«Mi viene pensato»

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herato
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«Mi viene pensato»

Intervento di herato » gio, 22 gen 2009 17:59

Salve a tutti,
vorrei sottoporvi il seguente problema: un mio amico usa l'espressione "mi viene pensato" per dire "mi viene da pensare/mi viene in mente".
Secondo me e` scorretta, ma mi potrei sbagliare.
Che mi sapreste dire a proposito?

grazie mille


Francesca

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 » gio, 22 gen 2009 18:39

Sebbene quest’espressione non mi paia molto comune, è tuttavia corretta. Cito dal Battaglia:

Venire 28. In unione con un part. pass. indica che qualcosa accade indipendentemente dalla volontà di qualcuno, o per improvvisa casualità (in partic. nelle espressioni Venir fatto, venir detto).

Boccaccio, Dec., 3-4: Dopo molto gli venne pensato a Don Felice un modo da dovere potere essere con la donna in casa sua senza sospetto, non obstante che fra Puccio in casa fosse.

Firenzuola, 259: E’ mi venne veduto attaccato a una colonna, che essendo nel mezzo sosteneva la trave del palco, un tabernacoletto.

D. Bartoli, 9-29-1-24: Come prima mise il piè in sul lito, gli vennero osservate certe figure geometriche disegnate quivi nella rena.

Lucini, 4-258: Davanti alla rapidità, con cui foggia nuovi mondi istrionici, ci vien fatto proprio di maravigliare.

Tecchi, VIII-199: «Non posso giudicare mio padre», gli venne fatto a un certo momento di pensare, come se dal profondo di quelle nebbie potesse sorgere un pensiero.


Mi sembra che questo costrutto sia d’uso comune solo con detto e fatto.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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Roberto Crivello
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Intervento di Roberto Crivello » ven, 23 gen 2009 21:03

Come si fa a sapere se è o no un hapax boccacciano?

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 » sab, 24 gen 2009 1:36

Se ne trovano diverse occorrenze con Google Libri, e non è un hapax nemmeno in Boccaccio.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 » sab, 24 gen 2009 2:49

Ecco gli esempi boccacciani (gli altri, ognuno se li può cercare):

E così dolendosi, gli venne pensato che se prima che alcuno altro al campo andasse armato, dicendo che la donna dovea morire, egli, lasciandosi vincere, la potea scampare: e così il pensiero mise in effetto, e fu campata la donna. (Boccaccio, Filocolo, libro 4, 55)

Alcuna altra volta con più gravezza mi venne pensato lui avere il piè percosso nel limitare dell’uscio della nostra camera, sì come la fedele serva m’avea ridetto... (Boccaccio, Elegia di Madonna Fiammetta, cap. 3, 3)

Or pure, avendo molti pensieri avuti a dover trovare alcun modo d’esser con essolui e molto ancora da lui essendone sollicitata, le venne pensato di tener questa maniera: che, con ciò fosse cosa che la sua camera fosse lungo la via e ella si fosse molte volte accorta che Arriguccio assai a adormentarsi penasse ma poi dormiva saldissimo, avvisò di dover far venire Ruberto in su la mezzanotte all’uscio della casa e d’andargli a aprire e a starsi alquanto con essolui mentre il marito dormiva forte. (Boccaccio, Decameron, giorn. 7, nov. 8)
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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