Attuali linee di tendenza del sistema linguistico italiano

Spazio di discussione su questioni di fonetica, fonologia e ortoepia

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Federico
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Intervento di Federico » sab, 07 ott 2006 21:09

methao_donor ha scritto:Scusate se interrompo la discussione con un appunto che c'entra relativamente poco, ma... potrebbe dirmi dove procurarmi maggiori informazioni a tal riguardo?
Sinceramente non mi ricordo né quando né dove ho appreso di tale esperimento (credo però nell'ultimo anno).

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Infarinato
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Re: Attuali linee di tendenza del sistema linguistico italia

Intervento di Infarinato » mer, 25 ott 2006 13:09

Infarinato ha scritto:Quello su cui non c’intendiamo (e non s’intendevano Migliorini e Castellani col Devoto) è la definizione di «strutturale» (e quindi sul peso che si dà a questo tipo di «mutamento», che per i neopuristi non è appunto tale): cosa, questa, di non poco conto e per la quale la rimando all’intervento che devo ancora scrivere (:mrgreen:)…
Scritto. :)

amicus_eius
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Intervento di amicus_eius » dom, 10 dic 2006 3:43

Rileggendomi la discussione ed esaminando gli annessi e connessi, mi sono da tempo formato un'opinione precisa, che riassumo in parole pauperrime.

Alla fine dei conti, non è improbabile che nel medio termine si imponga effettivamente, nell'italiano, un sistema semi-produttivo fatto di parole terminanti apparentemente in consonante (in realtà, i sonagrammi registrano, anche nei parlanti colti, alla fine di parole come "nord" e "colf" la presenza di uno schwa ultrabreve). Tale sistema semiproduttivo sarebbe, sul piano morfologico, avvicinato a quello dei nomi con plurale a desinenza zero. In linea generale, l'adattamento fonetico dei forestierismi sembrerebbe orientato verso l'eliminazione, all'interno di parola, di fonemi estranei, e verso la riduzione spontanea delle vocali lunghe, senza rinunciare alla terminazione consonantica, segno distintivo. Appare anche verosimile che la presenza degli anglismi sarà forte, come collezione di varianti lessicali socialmente marcate del diasistema italiano, finché l'inglese sarà lingua dominante. Tuttavia, ribadisco, l'italiano ha resistito allo strapotere del francese, uscendone pieno di francesismi, poi abbandonati; verosimilmente resisterà anche allo strapotere dell'inglese. Comunque, sia detto con la massima stima per i trovatori di nuovi conii, è improbabile che la cura si trovi davvero dalle parti di "velopattino", "spazzaturoma" o "vendistica". Più probabilmente, verrà un tempo in cui ci sarà un'altra lingua egemone (il cinese, per esempio, o il giapponese, o l'arabo) e una tecnologia che farà cadere in disuso le parole di marca anglica (il windsurf potrebbe essere sostituito da altro, magari inventato in Cina, e terminante in vocale, quindi meglio adattabile). Non ragioniamo pertanto come se il tempo presente e il dominio dell'inglese siano ultimativi e intrascendibili.

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 » lun, 11 dic 2006 1:11

Ci sono segni concreti e incontrovertibili che farebbero presagire una piú o meno vicina caduta dell’impero linguistico anglo-americano? Personalmente, dubito che l’inglese venga sostituito, come lingua internazionale, dal cinese o dall’arabo... E se anche il windsurf cadesse in disuso, resterebbe la parola nei dizionari, come testimonianza storica, a ricordarci la debolezza d’una lingua divenuta incapace di progresso.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

amicus_eius
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Intervento di amicus_eius » lun, 11 dic 2006 1:47

Ovviamente, non ci sono segni incontrovertibili di nulla... Tuttavia, si può ricordare, con il principe di Salina, che il "sempre" umano non va oltre uno o due secoli al massimo. In ogni caso, il sistema anglo-americano mostra parecchi cedimenti (sul piano politico, forse non ci sarebbe tanto da gioire...), fra la non capacità di risolvere la questione medioorientale e la non competitività con la spregiudicata economia della Repubblica Popolare (che di popolare, peraltro, ha solo il nome). Certo, sul piano linguistico la situazione è diversa, ma è verosimile che, con l'arretrare di un'egemonia, e l'avanzare di un'altra, le cose cambino anche dal punto di vista dei vocabolari. E certo, il windsurf resterà nei dizionari, a testimonianza di un'età di indebolimento linguistico (non necessariamente di un indebolimento linguistico in assoluto). Magari, per l'epoca in cui sarà caduto in disuso, se mai avverrà, sarà invalsa una perifrasi, tipo "tavola a vela". O forse, più semplicemente, sarà invalso il sano atteggiamento di non essere sempre del tutto supini a tutte le mode e le egemonie di passaggio (e magari ci sarà un pizzico di decenza e democrazia linguistica in più, il che non guasta mai).

Del resto, il progresso non è un processo oggettivo, e l'evoluzione non ha, nemmeno per le lingue, teleologie assolute, ma avanza spesso secondo una linea di minor resistenza, purtroppo.

__________________

P. s. (un p. s. alquanto lungo): ho fatto l'esempio del cinese tanto per dirne una. Se invece l'Unione Europea si decidesse a diventare una Confederazione un po' meno lasca, è verosimile che la dialettica fra l'inglese e le lingue nazionali si complessifichi, dando luogo a situazioni di difficile previsione.

Alcuni scenari possibili (-e mi rendo conto che mi si potrebbe accusare facilmente di contraddittorietà argomentativa -ma qui sto prospettando ipotesi assai eterodosse e alternative: siamo a un passo dalla fantascienza linguistica, dunque tutto quello che dirò prendetelo col beneficio del dubbio, e se siete di stomaco delicato, o impressionabili, lasciate la sala di proiezione, siori :lol: ):

1) prevalere di altre lingue in Europa, per quanto sia improbabile: il tedesco sarebbe il candidato più adatto, non fosse altro che per la maggior popolazione della Germania e per il fatto che, come lingua, ha una certa influenza nelle nazioni dell'Europa orientale -tuttavia sarebbe un'evoluzione di poco momento, perché le aree di lingua germanica sono alquanto anglizzate e fonotatticamente "spiacevoli" per il purismo strutturale dell'italiano;

2) osmosi fra inglese e lingue nazionali, con varii livelli di creolizzazione (sinistramente, il più probabile), usando degli indicatori da logica fuzzy (mi si passi l'anglismo tecnico, che in fondo finisce in vocale), potremmo dire che l'Irlanda e l'Inghilterra avrebbero un indice di anglizzazione pari a 1, mentre le regioni attigue al Mare del Nord, sarebbero a un livello di anglizzazione pari a 0,9, con una perifericizzazione delle lingue locali, che tenderebbero in ogni caso a semplificarsi moltissimo per l'influsso di superstrato; in Germania si avrebbe una situazione intermendia, con una certa resistenza all'anglicizzazione, i cui indici sfumerebbero rapidamente scendendo verso il confine renano e alpino; le lingue e i dialetti dell'Italia, della Francia e della Spagna (segnatamente le parlate di queste ultime due nazioni) resisterebbero sul piano del materiale linguistico, ma potrebbero subire modifiche e semplificazioni massive della grammatica, sempre per l'influsso di superstrato (perdita del congiuntivo, semplificazione degli accordi nei tempi composti, e altre amenità). Molto verosimilmente, le diverse lingue europee subirebbero comunque una creolizzazione molto forte negli ambiti semantici del linguaggio tecnico-scientifico (almeno finché la ricerca anglo-americana regge: si tenga presente che i settori di punta dell'innovazione si spostano verso Cina e India), e ciò sarà particolarmente vero per i Paesi (come l'Italia) in cui l'innovazione tecnica è debole. Alla fine del processo, l'inglese europeo diverrebbe una sorta di diasistema, con alla periferia la massima conservazione del materiale linguistico locale, pur su una struttura morfosintattica in tutto o in parte anglizzata, e al centro la forma normale dell'inglese britannico (il tutto tenendo presente che le diverse nazioni mostrerebbero per lungo tempo un formale bilinguismo pratico e istituzionale).

3) Uno scenario alternativo, non del tutto improbabile, intermedio sia nel tempo sia nella qualità dei fenomeni di ibridazione, è quello che vedrà il sovrapporsi di influssi settoriali di varie lingue, a partire dai settori trainanti delle varie economie europee e dei vari settori di ricerca, per non parlare di influssi provenienti dalla moda e dallo spettacolo.

4) A questo intrico di situazioni si dovrebbe aggiungere, da un lato, l'emergere dei localismi regionali (si pensi a che cosa potrebbe venir fuori dallo sdoganamento parziale del dialetto incrociato con il forestierismo), dall'altro l'influsso delle lingue dell'Europa orientale (il russo ad esempio) e delle lingue degli immigrati. Consideriamo in più che in questo crogiuolo fenomeni letterari, mediatici e di spettacolarizzazione che cavalchino l'onda dell'ibridismo linguistico, potrebbero avere un fortissimo peso. In tale contesto, lingue nazionali (erose) e inglese (eroso) sarebbero punti di riferimento relativi.

5) Una situazione curiosa potrebbe venir fuori se, nell'area neolatina e nell'area germanica, nascessero due vernacoli comuni alla cinese, delle lingue franche ibride... Ma a questo punto mi fermo, prima che l'intervento prenda definitivamente l'aspetto di un racconto a metà fra lo stile di un Isaac Asimov e di uno Stephen King della linguistica.

I sistemi fonologici (ma a questo punto anche morfosintattici) che potrebbero ingenerarsi e operare nell'italiano (e nelle varie lingue nazionali) renderebbero col tempo lo status linguistico nazionale difficile da descrivere in modo univoco, problematicizzando il ruolo delle grammatiche normative...

Brazilian dude
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Intervento di Brazilian dude » lun, 11 dic 2006 16:33

le lingue e i dialetti dell'Italia, della Francia e della Spagna (segnatamente le parlate di queste ultime due nazioni) resisterebbero sul piano del materiale linguistico, ma potrebbero subire modifiche e semplificazioni massive della grammatica, sempre per l'influsso di superstrato (perdita del congiuntivo, semplificazione degli accordi nei tempi composti, e altre amenità).
Mi scusi la pignoleria, ma in spagnolo non esiste l'accordo fra il participio passato e l'oggetto nei tempi composti:
He comido una manzana.
La manzana que he comido estaba deliciosa.
Los he llamado y los he invitado a la fiesta.

Uri Burton
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RILEVANZA

Intervento di Uri Burton » lun, 11 dic 2006 19:24

Brazilian dude ha scritto:Mi scusi la pignoleria, ma in spagnolo non esiste l'accordo fra il participio passato e l'oggetto nei tempi composti:
He comido una manzana.
La manzana que he comido estaba deliciosa.
Los he llamado y los he invitado a la fiesta.
E dell’argomento di Amicus, sapiente pure nelle cabrate della fantasia, solo questo l’ha colpita?
Uri Burton

amicus_eius
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Intervento di amicus_eius » lun, 11 dic 2006 22:57

Brazilian dude ha scritto:
le lingue e i dialetti dell'Italia, della Francia e della Spagna (segnatamente le parlate di queste ultime due nazioni) resisterebbero sul piano del materiale linguistico, ma potrebbero subire modifiche e semplificazioni massive della grammatica, sempre per l'influsso di superstrato (perdita del congiuntivo, semplificazione degli accordi nei tempi composti, e altre amenità).
Mi scusi la pignoleria, ma in spagnolo non esiste l'accordo fra il participio passato e l'oggetto nei tempi composti:
He comido una manzana.
La manzana que he comido estaba deliciosa.
Los he llamado y los he invitado a la fiesta.
In spagnolo no, ma in italiano sì, con le particelle pronominali; inoltre esiste l'accordo fra participio passato e soggetto in italiano nei verbi intransitivi (colpito dall'erosione morfologica nella mala traducciòn dei dialoghi delle serie televisive); e i miei accenni affrontavano la questione in der Masse, colpivano nel mucchio, non descrivevano lo scenario nel dettaglio. Se avessi accennato alla progressiva perdita dell'uso, nel parlato, dei passati remoti, mi avrebbe rimbeccato che questo fenomeno è per lo più francese?

Carnby
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Intervento di Carnby » lun, 18 nov 2013 13:21

Ho letto che le terminazioni prima di pausa in sonorante (/-m, -n, -r, -l/), diffuse anche nella poesia dei secoli passati, si sarebbero diffusi nella lingua letteraria in seguito alla diffusione di opere di poeti veneti.
Recentemente ho notato l'uso occasionale ma spontaneo del troncamento anche prima di pausa, forse in reazione all'allungamento fiorentino delle vocali finali: per esempio: «e' mangian, e' mangian...».

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