Tra virgolette, niente – Prontuario del malparlante

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Zabob
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Tra virgolette, niente – Prontuario del malparlante

Intervento di Zabob »

Riporto quest'intervento di Guido Ceronetti, apparso su La Stampa del 12/4/92, in cui lo scrittore stigmatizza alcuni topoi dell'italiano contemporaneo:
Guido Ceronetti ha scritto:VEDIAMO le luci più brillanti del momento nello sterminato fluire dell'eloquio comune.
TRA VIRGOLETTE - Sta marciando fortissimo. Nessun segno di stanchezza. Usatissimo alla radio e per telefono. E' un sintomo di «morte della voce». La voce non sa più sottolineare, accentuare, rendere afferrabile un'ironia e dalla scrittura meccanica e dalla carta stampata gli sono venute incontro - prima farfalle innocenti, via via insetti micidiali succhiasangue e pestiferi - le virgolette. Hanno finito per usarle anche senza nessun bisogno: c'è chi spara due virgolette ogni trenta secondi. Gli Uomini di Cultura (e le donne anche più) sono tutti virgolettofaghi. L'uso ha un futuro. Per dire «mia figlia sta benissimo» suggerisco di dire «mia figlia è morta tra virgolette». (Naturalmente, lo scrivo tra virgolette).
STATUNITENSE - A poco a poco va sostituendosi ad americano, che mi pare infinitamente meglio. Forze armate, moneta, politica, arte, economia pigliano questo aggettivo unico tra le lingue del mondo (ma non c'è da vantarsene). Allora, meglio Usa aggettivato: moneta Usa, marina Usa. Presidente statunitense è piuttosto indigeribile. E valuta statunitense per il dire il vecchio sudicio onnipotente Dollaro è forbirsi la bocca col tovagliolo del nulla. Hemingway scrittore statunitense? Sinatra cantante statunitense? Gershwin compositore statunitense? Joe Louis pugno statunitense? Schwarzkopf generale statunitense? New York, Chicago, metropoli statunitensi? Abbiamo sempre detto, con perfetta chiarezza, americano. Un popolo, una nazione statunitense non sono mai esistiti. Nel bene e nel male, quel che è americano non è statunitense. Siamo ancora in tempo a fermare questa insensatezza.
NIENTE - Invece, niente, niente lo può fermare... Viene giù con violenza di slavina, cresce come una piena. L'origine psicologica ne è, forse, una delle innumerevoli forme di angoscia inconscia. Terrore del vuoto, di non riuscire più a dire la parola successiva, di non riempire l'intervallo di una pausa impercettibile, di non saper come incominciare quella cosa terrificante: una comunicazione qualsiasi, un dialogo... E così si sono buttati su: «E... niente...» che è una delle massime brutture del linguaggio di questi brutti anni. Quante persone fini, colte, sensibili, potrei multare (almeno di centomila) per non infrequenti niente intercalati in un discorso pur non indegno di chi sta parlando! Quanto alla massa bruta smitraglia i niente ogni momento senza ritegno, in tutti i luoghi e in tutte le occasioni. Con meraviglie di questo tipo, che al «desidera?» della commessa di negozio si risponda «niente», seguito da «una camicia», «un quintale di gorgonzola» o «tutto Shakespeare».
IMPATTO - Qui siamo nel Cuore della Tenebra. Impatto sta stravincendo, ha stravinto. Poveretti noi, non arresi, che seguitiamo a dire incontro, scontro, urto, collisione, cozzo, pressione: tra poco non saremo più capiti di un turco. Impatto ha la mania di essere primo: si tratta sempre del «primo impatto» (molto spesso: «con la realtà»: una coppia di drogati che mettono al mondo della sciagurata prole). Finora «ultimo impatto» non l'ho captato. Ma spesso, sui giornali, buttando l'amo a caso, pesco «impattare», anche in articoli con firme rispettabili. Scrittori nuovi, per i quali ormai l'italiano è come un molare guasto da buttar via, e politologi di grido adoperano impatto con tranquilla noncuranza di delinquenti incalliti. Dire impatto nasconde vigliaccheria: in italiano non risveglia nulla, ma scolora e nasconde. Chi è spaventato da ogni minimo urto, preferisce avere un impatto. Impatto è pattumiera linguistica, ma dicendo questo si rischia di farlo prosperare di più. Impattate pure, io, con le poche forze che mi restano, seguiterò a urtarmi, scontrarmi, con un certo gusto.
IN POSITIVO IN NEGATIVO - Li trovi accoppiati o separati da una mezza frase; per lo più uno non può stare senza l'altro, due spettri freddolosi che si tengono per mano per mostrare la loro nudità macabra, e a chi la mostrano? A tutti i livelli, che devono essere una famiglia numerosissima. La esibiscono anche nei più reputati baracconi universitari. Come surrogati di «in favore» e «contro», che restano guizzanti, in un parlare non mallarmeano, quei due squallidi maccabei «in positivo in negativo», passati dalla tecnica fotografica, dove erano perfettamente al loro posto, al bordello della confusione arrogante, sono di pura usurpazione.
GROSSO - Un altro Behemòt che continua a caricare col suo corno preistorico di minaccia. Di grande non si tollera più niente, ma se il grande lo si grossifica potrà avere il passaporto. Il grande Artista, diventando grosso, avrà diritto di circolare ancora, però quel grosso è una specie di stella gialla, di campanella del lebbroso. Inoltre, se grande distingueva, e veniva dato con cautela, grosso è un distintivo totalitario, buono per le cappelle come per le fogne. Spesso diventa anche grossissimo. Pur nella sua materialità il successo è bello se grande o grandissimo. Invece no: il successo è grossissimo. Se Accardo esegue mirabilmente Bach, è un grosso che esegue un grossissimo, e il successo che otterrà non sarà meno grosso. Il Behemòt non tollera finezze. Il Behemòt ci vuole tutti grossi come lui. Dio mio, che dicano pure di me che sono un piccolo, un piccolissimo scrittore! Ma non dicano che sono grosso. Meglio nulla, nessuno, che grosso. Dici che non lo sono, dirai che non lo sono stato? Grazie.
A RISCHIO - A esserlo sono, è un'abitudine, le categorie. Ma che cosa sia una «categoria a rischio» non è chiaro. C'è paura di dire qualsiasi cosa, questa è la verità. C'è perfino la paura di dire «gente». Queste lattiginose, né aristoteliche né kantiane «categorie», che il linguaggio caccia nel limbo delle semi-esistenze, non sarebbero, in fondo, che della gente. Talvolta anche delle canaglie. O dei poveracci. Un parlare sano direbbe «gente che rischia di...». Ma si tratta di esseri umani. Certe volte la Categoria si estende al Pianeta che ha la sventura di ospitare l'intelligenza che ci distingue; così si sente dire che (per contagi vari, radioattività, smog, raggi X cosmici) «siamo a rischio». Rischio non è una brutta parola, ma nasconde il verme della rimozione. Essere «a rischio» è meno allarmante che «essere in pericolo». Stremato dall'abuso, il rischio si perde nell'insignificante. Dunque la Categoria detta a rischio è un Nessuno che essendo a rischio, pur essendo realmente in pericolo, non rischia, per effetto della rimozione, al di là della mera espressione a rischio, niente. E' quasi una felicità essere una categoria a rischio. Però non tanto. Per la categoria a rischio non si muove, giustamente, nessuno; per della «gente in pericolo» qualcuno si muove. «Uomo in mare» si grida, ancora, nelle Marine: e qualcosa si fa, per l'uomo in mare, la nave si mette in agitazione. Ma se dal parapetto si grida «categoria a rischio» l'uomo che sta per annegare, disgustato di non essere più neanche un «uomo in mare» non lotterà più per tenersi a galla. Come succede per le «categorie a rischio».
Ultima modifica di Zabob in data lun, 13 mag 2013 19:19, modificato 1 volta in totale.
Oggi com'oggi non si sente dire dieci parole, cinque delle quali non sieno o d'oltremonte o nuove, dando un calcio alle proprie e native. (Fanfani-Arlìa, 1877)

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Ferdinand Bardamu
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Re: Tra virgolette, niente – Prontuario del malparlante

Intervento di Ferdinand Bardamu »

Ceronetti ha scritto:TRA VIRGOLETTE - Sta marciando fortissimo. Nessun segno di stanchezza. Usatissimo alla radio e per telefono. E' un sintomo di «morte della voce»…
Pienamente d’accordo. Un vezzo fastidiosissimo che testimonia lo strapotere della parola scritta. Il culmine del fastidio lo provo quando l’interlocutore «virgolettante» graffia l’aria con gl’indici e i medi. Brrr.
Ceronetti ha scritto:STATUNITENSE…
Questa mica l’ho capita. A me statunitense mi sembra l’unico etnico proprio: a rigor di logica anche un brasiliano o un paraguaiano sono americani.

Per il resto, condivido le idiosincrasíe di Ceronetti.

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Zabob
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Re: Tra virgolette, niente – Prontuario del malparlante

Intervento di Zabob »

Ferdinand Bardamu ha scritto:
Ceronetti ha scritto:STATUNITENSE…
Questa mica l’ho capita. A me statunitense mi sembra l’unico etnico proprio: a rigor di logica anche un brasiliano o un paraguaiano sono americani.
Io non ho capito la frase «Forze armate, moneta, politica, arte, economia pigliano questo aggettivo unico tra le lingue del mondo». Se Ceronetti intendeva dire che solo in italiano gli "statunitensi" si chiamano così, è in errore, poiché in spagnolo si chiamano estadounidenses, ed è proprio sull'etnonimo castigliano che noi abbiamo fatto il nostro calco.
Mi sembra di aver già letto qualche linguista riprovare l'uso di "statunitense", ma non rammento più chi e dove.
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Carnby
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Re: Tra virgolette, niente – Prontuario del malparlante

Intervento di Carnby »

Zabob ha scritto:poiché in spagnolo si chiamano estadounidenses
Mi pare che sia più frequente norteamericano (che è ambiguo perché può, in teoria, indicare anche canadesi e messicani centrosettentrionali).

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Animo Grato
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Re: Tra virgolette, niente – Prontuario del malparlante

Intervento di Animo Grato »

Ferdinand Bardamu ha scritto:
Ceronetti ha scritto:TRA VIRGOLETTE - Sta marciando fortissimo. Nessun segno di stanchezza. Usatissimo alla radio e per telefono. E' un sintomo di «morte della voce»…
Pienamente d’accordo. Un vezzo fastidiosissimo che testimonia lo strapotere della parola scritta. Il culmine del fastidio lo provo quando l’interlocutore «virgolettante» graffia l’aria con gl’indici e i medi. Brrr.
Non so se in questo caso l'indifferenza possa dirsi una virtù, ma io non trovo l'espressione tra virgolette così urtante (o "impattante", come implicitamente paventava Ceronetti). Certo, l'abuso dà fastidio, ma questa è una regola generale, svincolata dai pregi o difetti intrinsechi all'oggetto abusato. Per quel che mi riguarda, trovo persino divertente la seconda fase, con cui si completa il ciclo, e che si ha quando la punteggiatura, "evocata" nella comunicazione orale, ritorna nello scritto in forma verbale, e non più grafica. Con tra virgolette è ancora raro, ma sto pensando al punto usato come clausola lapidaria ("È stato deciso così, non c'è più nulla da fare. Punto.") o al tra parentesi che introduce una precisazione, una divagazione o simili ("Tra parentesi, in più di un'occasione mi è capitato di...").
«Ed elli avea del cool fatto trombetta». Anonimo del Trecento su Miles Davis
«E non piegherò certo il mio italiano a mere (e francamente discutibili) convenienze sociali». Infarinato
«Prima l'italiano!»

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Manutio
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Intervento di Manutio »

Animo Grato ha scritto:Certo, l'abuso dà fastidio…
Precisamente. La mia sarà una sensibilità un po’ nevrotica, ma quando sento odore di abuso, cancello quella parola o locuzione dal mio vocabolario. Nel caso di tra virgolette non siamo arrivati solo all’abuso ma al ridicolo. Una star di Radio-Rai, che conduce una trasmissione culturale, usa volentieri l’espressione ‘tra molte virgolette’. (Scrivendo, ne metterà tre o quattro paia prima e dopo?) Si è anche sentito, su un registro simpaticamente familiare e popolareggiante: ‘tra virgolette grandi cosí!’ Ma tra virgolette, come una sorta di… (una volta si poteva dire anche una specie di…, oggi bandito) sono i due minori satelliti che accompagnano il vero tormento, o forse meglio tormentone, del nostro tempo: in qualche modo (variante meno comune: in qualche maniera). È un mistero come facciano certi parlanti (ai pubblici microfoni!) a non accorgersi dell’effetto che fanno, prima fastidioso poi comico, se uno ha voglia di ridere, usandolo con frequenza ossessiva. Dal ridicolo si passa all’insensatezza quando in qualche modo viene usato in espressioni negative: ‘In qualche modo non me lo dissero.’ Tutti abusi deplorevoli perché servono da alibi all’incompetenza nella propria lingua materna e/o alla pigrizia. Chi li pratica si risparmia, secondo lui, la fatica di scegliere un’espressione precisa e appropriata: tanto anche quella approssimativa andrà bene, in qualche modo.

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Infarinato
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Intervento di Infarinato »

Manutio ha scritto:Dal ridicolo si passa all’insensatezza quando in qualche modo viene usato in espressioni negative: ‘In qualche modo non me lo dissero.’
Codesto è un calco evidente dell’inglese [soprattutto americano] somehow, probabilmente trasmesso da un doppiaggio [a dir poco] «approssimativo» di serie televisive americane.

I tapini non s’accorgono che qui somehow vale «non so come/perché», «per una ragione o per l’altra», non certo «in qualche modo». :roll:

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Souchou-sama
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Intervento di Souchou-sama »

O anche: chissà perché, per qualche motivo (io di solito somehow lo traduco cosí).

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Intervento di Manutio »

Infarinato ha scritto:Codesto è un calco evidente dell’inglese [soprattutto americano] somehow
Ringrazio per la precisazione che coglie nel segno. Infatti ‘Somehow they didn’t tell me’ suona molto piu naturale, almeno al mio orecchio, della frase italiana che dovrebbe esserne la traduzione.

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Ferdinand Bardamu
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Intervento di Ferdinand Bardamu »

Nel mio italiano regionale (e nel mio dialetto), in qualche maniera non ha la funzione di banale attenuazione che ha in bocca a certi sciattoni, ma significa ‘alla bell’e meglio’: es. «un lavoro fatto in qualche maniera».

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Ferdinand Bardamu
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Intervento di Ferdinand Bardamu »

A proposito di in qualche modo e come dire?:D

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Animo Grato
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Intervento di Animo Grato »

Un passo indietro!
In questi giorni non si sente altro: sembra di vivere a Gamberolandia... :roll:
«Ed elli avea del cool fatto trombetta». Anonimo del Trecento su Miles Davis
«E non piegherò certo il mio italiano a mere (e francamente discutibili) convenienze sociali». Infarinato
«Prima l'italiano!»

rossosolodisera
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Intervento di rossosolodisera »

Un pò pedante, il tipo. Non capisco cosa voglia . Non vedo termine migliore di statunitense , che non mi pare affatto cacofonico. Tra virgolette . Come è stato detto anche un canadese o un brasiliano è americano: allora un italiano dovremmo chiamarlo (soltanto) europeo ?
Personalmente lo uso volentieri, e continuerò ad usare statunitense.
Niente nel parlato lo trovo carino.
A mio parere le vere oscenità sono esclamazioni/locuzioni come d'accordissimo .
Sono errate anche locuzioni gergali come "per la serie" o " non esiste!" (di sospetta provenienza militaresca ) inteso come "impensabile!"
Nel parlato però a me piacciono .
Ultima modifica di rossosolodisera in data sab, 25 gen 2014 16:03, modificato 1 volta in totale.

Carnby
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Intervento di Carnby »

rossosolodisera ha scritto:Un pò pedante
Po' (a proposito di pedanteria...). :wink:
rossosolodisera ha scritto:Non vedo termine migliore di statunitense , che non mi pare affatto cacofonico. [...] Come è stato detto anche un canadese o un brasiliano è americano: allora un italiano dovremmo chiamarlo (soltanto) europeo ?
Nel linguaggio enciclopedico, accedemico e burocratico si dice statunitense. Nel parlato comune si dirà sempre americano come fanno gli Americani stessi (e in genere tutti gli anglofoni). Tra le proposte alternative, lo spagnolo norteamericano (anch'esso un po' ambiguo) e il tedesco US-amerikanisch.
rossosolodisera ha scritto:Niente nel parlato lo trovo carino.
Io no, ma nel mio vernacolo niente si usa pochissimo, quindi sono un po' di parte.

rossosolodisera
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Intervento di rossosolodisera »

Carnby ha scritto:Nel parlato comune si dirà sempre americano come fanno gli Americani stessi (e in genere tutti gli anglofoni). Tra le proposte alternative, lo spagnolo norteamericano (anch'esso un po' ambiguo) e il tedesco US-amerikanisch.
Soluzioni che vanno benissimo, nulla da ridire. A volte però può essere opportuna una maggior precisione sulla nazionalità, ad esempio quando c'è il totopapa.
In questi anni ho scoperto tante cose che non sapevo della nostra lingua. In particolare in materia di apostrofi ed accenti. E probabilmente a questa lacuna sono dovuti i proverbiali errori di ortografia che mi si rinfacciano. Ebbene sì, non si trattava sempre di disattenzioni: spesso erano dovuti a lacune nella mia formazione.
Della serie: meglio tardi che mai. Evviva l'autoironia. :)
Ultima modifica di rossosolodisera in data gio, 30 gen 2014 21:30, modificato 2 volte in totale.

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