«Mancare» verbo transitivo?

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«Mancare» verbo transitivo?

Intervento di Fausto Raso » sab, 23 set 2006 19:16

Probabilmente qualcuno mi taccerà di “conservatorismo linguistico” se mi permetto di sostenere, in questo libero Forum, il fatto che il verbo “mancare” è e deve restare solo intransitivo: mancano pochi giorni allo scioglimento delle Camere. Non è corretto, per tanto, adoperarlo in senso transitivo con il significato “improprio” di fallire, perdere, sbagliare, e simili, come si legge, spesso, nelle cronache sportive dei quotidiani: il giocatore Caio “ha mancato” il colpo. In questo caso, e in altri simili, i soli verbi appropriati sono, per l’appunto, “sbagliare”, “perdere”, “fallire”, ecc.: Caio “ha sbagliato” il colpo. E a proposito di “tacciare”, mi è venuto alla mente, per assonanza, il verbo “tacere” che nella prima persona plurale del presente indicativo e del presente congiuntivo deve raddoppiare la “c”: noi tacciamo. Seguono la medesima regola i verbi “piacere” e “giacere”: noi piacciamo; noi giacciamo. Perché? È presto detto. Nella grafia i suddetti verbi hanno subito la pronuncia dei dialetti meridionali che – al contrario di quelli settentrionali – tendono al raddoppiamento delle consonanti.

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Intervento di Marco1971 » sab, 23 set 2006 19:41

Il verbo mancare nel senso di «sbagliare, fallire; non colpire, non giungere a segno; non riuscire a conseguire un intento, ad attuare un progetto, a portare a termine un lavoro» è attestato già in Livio volgarizzato (prima metà del Trecento) e si trova presso uno scrittore attentissimo come D’Annunzio:
Tentò se potesse prendere Ardea al primo assalto; e perché mancò il suo pensiero, pose l’assedio alla città e attorniolla di battifolli e d’ingegni. (Livio volgar.)

Il superstite rivide il violinista nell’atto d’improvvisare, mentre egli lo accompagnava al pianoforte con un’ansietà quasi insostenibile, cercando di seguirlo, d’indovinarlo, temendo sempre di... prendere un accordo falso, di mancare una nota. (D’Annunzio)
Siccome la grammatica s’è sempre fondata sull’uso degli scrittori e questi hanno adoperato transitivamente, sin dal Trecento, il verbo mancare, non appare ragionevole considerare errato quanto ha avuto corso plurisecolare.

Fausto Raso
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Intervento di Fausto Raso » sab, 23 set 2006 20:42

Riporto quanto scrive Aldo Gabrielli nel suo “Dizionario Linguistico Moderno”: “Mancare in italiano è sempre intransitivo: È mancata la luce per tutta la notte; è quindi errato farlo transitivo, come i Francesi, nel significato di ‘fallire, perdere, mancare e simili”.
Il “Dizionario grammaticale” (per il buon uso della lingua italiana) di Vincenzo Ceppellini riporta: “Verbo intransitivo. Quando significa ‘commettere mancanza o sbagliare’ si coniuga con avere; quando invece significa ‘venir meno, morire, spegnersi’ si coniuga con l’ausiliare essere. (…) Si noti poi che è scorretto l’uso di questo verbo transitivamente (…).

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Intervento di Marco1971 » sab, 23 set 2006 21:06

Secondo me, caro Fausto, il Gabrielli e il Ceppellini non hanno fatto spogli sufficienti, altrimenti si sarebbero resi conto dell’antichità di questa costruzione, che non mi pare avversabile proprio perché consacrata dalla penna d’illustri scrittori.

Fausto Raso
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Intervento di Fausto Raso » sab, 23 set 2006 22:32

Marco1971 ha scritto:Secondo me, caro Fausto, il Gabrielli e il Ceppellini non hanno fatto spogli sufficienti, altrimenti si sarebbero resi conto dell’antichità di questa costruzione, che non mi pare avversabile proprio perché consacrata dalla penna d’illustri scrittori.
Non sono i soli, però. Anche Mauro Magni nel suo libretto "4000 errori d'italiano" scrive: "(Mancare) dovrebbe essere usato solo come verbo intransitivo: al suo arrivo mancano due settimane; è mancata la benzina. Non è corretto dargli significato transitivo usandolo nel senso di fallire, sbagliare, perdere, non colpire, non cogliere nel segno, in modi come 'mancare un'occasione, mancare un fagiano, mancare una rete (nel gergo di calcio: sbagliare). Cosí invece di 'omicidio mancato' si dica: omicidio non riuscito, tentato omicidio".

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Intervento di Marco1971 » sab, 23 set 2006 22:45

Il libro di Mauro Magni è pieno d’inesattezze, però. Ne stenderò la lista prossimamente. ;)

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Intervento di Federico » sab, 23 set 2006 23:07

Anche a me pare del tutto normale l'uso transitivo di mancare.
Forse, a giudicare dalla frase «è quindi errato farlo transitivo, come i Francesi», si è giustificata una personale idiosincrasia classificando come francesismo una costruzione che tale non sembra essere.

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Intervento di Fausto Raso » sab, 23 set 2006 23:13

Marco1971 ha scritto:Siccome la grammatica s’è sempre fondata sull’uso degli scrittori e questi hanno adoperato transitivamente, sin dal Trecento, il verbo mancare, non appare ragionevole considerare errato quanto ha avuto corso plurisecolare.
Sono d'accordo (quasi) con lei, caro Marco, la grammatica si fonda sull'uso degli scrittori, ma non sempre si può giurare sulle parole del Maestro. Oggi chi direbbe "i stemmi", "i zefiri", "il zappatore" (G. Leopardi); "un spergiuro" (G. Berchet); "un zoccolo" (A. Tassoni); "il zibetto", poi corretto in "lo" (G. d'Annunzio)?

P.S. Anche la grammatica "Guida pratica per scrivere e parlar bene" di Giuseppe Pittàno registra il verbo "mancare" solo intransitivo.

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Intervento di Marco1971 » dom, 24 set 2006 2:16

Il caso degli articoli appartiene, come lei ben sa, al campo della morfosintassi, che, entro certi limiti, può subire trasformazioni di secolo in secolo senza snaturare la lingua: una sequenza come /iltsappa'tore/ non iscompagina la prosodia dell’italiano; s’è affermata la forma /lotstsappa'tore/, piú ligia alla genuina fonetica italiana, e questo nessuno lo riproverebbe (anche se la forma leopardiana e di altri autori è sempre giustificabile). La trasformazione dell’aureo pruova nell’argenteo prova è un altro esempio dei cambiamenti che l’italiano può accogliere restando sé stesso.

E resta sé stesso anche coll’impiego di costruzioni antiche, come quella di mancare transitivo. Noi possiamo e dobbiamo respingere la mancanza della preposizione ‘a’ con aggettivi come attinente, inerente, afferente, ecc., ma solo perché tali costrutti sono in contrasto, oltreché col latino, con la tradizione letteraria, che giunge fino ai giorni nostri. Ma la ragione dovrebbe suggerirci di prendere cum grano salis certe affermazioni presenti in alcuni libri che si vorrebbero ‘guide’ al bello scrivere. Spesso si mostra che tali opere sono di stampo puristico, e con criteri labili.

Sono del parere che le innovazioni compatibili col sistema lessicale e sintattico dell’italiano non si debbano rifiutare per amore di certe «regole», talvolta arbitrarie e prive di fondamento (si pensi alle regolette senza senso della virgola, del gerundio e del sé stesso). Ma nel caso di mancare transitivo, siamo di fronte a un uso ben attestato da lungo tempo; il purismo, allora, non ha ragion d’essere.

Tempo fa, in queste medesime stanze, parlai di appropriarsi, che nell’uso migliore dovrebbe essere transitivo (appropriarsi qualcosa, come sempre s’è scritto da tempo immemorabile). Tuttavia, oggi s’è imposto appropriarsi di qualcosa; non mi piace, ma l’accetto come un’evoluzione che non danneggia il sistema della lingua, perché segue strade battute come quella dell’analogia (impadronirsi e impossessarsi vogliono ‘di’). Non mi garba (e lo rifiuto) digitale per numerico, perché in contrasto col nostro lessico; cionnonostante lo considero un male minore rispetto a chi, credendo di fare sfoggio di cultura, dice e scrive *un affaire intricato invece del corretto un’affaire intricata.

I giudizi sulla correttezza andrebbero sempre considerati da un punto di vista storico. Un uso presente nella lingua per oltre ottocento anni non si può subitamente escludere; un uso nuovo, in armonia con le strutture della lingua e col sistema lessicale, si deve invece accogliere se costituisce un arricchimento delle possibilità espressive.

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Intervento di Federico » lun, 25 set 2006 20:19

Marco1971 ha scritto:[...] un uso nuovo, in armonia con le strutture della lingua e col sistema lessicale, si deve invece accogliere se costituisce un arricchimento delle possibilità espressive.
Senza pretendere però di poter giudicare sempre e comunque delle necessità espressive altrui, fermo restando naturalmente il diritto e anzi il dovere di non farle proprie se non le si condivide, e anche di farlo notare (civilmente e pacatamente: come fa lei, appunto).

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Intervento di Marco1971 » lun, 25 set 2006 23:06

Infatti ho parlato d’arricchimento delle possibilità espressive (sottinteso: della lingua), non delle sempre soggettive necessità individuali.

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Intervento di Federico » mar, 26 set 2006 19:13

Marco1971 ha scritto:Infatti ho parlato d’arricchimento delle possibilità espressive (sottinteso: della lingua), non delle sempre soggettive necessità individuali.
Naturalmente: il mio voleva solo essere un chiarimento, non diretto a lei.

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Intervento di Marco1971 » mar, 26 set 2006 23:32

Anche il mio era un chiarimento. Ma di chiarimento in chiarimento si finisce, talvolta, nell’ottenebramento. ;)

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Intervento di Federico » mer, 27 set 2006 21:20

Marco1971 ha scritto:Anche il mio era un chiarimento. Ma di chiarimento in chiarimento si finisce, talvolta, nell’ottenebramento. ;)
O piú che altro sfinimento.

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