tengo a che / tengo che

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bartolo
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tengo a che / tengo che

Intervento di bartolo » lun, 16 feb 2009 17:14

Un aiuto: «[Ci] tengo a che questo esame vada bene»; «[ci] tengo che questo esame vada bene»: qual è la forma corretta? Chiederei inoltre a chi avrà la bontà di rispondermi di spiegarmi anche la ragione dell'opzione per l'una o per l'altra forma. Grazie!

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 » lun, 16 feb 2009 17:51

Di a che avevamo parlato qui.

Stabilito che a che non deve subire ormai piú alcuna censura puristica, essendo accolto nell’uso cólto, non appare tuttavia necessario col verbo tener[ci] (si veda anche l’esempio del Sabatini-Coletti: ci terrei che tu venissi); ma sembra quasi obbligatorio il ci:

Poscia mostra che il mutamento non viene dall’essere, né da Dio, ma dal nostro non essere; e che, sendo noi composti di ente e niente, quello da Dio ricevuto e questo da noi, sempre torniamo al niente, e Dio ci tiene che non ci annulliamo. (Campanella, Scelta di poesie filosofiche)

E questo perché nella tradizione letteraria s’incontra di frequente tengo che per ritengo/reputo che. Ecco allora che, tolto il ci, torna comoda la costruzione disambiguante con a che: Terrei a che tu venissi.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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bartolo
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Intervento di bartolo » lun, 16 feb 2009 18:27

Marco1971 ha scritto:Di a che avevamo parlato qui.
Smemorato! Un filone che avevo inaugurato io! Chiedo scusa! :oops:

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 » lun, 16 feb 2009 18:39

Non c’è di che scusarsi: il suo quesito ci ha permesso di esaminare il caso particolare di tener[ci]. :)
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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