per lo piú: «aus. essere, e solo nell’uso proprio, con valore per lo piú durativo, anche avere

Come ho scritto a Fausto in privato, quest’indicazione puramente soggettiva sarà dovuta a qualche redattore di grammatica per le scuole medie che, un giorno, alzatosi di buon’ora e pieno d’ispirazione, stese quella regola tramandatasi di manuale in manuale come solo le regole fasulle si tramandano (stessa origine ipotizzo per la perdita dell’accento in sé stesso e le altre varie regole del tipo «Non si comincia una frase con un gerundio o con una congiunzione», ecc.).
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
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Intervento di bubu7 »

bubu7 ha scritto: Nonostante io condivida la posizione di Marco il fatto che questa puntualizzazione sia riportata dal Treccani inviterebbe a ricercare l'origine di questa presunta distinzione.
Ecco una delle probabili fonti del Treccani. La sua autorevolezza ci dovrebbe spingere a guardare con occhio meno critico alla distinzione; almeno per quanto riguarda il suo accoglimento nel recente passato.
La citazione è tratta da B. Migliorini Lingua e stile, Le Monnier (1968).
...con questi verbi l'ausiliare è essere, raramente avere. L'uso dell'uno o dell'altro ausiliare può dar luogo a sfumature di significato: è piovuto (si pensa alle conseguenze dell'azione e al suo possibile ripetersi), ha piovuto tutta la notte (azione continua).
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Intervento di Marco1971 »

Grazie. Ma rimane qualcosa che non torna: la sfumatura, secondo il Treccani, si applicherebbe al solo verbo piovere, visto che per nevicare e grandinare dice solo essere o avere... :roll:

Noto che anche Luciano Satta, in Scrivendo e parlando [Firenze, Sansoni, 1988, p. 28], vi accenna:
In genere, come mostra quest’esempio [è/ha corso], avere è appunto preferito nelle azioni continuate. Perciò secondo noi sta meglio dire «Ha piovuto due giorni e due notti», ma «È piovuto, mettiti gli stivaletti». E spiovere, che è azione istantanea, noi lo preferiamo con essere: «Ha piovuto tanto, ma ora è spiovuto».
Ma qui si parla di preferenza personale, non di regola. Io ho l’impressione che la gente questa distinzione non l’avverta, e che il prevalere di avere sia da ricercare nella generale espansione di quest’ausiliare ai danni di essere.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
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Intervento di Marco1971 »

Nell’intervento iniziale ho dato solo due esempi. Porto altra acqua al mio mulino (:D), con queste quattro citazioni (completabili con centinaia d’esempi d’autore reperibili grazie a Google Books – e ho visto oggi per caso che ora c’è anche Google Scholar, che consentirebbe, se ho capito bene, di fare ricerche in documenti di stampo accademico come tesi, articoli, ecc.):

Suonava la messa dell’alba a San Giovanni; ma il paesetto dormiva ancora della grossa, perché era piovuto da tre giorni, e nei seminati ci si affondava fino a mezza gamba. (Verga, Mastro-don Gesualdo)

Era un venerdí di primavera, era piovuto tutto il mattino, poi aveva soffiato un vento freddo senza spazzar via le nuvole. (Oriani, Quartetto)

Pioveva anche quel giorno; e tutta la notte era piovuto. (Pirandello, L’uomo solo)

E perché tutto il giorno era nevicato assai forte, la massara discese a basso per spazzar la neve dinanzi a la porta. (Bandello, Novelle)

E a questo punto confesso anche che personalmente mi avvalgo del solo essere coi verbi meteorologici (o atmosferici che dir si voglia), sonandomi avere poco elegante (e questo è dichiaratamente soggettivo).
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
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