Incontri vocalici in fonosintassi

Spazio di discussione su questioni di fonetica, fonologia e ortoepia

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Ivan92
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Incontri vocalici in fonosintassi

Intervento di Ivan92 » mer, 22 giu 2016 23:20

Ho una domanda: l'assimilazione regressiva vale solamente per le consonanti o anche per le vocali? Nel caso in cui la coppia sia composta di due vocali, l'una chiusa e l'altra aperta, come ci si deve comportare? In perché ero lí avremo /-ɛɛ-/ o /-eɛ-/? Io ho sempre scandito bene entrambi i foni.

valerio_vanni
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Intervento di valerio_vanni » gio, 23 giu 2016 0:06

Se le vocali a contatto sono entrambe toniche, la cosa più normale è proprio che mantengano la propria presenza e la propria identità.

Ivan92
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Intervento di Ivan92 » sab, 25 giu 2016 12:02

E se una delle due fosse atona? Per esempio la botte era lí.

Carnby
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Intervento di Carnby » sab, 25 giu 2016 21:37

Qui si direbbe la bott'era lì.

Ivan92
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Intervento di Ivan92 » dom, 26 giu 2016 12:04

Carnby ha scritto:Qui si direbbe la bott'era lì.
Dunque è codesta la corretta pronuncia italiana del sintagma? Uno dei due foni viene assorbito?

valerio_vanni
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Intervento di valerio_vanni » dom, 26 giu 2016 14:03

Se non assorbito, viene inglobato nella sillaba.

In perché ero abbiamo uno iato /e'ɛ/, qui possiamo avere (oltre a /ɛ/) anche una sequenza /e̯ɛ/ con la prima vocale che funge da approssimante per la seconda.

Sto ripensando una cosa, sul caso delle toniche a contatto. La parola "anche" sembra poter generare qualche eccezione alla formazione dello iato.
Mi spiego meglio: in "Sarà alto" o "Sarà Aldo" c'è sicuramente iato, in "sarà anche" potrebbe esserci fusione (a danno di "anche", che forse lo sopporta meglio per il suo ruolo grammaticale rispetto a un sostantivo).

In ogni caso, penso che la questione sia abbastanza complessa perché possono entrare in gioco anche gli altri accenti della frase.

Ivan92
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Intervento di Ivan92 » lun, 27 giu 2016 11:54

Ringrazio tutti gl'intervenuti. Piú in generale mi piacerebbe sapere se esiste una regola precisa sull'assorbimento d'un fono. Consideriamo i seguenti sintagmi: si evince e ci odia. A me viene naturale dire /se'vinʧe/ e /ʧi'ɔdja/. Nel primo caso la vocale s'assorbe, mentre nel secondo no. Chiedo per cui agli esperti: una coppia di vocali contigue come quella di cui sopra può essere pronunciata come si vuole —con assorbimento/senza assorbimento a seconda delle abitudini— o ci sono regole da seguire?

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Animo Grato
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Intervento di Animo Grato » lun, 27 giu 2016 16:23

Ivan92 ha scritto:Consideriamo i seguenti sintagmi: si evince e ci odia.
Le rispondo solo sul primo caso: si evince si deve leggere /si e'vinʧe/ (insomma, com'è scritto), mentre /se'vinʧe/ è la pronuncia di un legittimissimo s'evince. Quando la "mimesi grafica" può riprodurre senza ambiguità la pronuncia, perché non approfittarne?
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valerio_vanni
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Intervento di valerio_vanni » gio, 30 giu 2016 14:11

Animo Grato ha scritto:
Ivan92 ha scritto:Consideriamo i seguenti sintagmi: si evince e ci odia.
Le rispondo solo sul primo caso: si evince si deve leggere /si e'vinʧe/ (insomma, com'è scritto), mentre /se'vinʧe/ è la pronuncia di un legittimissimo s'evince. Quando la "mimesi grafica" può riprodurre senza ambiguità la pronuncia, perché non approfittarne?
Questo sposta la questione sul come pronunciare una cosa letta (altro aspetto interessante), ma la pronuncia non è solo lettura.
Ivan spiegava come gli viene spontaneo pronunciare "quella cosa lì" e "quella cosa là", non c'è necessariamente un testo scritto.

Io, comunque, per fare il confronto proverei a pareggiare (almeno un po') le strutture accentuali, accoppiando ci odia con si evita e si evince con ci odiava.

Ivan92
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Intervento di Ivan92 » ven, 01 lug 2016 0:30

valerio_vanni ha scritto:Questo sposta la questione sul come pronunciare una cosa letta (altro aspetto interessante), ma la pronuncia non è solo lettura.
Ivan spiegava come gli viene spontaneo pronunciare "quella cosa lì" e "quella cosa là", non c'è necessariamente un testo scritto.
Esatto! :)
valerio_vanni ha scritto:Io, comunque, per fare il confronto proverei a pareggiare (almeno un po') le strutture accentuali, accoppiando ci odia con si evita e si evince con ci odiava.
Ben fatto, caro Valerio. In ci odia e si evita la vocale non s'assorbe, ancorché non ritengo impossibile la pronuncia /'sɛvita/. In ci odiava e si evince, invece, la vocale s'assorbe. Sembra dunque che la vocale tonica non permetta l'assorbimento del fono precedente, laddove in una sequenza di due vocali atone ciò non accade. Mi piacerebbe sapere se Canepari dica qualcosa al riguardo.

valerio_vanni
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Intervento di valerio_vanni » sab, 02 lug 2016 15:52

Ho trovato questo sull’Enciclopedia dell’Italiano Treccani, che cita Canepari anche se non in punti specifici:
Quando una parola terminante in vocale ne precede un’altra parimenti iniziante per vocale, si verifica di solito una fusione tra le due sillabe (➔ sandhi), il cui esito è però condizionato dall’eventuale presenza dell’accento di parola su una delle vocali in contatto. Se la vocale accentata è la prima, essa mantiene il proprio statuto fonematico, mentre la seconda si tramuta nell’elemento debole di un dittongo: per es., propriet[ai̯]nalienabile, palt[ɔa̯]maranto. Si tratta di comportamenti variabili, specie in rapporto alla velocità di elocuzione; in pronuncia scandita, è sempre possibile inserire un arresto glottidale tra le due vocali (cfr. propriet[aʔi]nalienabile). Se invece la vocale accentata è la seconda, solitamente entrambe conservano il proprio ruolo di nucleo sillabico (cfr. molt[aˈɛ]nfasi), a meno che non vi sia ➔ elisione della prima (cfr. fort[ˈɛ]nfasi) o che quest’ultima si riduca a legamento (cfr. cert[ja]nni).

Quando infine le due vocali sono entrambe atone, ciascuna delle due può ridursi, ovvero la prima scomparire per elisione (cfr. cod[ai̯]mmensa, buon[ja]mici, rapid[o]cchiata: per ulteriori dettagli, cfr. Camilli (1965³); Canepari (1999²); Mioni (2001); Marotta & Sorianello (1998).

Vorrei aggiungere una cosa: la riduzione a legamento può accadere anche a vocali più basse di [i] e [u]. Non so se, al pari di queste due, abbiano un suono distinguibile (dalla vocale semplice) al punto da meritarsi un simbolo apposito, ma sicuramente possono avere funzione di legamento rispetto alla vocale seguente.

A una condizione, però: che la vocale passata a legamento sia più alta di quella che segue. Quindi [̯e̯a] [e̯ɛ] ma non il contrario. Una vocale non riesce a fluire con un aumento graduale di volume in una più alta (gli inglesi parlano di "scivolamento"), i movimenti articolatori si devono invertire e si genera uno stacco e quindi uno iato ("caino").
Oppure il volume scende, ma si torna nel caso del dittongo ("mai").

Basta fare qualche prova per rendersene conto.

[i] e [u] generano il maggior numero di legamenti perché sono più alte di tutte le altre e quindi più soggette a questo fenomeno.

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Intervento di Infarinato » sab, 02 lug 2016 23:12

valerio_vanni ha scritto:Ho trovato questo sull’Enciclopedia dell’Italiano Treccani, che cita Canepari anche se non in punti specifici…
In realtà, mi pare che il Bertinetto si rifaccia soprattutto a Camilli & Fiorelli (1965:126–33), che val forse la pena di riportare per intero.
84. Se le due vocali sono ambedue forti {= accentate (NdI)}, formano iato (es. libertà utile, sarà alto, mangerò erba) [186]; se è forte solo la prima, la seconda diviene asillabica (es. libertà ĭncerta, virtú ĕroica, fu ăiutato); se è forte solo la seconda o nessuna delle due è forte, diventa asillabica la prima (es. verdĭ alberi, quellĕ anime, poverĕ orfane; zefirŏ aleggia, vaghĭ aspetti, nottĕ amena) o si perde (cfr. n. 85). [187] Può anche diventare asillabica la seconda, se nessuna delle due è forte, quando questa seconda sia i ovve­ro u (es. queste ĭmmagini, quelle ŭsure): cfr. n. 68. [188]

Nelle stesse condizioni avvengono i trittonga­menti. [189] Es. di rocŏ aŭgel diventĭ un bianco cigno (Poliziano), già le setolĕ arricciă ĕ arrotă i denti (Idem).

85. In un grado piú forte d’unione [190] la vocale terminativa si perde. [191]

Nella formula «vocale + l, m, n, r (tenui, non rafforzate!) + a», la vocale finale è sostituita da un apostrofo, salvo in ora e i suoi composti, suora dinanzi a un nome proprio.

Nella formula «vocale + l, m, n, r (come so­pra) + e, i, o», la vocale perduta non è sostituita dall’apostrofo.

In ogni altra formula alla vocale eliminata si sostituisce l’apostrofo. [192]

In questi casi [w] iniziale della seconda pa­rola si comporta come vocale nel maschile, come consonante nel femminile; [j] è spesso incerta, ma dovrebbe seguire [w]. Cfr. n. 118–120.

Le elisioni meno frequenti sono quelle in cui nella prima parola la consonante è fricativa, o mm, m. Le elisioni avvengono di regola tra il sostantivo, l’aggettivo, le finali -mo, -no, -nno, -ro del verbo, l’infinito, l’avverbio o una proclitica (cfr. n. 76) e un complemento immediato. Rare sono però le elisioni dei plurali, se non si tratti di vocali eguali. Delle proclitiche non si elidono ma, ; solo in qualche caso da, se (congiunzione); solo dinanzi a u si elide su quando non divenga sur (cfr. n. 86); di che si elidono anche i com­posti; ora sostantivo si elide solo in un’or di notte. Es. buon anno, quest’anima, un orso, un’orsa, quel­l’inglese, signor Antonio, sant’Antonio, donn’Elvira, amor innocente, suor Elena, voglion altro, farebber altrimenti, sudar acqua, far entrare, andar innanzi, venir essa, andar a cavallo, poc’oltre, senz’altro, anch’io, or egli, ancor ella, ben accolto, l’anno, c’invitano, s’intende, ch’egli, bench’egli (1).

S’intende che ortograficamente il monosillabo debole ci s’eliderà solo dinanzi a e, i (es. c’erano, c’invitano) e gli solo dinanzi a un altro i (es. gl’idoli, gl’italiani). [193] Negli altri casi la -i resta [194], ma come segno distintivo. Nella pronuncia sostenuta ab­biamo amicĭ onesti, agĭ eccessivi, escĭ ormai invece di [amiːʧ onɛsti] ecc., come divengono semplice­mente asillabiche molte vocali finali che nella pronuncia rapida o trascurata invece si elidono.
  • (1) [195] In una lingua come la nostra dove tutte le parole (eccetto alcune voci onomatopeiche, come patatrac, bum, e con, in, non, per) finiscono in vocale, l’apostrofo è una pedantesca superfluità grammaticale, con la solita mania di distinguere e suddistinguere: cfr. n. 77 nota. Scrivendo quell uomo non si capisce forse, o si ca­pisce meno, che è stata tolta una vocale? Affermano i grammatici che noi cosí distinguiamo il maschile un animo dal femminile un’anima. Come se, senz’apostrofo, non si capisse lo stesso che animo è maschile e anima femminile; come se un artista e un’artista non si distin­guessero, al pari di tantissime altre parole che non godono il privilegio dell’apostrofo, dal contesto! E perché poi, se questo è vero, si scrive quest’animo come quest’ani­ma? E a che mai corrisponde la distinzione tra quest’uomo e pover uomo? [196] Stringi stringi, rimane che l’apostrofo è realmente utile solo quando l’accorciamento della parola lascia come finale non una consonante, ma una vo­cale: es. de’ miei, su’ pini, gua’, ve’.

    Naturalmente non è affatto possibile ora abolire l’apostrofo postconsonantico; ma se s’arrivasse a sviluppare nel pubblico la coscienza, che ora manca, della sua inu­tilità, una riforma potrebbe avvenire.
86. Dinanzi all’art. uno la prep. su riprende la finale primitiva (sur) quando non si elida (cfr. n. 85), come riprendono la loro consonante le particelle a, e, o divenendo ad, ed, od (lat. ad, et, aut), in genere quando siano seguite da vocali eguali. Es. sur una sedia, ad altri, ed egli, od ogni. [197]

La lingua antica aveva anche le coppie che ched, ma mad, né ned, se sed.

87. I fenomeni di fonetica sintattica che abbiamo descritto, sono impediti (cfr. n. 83):

a) da una pausa. Cosí abbiamo sant’Antonio, ma Luigi è santo, Antonio è santo. In versi del tipo segue chi fuggĕ, a chi la vuol s’asconde (Poli­ziano); fermossĭ, e di spiar vago per uso (Leopardi), la pausa dopo fugge, fermossi non impedisce la sineresi (-ĕa-, -ĭe-). In questo caso non può piú parlarsi di fenomeno fonetico, ma psicologico. La sineresi (sineresi subiettiva), essendo potenzial­mente possibile, è percepita, per il sentimento del ritmo, come realmente avvenuta nonostante la pausa.
 
b) dall’allungamento d’una vocale finale. Cfr. degli imbrogli di don Abbondio e degl’imbro­gli di Renzo nel secondo capitolo dei Promessi Sposi.

c) da un sensibile dislivello di tono musicale. Cfr. sant’Antonio e santo Antonio non fu (cioè: A. non fu santo) o meglio due versi come tu chiamar sant’Antonio potrai e chiamar santo Antonio potrai (cioè: potrai chiamar A. santo): il dislivello è tra la sillaba forte san- e la ini­ziale An-.

________________________________________
[186] La prima delle due vocali forti che vengono a con­tatto, d’ordinario, perde il suo accento: sarà alto si pro­nunzia sàra àlto collo stesso ritmo di èra àlto. Cfr. n. 82.

[187] Si può benissimo formare un iato anche quando è forte una sola delle due vocali che vengono a contatto, sia essa la prima (es. fu aiutato) {in questo caso, però, solo frapponendo un colpo di glottide: v. supra Bertinetto (NdI)} o la seconda (es. verdi alberi).

[188] Nella lingua antica, e nel linguaggio poetico fino all’Ottocento, era possibile l’aferesi d’un i- atono che fosse seguito da un’l o m o n, seguita a sua volta da un’altra consonante: lo ’mpero, lo ’ngegno, e ’l sole.

[189] Nella frase si possono avere anche i quadrittonghi (es. Mario e Antonio), che nell’interno di parola sono del tutto eccezionali (cfr. piú giú, I fondamenti della prosodia italiana, n. 28 nota), e perfino le unioni di cinque vocali (es. Mario e Aurelio), che nell’interno di parola non si hanno mai.

[190] Questo grado piú forte d’unione si ha solo quando la vocale finale della prima parola è atona: le vocali toniche non cadono mai. Solo apparente è l’eccezione (non piú comune oggi nella lingua scritta) di benché, perché e altri composti di che. Queste congiunzioni portano l’accento grafico (salvo che siano scritte in forma divisa, quelle che ce n’hanno una); ma non è detto che l’accento d’inten­sità cada sulla vocale finale, anzi qualche volta il ritmo della frase impedisce che vi cada. In benché creda [bɛŋke kkreːda], per es., l’ graficamente accentata non porta in realtà un accento, trovandosi a ridosso d’un’altra sillaba che porta quello di frase. L’ che cade in bench’io creda [bɛŋk iːo kreːda], per es., è appunto, nonostante l’accento grafico, un’-e atona.

[191] «La lingua parlata, anche delle persone colte, ri­corre spessissimo all’elisione (es. vorrann’uscire, entrat’e uscito); la lingua scritta ammette solo eccezionalmente certe elisioni piú ardite e limita molto anche i troncamenti» (Dizionario enciclopedico italiano, vol. XI, cit., p. 333, col. 1ª).

[192] La regola è che si segna l’apostrofo quando della vocale finale si può avere solo l’elisione davanti a un’altra vocale; non si segna invece quando la parola si può tron­care cosí davanti a vocale come davanti a consonante. Quindi: un orso (accanto a un lupo), ma un’orsa (di fronte a una lupa); suor Alfonsina (accanto a suor Giovanna), ma sant’Orsola (di fronte a santa Chiara).

[193] Nella scrittura, l’elisione del ci avverbio è rappresentata costantemente, per mezzo dell’apostrofo, davanti alle voci del verbo essere: es. non c’è stato nessuno [non ʧ ɛ staːto nessuːno]. L’apostrofo è facoltativo col ci avverbio davanti ad altri verbi, e col ci pronome in ogni caso; ma nella pronunzia l’elisione, o che sia segnata o che non sia, normalmente si fa: es. non ci (o c’) ebbe colpa [non ʧ ɛbbe kolpa]; non ci (o c’) è stato detto [non ʧ ɛ staːto detto]; non ci (o c’) in­vitò [non ʧ imviˈtɔ] {per Camilli & Fiorelli [m] = [m] e [ɱ] (NdI)}. Cosí pure si fa normalmente l’elisione, sia del ci avverbio sia del ci pronome, anche davanti alle vocali a, o, u, dove non c’è modo di rappresentarla nella scrittura: ci andava [ʧ andaːva], ci odiava [ʧ odĭaːva] {per Camilli & Fiorelli [ĭ] = [j], che può diventare occasionalmente [i̯] per necessità metriche in base a criteri etimologici (NdI)}. L’-i si fa sentire solo se si voglia insistere sul ci.

[194] L’elisione di gli nella scrittura davanti a i- è da molti ritenuta erronea, quantunque l’ammissibilità del­l’apostrofo in tal caso sia riconosciuta esplicitamente da quasi tutte le grammatiche, anche dalle piú modeste. È un fatto d’ignoranza e nulla di piú: chi condanna l’elisione di gli davanti a i- confonde questo caso, com’è chiaro, con quello di gli davanti ad a-, e-, o-, u-, dove l’elisione è normale nella pronunzia ma non è piú possibile nell’ortografia, che pure l’ammetteva fin verso i primi dell’Ottocento. Tuttavia bisogna fare i conti anche coll’ignoranza e riconoscere che l’apostrofo in incontri come gl’impose o gl’indici è evitato dai piú, sia che a torto lo ritengano erroneo, sia che (pur sapendo come stanno le cose) lo ritengano stilisticamente troppo raffinato, da lasciare ai letterati, o funzionalmente troppo scomodo, da lasciare a chi conosce tutte le regole e le eccezioni. Quindi, nell’ortografia oggi prevalente, non ci sarebbe piú modo di far notare differenze di stile come quella tra un degli imbrogli in pronunzia strascicata e un degl’imbrogli in pronunzia affrettata (cfr. n. 87 b): si scriverebbe in ogni caso degli imbrogli, come già al tempo del Manzoni si sarebbe scritto in ogni caso degli ostacoli senza possibilità d’apostrofo. Di conseguenza, è pienamente giustificata, oggi, l’elisione nella lettura, anche là dove la scrittura non la rappresenti: non solo agli amici [aʎʎ amiːʧi], gli ospiti [ʎ ˈɔspiti], gli offro [ʎ ɔffro], ma anche degli istituti [deʎʎ istituːti], gli inglesi [ʎ iŋɡleːsi] e tanto piú gli inni [ʎ inni], dove coll’elisione si evita un iato particolarmente duro.

[195] Precedente edizione di questa nota: Per l’unità ortografica, cit., p. 513.

[196] Comunemente pover’uomo si scrive coll’apostrofo, giacché non si potrebbe avere pover davanti a consonante: qualunque conto si voglia fare del pover cielo di Dante, il pover manuale del Carducci è una licenza poetica.

[197] S’intende che le forme sur, ad, ed, od sono soltanto facoltative. Piú in particolare: 1) su uno è la forma che oggi prevale, di fronte a su di uno comune soprattutto nell’uso scritto non letterario, a sur uno letterario e raro, a s’uno arcaico o dialettale; 2) ad, raro nell’uso parlato, è assai comune nello scritto, specie davanti ad a- (non però davanti a ad-: a Adolfo), ed è quasi costante davanti al pro­nome esso e quando ha il significato burocratico di ‘a fine di’ (ad evitare…); 3) ed, raro nell’uso parlato, è assai co­mune nello scritto, specie davanti a e- (non però davanti a ed-: e Edoardo); 4) od, praticamente sconosciuto all’uso parlato, è usato nello scritto, quasi solo davanti a o- (non però davanti a od-: o Odorico).

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Intervento di Ivan92 » mar, 05 lug 2016 15:48

Ringrazio entrambi. :)

Alcune osservazioni in merito ai seguenti passi estrapolati:
Infarinato ha scritto:In realtà, mi pare che il Bertinetto si rifaccia soprattutto a Camilli & Fiorelli (1965:126–33), che val forse la pena di riportare per intero.
84. Se le due vocali sono ambedue forti {= accentate (NdI)}, formano iato (es. libertà utile, sarà alto, mangerò erba)
Codesto principio vale in ogni occasione? Non potrebbe esserci sinalefe? Es: li-ber-tau-ti-le.
[A] che mai corrisponde la distinzione tra quest’uomo e pover uomo?
In generale non m'è chiaro codesto accanimento contro l'apostrofo, ma nello specifico mi sembra che l'esempio non sia dei piú felici: innanzitutto perché poco piú avanti dirà che pover necessita dell'apostrofo —ragion per cui non ci sarebbe alcuna differenza tra quest' e pover'—; inoltre l'italiano ammette l'uscita in vibrante, mentre non tollera l'uscita in occlusiva. Cosa ne pensate?
Mario e Aurelio
Come si sillaba Mario e Aurelio? ma-rioeau-re-lio?

In generale, comunque, non ho capito se un fono possa essere omesso o no. Riconsideriamo per un momento la coppia proposta da Valerio: ci odia e si evita. Siamo di fronte a una vocale atona e una tonica, ragion per cui, alla luce di quel che s'è detto, la prima sarà asillabica. Molto bene, ma... può essere assorbita? Cioè, posso dire /'ʧɔdja/ e /'sɛvita/? O sono pronunce poco italiane?

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Intervento di Infarinato » mar, 05 lug 2016 19:39

Ivan92 ha scritto:
Infarinato ha scritto:
84. Se le due vocali sono ambedue forti {= accentate (NdI)}, formano iato (es. libertà utile, sarà alto, mangerò erba)
Codesto principio vale in ogni occasione? Non potrebbe esserci sinalefe? Es: li-ber-tau-ti-le.
Di norma, no. Anche se, come giustamente chiosa il Fiorelli nella nota 186, la prima parola (tronca) normalmente ritrae l’accento davanti alla seconda parola (accentata sulla prima sillaba: líberta útile), quest’ultima non perde né sposta mai il suo accento, ergo l’iato rimane.
Ivan92 ha scritto:
[A] che mai corrisponde la distinzione tra quest’uomo e pover uomo?
In generale non m'è chiaro codesto accanimento contro l'apostrofo, ma nello specifico mi sembra che l'esempio non sia dei piú felici…
E infatti il Fiorelli lo sottolinea in nota (196). ;)
Ivan92 ha scritto:
Mario e Aurelio
Come si sillaba Mario e Aurelio? ma-rioeau-re-lio?
Cosí. :)
Ivan92 ha scritto:In generale, comunque, non ho capito se un fono possa essere omesso o no. Riconsideriamo per un momento la coppia proposta da Valerio: ci odia e si evita.
Su ci dice qualcosa il Fiorelli nella nota 193, mentre il Camilli tratta le elisioni in generale all’inizio del §85.

Nello specifico, però, non si può dire molto: i casi di elisione/troncamento obbligatòri in italiano sono praticamente limitati al maschile singolare dell’articolo determinativo lo e di quello indeterminativo, di bello e quello (si veda il DOP alle singole voci: già al femminile singolare l’elisione è obbligatoria solo in ispecifici sottocasi, e lo stesso dicasi per questo e codesto), mentre l’elisioni (;)) facoltative sono frequentissime nel parlato (soprattutto della Toscana e dell’Italia centrale).

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Intervento di Ivan92 » mer, 06 lug 2016 18:05

Grazie mille! :)
Infarinato ha scritto:Di norma, no. Anche se, come giustamente chiosa il Fiorelli nella nota 186, la prima parola (tronca) normalmente ritrae l’accento davanti alla seconda parola (accentata sulla prima sillaba: líberta útile), quest’ultima non perde né sposta mai il suo accento, ergo l’iato rimane.
Con di norma intende dire esclusa la poesia? Nel parlato è sicuramente difficile formare un dittongo se le due vocali sono ambedue accentate. Ma in poesia la coppia vocalica di cui sopra non potrebbe far parte della stessa sillaba?

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