Quanto sono affidabili gli esempi letterari?

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Moderatore: Cruscanti

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M1313
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Iscritto in data: lun, 05 set 2011 12:51

Quanto sono affidabili gli esempi letterari?

Intervento di M1313 »

Vorrei specificare, prima di ogni altra cosa, che non ho una cultura accademica dell’italiano: lo conosco (come quasi tutti i nostri connazionali, immagino) in quanto è la mia lingua madre, in quanto l’ho studiato a scuola, in quanto lo leggo ogni giorno su supporti cartacei o qui, sulla rete. Ciò che faccio nella vita è infatti qualcosa di completamente diverso, stando, almeno, all’opinione comune della gente: sono in effetti un matematico.

In quanto tale, non ho — purtroppo, aggiungo — mai avuto la possibilità di confrontarmi con la nostra lingua ad un livello superiore, studiarne le origini dettagliatamente, guadagnare una conoscenza inappuntabile delle sue regole grammaticali, di tutti i costrutti, del suo vastissimo lessico. Ma proprio in virtù di questa mia ignoranza, moltissime cose riguardanti la cultura umanistica mi incuriosiscono e mi spingono a volerne sapere di più. E una di queste cose, per l’appunto, è quella che è oggetto di questo messaggio.

Fin da quando andavo alle scuole superiori, studiavo moltissimi autori del passato, tra cui i famosissimi Dante, Petrarca, Boccaccio e altri autori della loro levatura. Molte delle opere che hanno scritto sono considerate dei pilastri della nostra letteratura e la nostra lingua deve molto a loro; però, mi chiedevo... quanto sono attuali, quando si tratta di prendere spunto dai loro scritti per comporre un testo in italiano moderno? La domanda può sembrare banale (e forse lo è, non apparendomi come tale, probabilmente, soltanto perché non sono avvezzo a tali argomenti), ma ora proverò a spiegarmi meglio: ciò che intendo è... fino a che livello una frase di un Maestro vissuto secoli fa può influenzare le regole grammaticali odierne? Mi è capitato diverse volte di leggere, ad esempio, della liceità di certi costrutti grammaticali, giustificati dal fatto che, quasi mille anni fa, qualcuno li usò in un importante testo che noi ancora oggi studiamo. Però, parallelamente, trovo anche discussioni nelle quali si afferma che un certo costrutto, magari anche usato da autori ben più recenti, vissuti solo qualche secolo fa, non è più valido nell’italiano corrente e quell’esempio letterario è dunque inutile perché obsoleto.

Dove sta dunque la differenza? Io sono un matematico, ma mi piace utilizzare un italiano preciso, ordinato e corretto quando scrivo di teoremi e dimostrazioni (che, in fondo, servono proprio per mostrare, a mezzo di parole e non solo di formule, al lettore come la tesi discenda dall’ipotesi); quindi mi piace anche usare costrutti grammaticali rigorosi, e una sintassi che rispetti le convenzioni della nostra lingua. E se io un giorno avessi un dubbio su una certa frase, e poi la ritrovassi, ad esempio, nella Commedia dantesca... cosa dovrei fare? l’averla ritrovata lì giustifica il fatto che io la usi nel mio testo? o si tratterà di un costrutto ormai in disuso e che, quantunque usato da Dante stesso, ora non va più bene? Come dicevo, spesso ho trovato argomentazioni del primo e del secondo tipo, indistintamente, quando si parlava di esempi letterari portati a mo’ di giustificazione di certe espressioni moderne... e io, da semplice cittadino inesperto di questioni di linguistica quale sono, non saprei cosa fare.

domna charola
Interventi: 1080
Iscritto in data: ven, 13 apr 2012 9:09

Intervento di domna charola »

Azzardo una risposta"istintiva", da adepto alle discipline scientifiche, che poi si è convertito e ha percorso anche un curricolo umanistico.

Dipende secondo me dal contesto, ovvero dal tipo di comunicazione, dal suo registro.
Certi costrutti attestati dai grandi classici hanno spesso valore in quanto evocativi, legati a uno stile alto, letterario, capace di suscitare sensazioni e suggerire emozioni altrimenti non trascrivibili in parole.

Se però devo fare affermazioni inequivocabili, allora ogni singola parola, e persino virgola, acquisisce un peso, di per sé e per la sua posizione relativa alle altre e all'interno della frase.

La lingua di un teorema, secondo me, non può essere la lingua di Dante. Anche se Dante potrebbe usare, a volte, la lingua di un teorema, laddove volesse essere incisivo, evocare l'idea che quell'affermazione è indiscutibile.

Mi viene in mente l'apparente ridondanza di "uno e uno solo" ("per un punto passa una e una sola retta parallela", almeno nella geometria euclidea).
Ecco, questa forma mi è stata corretta più di una volta, in testi scientifici in cui voleva dire esattamente quello che vi si legge: contemporanea affermazione di esistenza e di unicità di un certo ente.
Potrei usare questa formula fuori dal contesto scientifico, per rafforzare, puntualizzare un'affermazione.
Non sarebbe altrettanto valido il contrario: un giro di parole elegante, aulico, già usato da Petrarca non funzionerebbe, non sarebbe accettabile. Nelle scienze più che la suggestione conta infatti la precisione e inequivocabilità dell'informazione che passa.

Avatara utente
Scilens
Interventi: 1097
Iscritto in data: dom, 28 ott 2012 15:31

Intervento di Scilens »

Nell'intervento di M1313, che saluto, avevo notato un altro aspetto, che la precisa risposta pratica di Domna Charola non tocca, al quale non mi ritenevo in grado di replicare e non ho risposto.
Qual è il valore dell'esempio letterario?
Dal mio punto di vista, e da come ho imparato a considerarlo su questo fòro, l'esempio viene ritenuto valido se
-se è ripetuto e usato per lungo tempo
-se è coerente con la globalità della lingua
-se proviene da uno o più scrittori autorevoli
La validità dell'esempio è massima quando si presentano queste tre (o ce ne sono altre?) evenienze.
Il secondo punto è quello critico, perché ci s'incontra o scontra con l'uso, con le nozioni apprese in gioventù e con i diversi concetti dei grammatici su cosa debba essere corretto in italiano con tutte le problematiche collegate, comprese le etimologie, anch'esse dipendenti da teorie e che possono essere 'vere' o presunte, ma diffuse.
Per me la lingua italiana è una creazione artificiale ispirata alla lingua toscana che è stata corretta finché è rimasta quasi solo scritta e che si degrada (è un mio giudizio) man mano che viene sempre più usata. Il mio giudizio è però parziale perché riguarda solo la lingua che chiamerei 'razionale', contrapposta a quella emotivo-evocativa che trae notevolissimo vantaggio dall'uso e dalle intrusioni dialettali.
Questo è il mio problematico e rudimentale parere di oggi, ed è ancora in evoluzione.

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