«Fa rapidissima a»

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Giorgio1988
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«Fa rapidissima a»

Intervento di Giorgio1988 » mer, 18 feb 2009 2:30

«Fa rapidissima, Annie Motleri, a raggiungere la porta, ciocche scomposte di capelli grigi piovendole sulla fronte, quando echeggiarono ripetuti colpi di qualcuno che chiedeva di entrare.»
È Buzzati (Crescendo, in Le notti difficili). Non è un costrutto curioso? In quest’accezione semantica, credevo che solo il verbo essere potesse costruirsi insieme con l’aggettivo e la preposizione aÈ rapidissima, Annie Motleri, a raggiungere la porta»). In alternativa, conosco locuzioni verbali costituite da verbo + avverbio/locuzione avverbiale («Fa prestissimo/Fa in fretta/Ci mette un attimo/ ecc.»). Fare rapidissimo a, invece, mi era affatto ignoto. Qualcuno ne sa qualcosa?

Giorgio

P.S.: Ho pensato anche ad un refuso che riporti Fa in luogo di Fu, ma una ricerca su Google Libri (Gugollibri) suggerisce che non è così, a meno che non si prenda in considerazione l’ipotesi che l’errore si ripeta dal 1971 (anno dell’edizione che appare nei risultati della biblioteca virtuale) al 2008 (anno dell’edizione in mio possesso). D’altro canto stona non solo il costrutto, ma anche la consecutio temporum: «Fa rapidissima» sarebbe l’unico presente in un contesto di passati. Ovvio che se mi confermaste l'inesistenza della forma in oggetto, si tratterebbe davvero di uno di quegli «inespungibili/ refusi».

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 » mer, 18 feb 2009 3:19

Buzzati è forse l’ultimo grande scrittore del Novecento. Ho bella e chiara quella Notte difficile, e qui vedrei un dialettalismo.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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Giorgio1988
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Intervento di Giorgio1988 » mer, 18 feb 2009 14:57

Buzzati è forse l’ultimo grande scrittore del Novecento.
Mi trova sempre d'accordo con lei.
Mille grazie per il suo aiuto! :D

Giorgio

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bartolo
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Intervento di bartolo » mer, 18 feb 2009 16:49

Marco1971 ha scritto:Ho bella e chiara quella Notte difficile, e qui vedrei un dialettalismo.
Buzzati era un grande giornalista, emblematici gli incipit di moltissimi suoi racconti che assomigliano - nell'osservanza dell'aurea regola delle "cinque W" - agli attacchi degli articoli dei quotidiani. Proprio per questa caratteristica stilistica, oltre che per l'uso di un linguaggio quasi sempre poco connotato (standard, per così dire), sarei tentato di interpretare l'espressione in oggetto come un iniziale refuso, poi successivamente "coonestato" dagli editor.

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 » mer, 18 feb 2009 17:57

A un attento esame, credo che abbia ragione Giorgio a pensare a un refuso per fu, e questo perché la narrazione è tutta al passato remoto (riscossero, fece, si sciolse, trovò, disse, arretrò, echeggiarono, girò, abbassò, gemette). Inoltre c’è perfino un trapassato remoto (ebbe aperto), e quel presente stona fortemente, senza contare che, come dice Bartolo, Buzzati ha di solito uno stile curato e non potrebbe aver commesso un errore di grammatica come questo.

P.S. Editor? :evil:
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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bartolo
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Intervento di bartolo » mer, 18 feb 2009 18:19

Marco1971 ha scritto:P.S. Editor? :evil:
Ha ragione: "proto", "correttore di bozze", "curatore editoriale", "revisore del testo"... Quanta ricchezza! :)

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 » mer, 18 feb 2009 18:22

bartolo ha scritto:Ha ragione: "proto", "correttore di bozze", "curatore editoriale", "revisore del testo"... Quanta ricchezza! :)
:)

La frase dovrebbe quindi essere:

Fu rapidissima, Annie Motleri, a raggiungere la porta, ciocche scomposte di capelli grigi piovendole sulla fronte, quando echeggiarono ripetuti colpi di qualcuno che chiedeva di entrare.

(La mia è la terza ristampa, del febbraio 1986. È davvero sorprendente che nessuno si sia accorto del refuso.)
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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