Punteggiatura

Spazio di discussione su questioni di carattere sintattico

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Intervento di Incarcato » sab, 27 nov 2004 23:02

Vorrei sottopporre all'attenzione del Forum il seguente passo, che ho estrapolato da un saggio introduttivo alle poesie di un grande lirico tedesco.

Dal mio punto di vista qui ci sono diversi ed oggettivi errori nel punteggiare: mi piacerebbe sentire qualche parere.

Ecco di séguito il passaggio:

«Perciò, mentre muovendo dalle stesse premesse, dalla stessa formazione culturale, filosofica, teologica ed estetica, dallo stesso culto per la Grecia, rivissuto in terreno di filosofia germanica e conciliato con la riscoperta romantica del Cristianesimo — Hegel, il sodale di Hölderlin (che indubbiamente dal sodalizio iperionico era stato avviato profondamente alle sue iniziazioni) deviò poi tutta questa grande corrente di una nuova intuizione poetica del mondo sul terreno del panlogismo, e i doni trafugati da Eleusi recò ai piedi della Ragione, coronata con un triregno di concetti puri, — in Hölderlin la sacra corrente seguì il suo legittimo e necessario corso sul terreno di una "poetica assoluta".»

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 » dom, 28 nov 2004 0:08

Secondo me, il testo andrebbe riscritto cosí per quanto riguarda la punteggiatura (a prescindere dallo stile bolso e dalla dubbia sintassi):

«Perciò, mentre muovendo dalle stesse premesse, dalla stessa formazione culturale, filosofica, teologica ed estetica, dallo stesso culto per la Grecia — rivissuto in terreno di filosofia germanica e conciliato con la riscoperta romantica del Cristianesimo — Hegel, il sodale di Hölderlin (che indubbiamente dal sodalizio iperionico era stato avviato profondamente alle sue iniziazioni), deviò poi tutta questa grande corrente di una nuova intuizione poetica del mondo sul terreno del panlogismo, e i doni trafugati da Eleusi recò ai piedi della Ragione, coronata con un triregno di concetti puri, in Hölderlin la sacra corrente seguì il suo legittimo e necessario corso sul terreno di una "poetica assoluta".»

In realtà, mi sembra che questa lunga, involuta frase sia sintatticamente squilibrata:

«... mentre muovendo dalle stesse premesse... Hegel [soggetto] deviò poi tutta questa grande corrente... , in Hölderlin la sacra corrente seguí il suo... corso...»

Quell’in Hölderlin non sta bene, e si dovrebbe usare Hölderlin come soggetto, parallelamente al soggetto Hegel della subordinata.

Per esempio:

«... Hölderlin seguí la sacra corrente sul terreno di una “poetica assoluta”.»

In tal modo non solo si ristabilisce la sintassi, ma si evitano vacue parole. Veramente, la critica letteraria è spesso infarcita di queste pesantezze.

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Intervento di Incarcato » dom, 28 nov 2004 13:02

Vedo che anche lei individua le stesse manchevolezze che vorrei sottolineare io.

In primo luogo, quel "in Hölderlin" (se non vogliamo riscrivere il periodo ex novo) deve essere evidenziato mettendo tra lineeete tutto ciò che lo precede.
Così:

«Perciò — mentre muovendo dalle stesse premesse, dalla stessa formazione culturale, filosofica, teologica ed estetica, dallo stesso culto per la Grecia rivissuto in terreno di filosofia germanica e conciliato con la riscoperta romantica del Cristianesimo Hegel, il sodale di Hölderlin (che indubbiamente dal sodalizio iperionico era stato avviato profondamente alle sue iniziazioni), deviò poi tutta questa grande corrente di una nuova intuizione poetica del mondo sul terreno del panlogismo, e i doni trafugati da Eleusi recò ai piedi della Ragione, coronata con un triregno di concetti puri — in Hölderlin la sacra corrente seguì il suo legittimo e necessario corso sul terreno di una "poetica assoluta".»

In questo modo, se noi eliminiamo tutto quello che sta tra le lineette, perlomeno un senso c'è: «Perciò in Hölderlin la sacra corrente seguì il suo legittimo e necessario corso sul terreno di una "poetica assoluta".»
Senza compiere questa operazione, la principale risulta seppellita da otto o nove righe di subordinate intricate ed incisi mal messi. Del resto, mi pare che le virgole — di cui qui c'è bisogno per altri tipi di pausazione — siano troppo deboli e poco visibili per svolgere la stessa funzione delle lineette.

Secondariamente l'autore ha inserito nell'originale una virgola tra soggetto e predicato (forse in quel garbuglio non se n'è accorto): « ...— Hegel, il sodale di Hölderlin ( ... ) deviò poi tutta questa grande corrente... »

Da ultimo ha affiancato una virgola e la lineetta di chiusura, accumulando due pause quando ne serviva solo una: « ...coronata con un triregno di concetti puri, — in Hölderlin... »

Taccio per clemenza il nome del "critico(?)".

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 » dom, 28 nov 2004 17:52

Non avevo pensato alla soluzione da lei proposta, che in effetti ristabilirebbe una sintassi corretta. Tuttavia, un inciso cosí lungo è spia d’un pensiero nebuloso...

Per quanto riguarda la virgola («Hegel, il sodale di Hölderlin..., deviò...»), mi sembra a posto, poiché evidenzia un’apposizione.

Veramente, la critica letteraria «strascrive». Un giorno, in un seminario sulla formazione del Canzoniere petrarchesco, dovetti fare il sunto d’un articolo di critica. Ebbene, senza nulla togliere alla sostanza, dissi in due pagine quello che era annacquato in venti pagine! Sembra che i critici abbiano cosí poche cose da dire (e spesso cosí poco interessanti) che, per non dover arrossire di tanto deserto concettuale, si sentono in dovere di (tra)vestire le loro idee con vocaboli altisonanti e d’ingarbugliare la sintassi.

Mi viene in mente un brano di Tullio De Mauro, in Guida all’uso delle parole (Roma, Editori Riuniti, 1980, pp. 151-152):

«Diciamo: Il letto è in disordine. Ma sono stanco e a vederlo mi fa venire sonno lo stesso. Chi fatica lavorando o studiando tutto il giorno conosce bene il banale senso di queste due frasette. Espresso cosí, è un senso che capisce a dir poco il 79% degli italiani. Ma diciamo una frase sinonima: Ad onta del suo disordine, il giaciglio mi spira sonno al solo vederlo a causa dell'affaticamento. Abbiamo già ristretto il numero di coloro che possono capire. Ci capiscono, diciamo cosí solo i diplomati, i ragionieri, ecc. Se diciamo infine: Un’aura ipnotica promana comunque dal talamo verso di me nell’atto solo della percezione ottica catalizzata dall’astenia ci capiscono solo i laureati (2,8%), e nemmeno tutti.
Se la questione è giocare a non capirsi, possiamo ancora dire frasi come: L’astenicità del mio privato fa sí che lo sciabugliamento talamico sia auraticamente ipnotico o, per dir meglio, ipnoticamente auratico nella mia introiezione psichica del percetto ottico. O altre simili. Non pare esserci limite noto alla possibilità di oscurare un discorso e di rubare agli altri la possibilità di capirlo senza lunghe e spesso poco utili riflessioni.»

Io ho sempre difeso il celebre motto di Boileau: Ce que l’on conçoit bien s’énonce clairement. Mi pare che anche il pensiero piú profondo si possa esprimere in una lingua senza fronzoli, essenziale, tersa.

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Intervento di Incarcato » dom, 28 nov 2004 22:19

Nella sua correzione della punteggiatura, Lei ha opportunamente inserito la seconda virgola a chiudere l'apposizione... ma nell'originale essa manca! (Hegel, il sodale di Hölderlin ( ... ) deviò poi tutta questa grande corrente...)

Comunque, a parte questo, Lei descrive il saggio che ho citato: si va avanti per sessanta pagine ed oltre a dire sempre gli stessi tre o quattro concetti - sacrosanti e legittimi, intendiamoci - ma annacquati. Il volume ha circa duecento pagine, sono poesie, venti o trenta righette per pagina: e le prime sessanta, fittissime, che a leggerle mi richiede più tempo il critico del poeta!

Ricordo che anche Schopenhauer aveva la stessa idea circa l'importanza della chiarezza (viceversa, per una storica conferma a contraio della verità della sentenza del suo Boileau, vedasi quello stesso Hegel che fa capolino nello stralcio già visto).

P.S.
Ma davvero i laureati italiani sono il 2,8% della popolazione?!

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 » dom, 28 nov 2004 22:49

Giusto, m’era sfuggito il fatto che la virgola ce l’avevo messa io... :oops:

I dati di De Mauro si riferiscono al 1981 (sono dati Istat), e in effetti allora solo il 2,8% della popolazione era laureata. Ma se guardiamo l’incremento in dieci anni (1971-1981), è vertiginoso: 67,3%. Oggi la percentuale sarà molto piú alta!

atticus
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Intervento di atticus » mar, 30 nov 2004 0:43

Date per ottime le correzioni che avete apportato, non Vi pare che tutto il periodo -involuto ansimante brodoso ecc.- sia da ricostruire? Qualche punto in piú, qualche inciso in meno... Chi scrive cosí -avrebbe detto il Leone di Maremma- è una mala persona!

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Intervento di Incarcato » mar, 30 nov 2004 20:36

Sì sì': ha ragione. Io volevo solo rimettere in piedi un periodo.
Ma più che di dande, esso andrebbe riscritto ab imis.

Roberto_P
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Intervento di Roberto_P » dom, 29 gen 2006 7:06

Mi permetto di dare un'opinione in merito a quanto letto sull'argomento:
Se l'intelligenza, o quanto meno la capacità di comprendere le sfumature di linguaggio, o, ancora, l'esprimersi correttamente, fosse una prerogativa esclusivamente riservata a coloro i quali detengono una laurea universitaria, si discriminerebbero tutti gli studiosi autodidatti, che a mio modesto avviso non sono minimamente inferiori a coloro i quali hanno avuto la possibilità di studiare. Vi sono molti esempi, ma il piú calzante, per me, è quello di Ivar Andreas Aasen, poeta e linguista autodidatta di origine norvegese che si adoperò per creare una lingua norvegese (landsmål, o attualmente nynorsk) da contrappore al modelo dano-norvegese ideato dal linguista Wergeland. Non vi è bisogno di dire che l'Italia è piena di codeste persone, - vedasi il Leopardi, per quanto riguardo lo studio delle lingue classiche - come, del resto, il mondo intero.
uno studioso autodidatta di lingue e linguistica

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