pronominalizzazione

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nicola
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pronominalizzazione

Intervento di nicola » gio, 25 nov 2004 13:03

Mi sono chiesto se è corretta la pronomizzazione (sembra una minaccia) con “lo” di un aggettivo che funge da complemento predicativo del soggetto, nel caso in cui lo stesso “lo” si riferisca a un aggettivo che sarebbe normalmente accordato in modo diverso (per genere o numero) da quello pronomizzato.
Faccio due esempi:“I ragazzi sono belli, e anche Mario lo è”. “Le ragazze sono belle, e anche i ragazzi lo sono”.
Non sapendo darmi una risposta, rivolgo a voi il quesito.

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Marco1971
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Pronominalizzazione: un biasimato «lo»

Intervento di Marco1971 » gio, 25 nov 2004 19:19

Le trascrivo quanto scrisse Aldo Gabrielli nel suo Si dice o non si dice?, Milano, Mondadori, 1977, pp. 169-171:

«In una vecchia ma non dimenticata opera del Morselli, Glauco, il protagonista dice rivolto a Scilla: “Tu sei saggia e io non sono”. Altri avrebbe detto “e io non lo sono”. Quale delle due forme è preferibile?

L’uso di questo lo invariabile in unione di una forma del verbo essere — “e io non lo sono” — fu sempre avversato dai puristi piú intransigenti, e ancor oggi, sebben meno acremente, le grammatiche gli storcono la bocca. Non perché sia errato, ma perché spesso appare pleonastico e inelegante: “Siamo poveri, ma presto non lo saremo piú”; “È impiegato da voi?” “Lo era, ma si è dimesso”. Esaminiamo questi due esempi, e vediamo subito che questo lo, sia pur pesante e impaccioso, non è evitabile, salvo che non si voglia dare un diverso giro al discorso. Primo esempio: “Siamo poveri, ma presto non lo saremo piú”: potremo mutare in questo modo: “Siamo poveri, ma presto non saremo piú tali” o anche “ma presto non saremo piú poveri”, oppure “ma presto diventeremo ricchi”, che altererebbe però il valore originario della frase. Secondo esempio: “È impiegato da voi?” “Lo era, ma si è dimesso”: per evitare il lo bisogna ripetere: “Era impiegato, ma si è dimesso”.

Come s’è detto, in queste due frasi il lo non è proprio un intruso, anche se per qualcuno non ha una faccia simpatica. Dove invece appare intruso davvero, e da mettere alla porta, è in questi altri esempi: “Lei è bella, e sua sorella lo è altrettanto”: diciamo: “Lei è bella, e sua sorella altrettanto” e avremo detto meglio la stessa cosa. “Dice di essere ricco, ma non lo è”: diremo meglio: “Dice di essere ricco e non è”, oppure, con piú forza, “e ricco non è”. “Molti furono invitati ma io non lo fui”: diciamo: “ma non io”, e piú incisivamente “ma io no”. “Era paziente con tutti, ma non lo era con i maleducati”: mutiamo cosí: “ma non altrettanto con i maleducati”, o anche “meno che con i maleducati”.

Ma ora che lo abbiamo esaminato, discusso, assolto o condannato, domandiamoci: che cos’è esattamente questo lo? Mi par chiaro: è una particella pronominale invariabile di valore neutro che si unisce come predicato nominale a una forma del verbo essere col significato generico di “questa cosa”, “questo”, “ciò”, “tale” e simili: “Diceva di essere ricco e non lo era”, vale a dire “e tale non era”.

È, si badi, di nascita antica, e gli esempi che si potrebbero allineare, a cominciar dal Due-Trecento, son centinaia. Vediamone alcuni. Il Boccaccio nella Vita di Dante: “Solo in una cosa fu impaziente o animoso, cioè in opera appartenente a parti; poiché in esilio lo fu troppo piú che alla sua sufficienza non si apparteneva”. Un esempio di Caro: “Ciascheduno è tanto misero quanto s’immagina d’esserlo”. Del Filicaia: “Ah non mai nato io fossi, o fossi stato — Cieco negli occhi, come il [= lo] fui nel core”. Dei numerosissimi di Daniello Bartoli mi pare che basti questo: “Allegrissimo quanto mai non l’era stato in sua vita”. Veniamo al Redi: “Galeno era veridico, e tutti gli altri menzogneri, siccome ancora lo sono tutti coloro, ecc.”; e al Magalotti: “Capace di formare uno stile, e in quello di riuscir maraviglioso al pari di quello che lo sono stati quegli altri ne’ loro”. E infine il Monti: “Se furono miseri di pensiero, nol furono al certo di stile”. E non sto a tediarvi con i contemporanei, che sono valanga.

Diceva il Fanfani: “So che non vuol chiamarsi (questo lo) errore dai filologi di maniche larghe, e so che a difenderlo si sono recati dal Gherardini sino a 44 esempi, a’ quali io stesso potrei aggiungerne altri cinque o sei. Ma ciò che rileva? Di ciascuna voce e modo piú spropositato si può portare esempio di scrittore citato…; ma sopra l’autorità di gente che niuno crede infallibile ci sta l’uso costante dei migliori, e ci sta il senso di chi dee scegliere tra il buono e il reo”. Parole fin troppo forti, alla maniera dell’ottimo Fanfani. Ma anche qui, come in tante altre dibattute questioni di forma e di stile, si tratta piuttosto d’orecchio e di misura.»

Personalmente, quand’è possibile, cerco di fare a meno di questo costrutto, che mi è poco simpatico... :wink:

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