«Tranne io» / «tranne me»

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Rubicante
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«Tranne io» / «tranne me»

Intervento di Rubicante » lun, 05 gen 2009 13:27

Qual è la forma più corretta?
Vi ringrazio.

Fausto Raso
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Intervento di Fausto Raso » lun, 05 gen 2009 19:02

Se non sarò smentito dal cortese Marco la forma corretta è: tranne me
«Nostra lingua, un giorno tanto in pregio, è ridotta ormai un bastardume» (Carlo Gozzi)
«Musa, tu che sei grande e potente, dall'alto della tua magniloquenza non ci indurre in marronate ma liberaci dalle parole errate»

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 » lun, 05 gen 2009 19:31

Grammaticalmente, e seguendo l’etimologia (tranne = ‘trai/escludi da questo’), la forma corretta sarebbe – come ha già detto Fausto – tranne me, visto che il pronome assume funzione di complemento oggetto. Tuttavia si trovano anche esempi di tranne io; eccone due (gli unici presenti nella LIZ[a]):

“Ma Lei” diss’ella “trova che c’è tanto piacere umano, qui? Tranne io, in questo momento” soggiunse con una voce strascicata e ridente che attenuava la dolcezza delle parole “tranne forse un pochino anche Lei, più o meno si seccan tutti. Non ha visto che mutrie? Pare gente che aspetti il suo turno nella sala di un dentista. Per fortuna c’è quel signore color carota che si diverte!” (Fogazzaro, Piccolo mondo moderno)

E anche lui è morto! Sotto quell’aspetto mite e sereno, sotto quel sorriso che, tra gli amici, gli brillava fisso nei piccoli occhi azzurri, tutti credevano ad un’anima lieta e spensierata; nessuno, tranne io, ad un carattere pensoso e forte. (Fucini, Le veglie di Neri)

Nella stessa banca dati si trova però una sola occorrenza di tranne me:

Ed ella mi amava davvero ed io n’era convinto. Innanzi agli occhi di lei era sparita ogni cosa tranne me: un giorno trovai sul tavolino una lettera di casa sua che dal bollo postale riconobbi esser giunta da una settimana e che pure essa non si era curata di aprire. (Imbriani, Merope IV)

Ma Google Libri ci mostra la prevalenza di tranne me (623) su tranne io (345), forma, quest’ultima, che non condannerei.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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