«vorrebbe / volesse»

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bubu7
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«vorrebbe / volesse»

Intervento di bubu7 » gio, 13 ago 2009 9:46

Traggo dall'ultimo numero della Crusca per voi (n. 38, aprile 2009) quest'interessante risposta di Luca Serianni.
Mettiamo il caso che venisse una persona che vorrebbe / volesse mangiare.

Si tratta di una relativa con valore finale-consecutivo e indubbiamente il congiuntivo rappresenta il modo d'elezione. Ma il condizionale è sempre possibile, in forza del suo generico valore attenuativo: in luogo di un indicativo, anch'esso accettabile nella nostra frase («che vuol mangiare»), il condizionale sfumerebbe la perentorietà dell'azione. Nell'esempio [...] c'è, in realtà, anche un altro punto che si presta a una doppia soluzione: «Mettiamo il caso che venisse» (congiuntivo imperfetto suggerito dal carattere eventuale della frase) ma anche «Mettiamo il caso che venga» (congiuntivo presente, richiesto dalla normale corrispondenza dei tempi).

C'è una filosofia da trarre da questo episodio? Forse sì.
continua...
La lingua è un guado attraverso il fiume del tempo. Essa ci conduce alla dimora dei nostri antenati.
V. M. Illič-Svitič

Ladim
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Intervento di Ladim » lun, 17 ago 2009 9:27

Queste parole di Serianni (condivisibili senz’altro) aprono una certa prospettiva di riflessione. È noto che le competenze linguistiche dei parlanti si collocano più e meno esattamente all’interno del continuum delle varietà della lingua – cioè a dire che i parlanti possiedono, giusta il loro individualismo sociolinguistico, una certa e peculiare varietà di lingua. Si pensa ovviamente che il possesso di una gamma ampia delle varietà importi un uso esteso del codice, dalle varianti più alte a quelle più basse: la competenza linguistica [attiva e passiva] sarebbe pertanto inclusiva dall’alto verso il basso, ed esclusiva dal basso verso l’alto. Di là dalle idiosincrasie personali (vedi anche idioletti), quindi, un locutore in grado di ordinare i propri pensieri entro il registro «molto formale» dovrebbe riconoscere e approvare la normalità [quando c'è] della lingua in ‘tutti’ i livelli più bassi, anche nelle implicazioni di natura diafasica.

Qui, tuttavia, la presunzione di accedere alla norma letteraria non dà al parlante la possibilità di riconoscere la regolarità [e cioè anche la ‘musicalità’, per dirla con una metafora] sintattica di un esito poco convincente. Così come il «parlante nativo» meno consapevole si scopre deluso nel sapere che non vi è un «sì» o un «no», allo stesso modo quello poco più consapevole – spontaneamente e senza sbagliare – dissente (e non dal grammatico, che è infallibile, e così il suo metodo): dalla lingua (da un determinato uso).

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