Di «d» eufoniche, uso e adattamenti

Spazio di discussione su questioni che non rientrano nelle altre categorie, o che ne coinvolgono piú d’una

Moderatore: Cruscanti

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Infarinato
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«‹D› eufonica»

Intervento di Infarinato »

bubu7 ha scritto:In questo caso, infatti, di eufonico c’è veramente poco, se noi intendiamo per eufonia quelle modifiche che si adottano nel parlato per evitare l’accostamento di suoni inconsueti per una data lingua.
Già che siamo in tema, mi permetto di segnalare anche questo mio vecchio intervento

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Federico
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Intervento di Federico »

bubu7 ha scritto:Invece, nel caso della d eufonica, l'economia grafica (completa eliminazione della d) va nella stessa direzione di quella fonica.
Eppure io ne incontro una quantità spropositata: una volta erano di piú?

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bubu7
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Intervento di bubu7 »

Federico ha scritto:Eppure io ne incontro una quantità spropositata: una volta erano di piú?
Sì.
La d cosiddetta eufonica non solo era più diffusa per le poche congiunzioni e preposizioni che l’ammettono a tutt’oggi (e, a, già più raramente o), ma riguardava anche altre parole (es. ned, ched e diverse altre).

pocoyo
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Intervento di pocoyo »

Lorenzo de' Medici ha scritto:Non vidi mai fanciulla tanto onesta,
né tanto saviamente rilevata:
non vidi mai la più leggiadra testa,
né sì lucente, né sì ben quadrata;
con quelle ciglia che pare una festa
quand'ella l'alza, ched ella me guata:
entro quel mozzo è 'l naso tanto bello,
che par proprio bucato col succhiello.
[La Nencia da Barberino]

Magnifico Lorenzo, e non è l'epiteto.

bubu7, varianti come ched e ned venivano comunemente usate anche nella lingua parlata o si prestavano piuttosto come strumenti metrici (nell'ottava di Lorenzo de' Medici, ad esempio, per evitare la dialefe)?
bubu7 ha scritto: ...e diverse altre).
Ad esempio? Sono curioso.

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bubu7
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Intervento di bubu7 »

pocoyo ha scritto: bubu7, varianti come ched e ned venivano comunemente usate anche nella lingua parlata o si prestavano piuttosto come strumenti metrici (nell'ottava di Lorenzo de' Medici, ad esempio, per evitare la dialefe)?
Dubito che quelle forme venissero usate nel parlato. Nello scritto sì, anche in prosa.
pocoyo ha scritto:
bubu7 ha scritto: ...e diverse altre).
Ad esempio? Sono curioso.
Su due piedi non me le ricordo.
Forse domani gliene dico qualche altra. :wink:

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Roberto Crivello
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Intervento di Roberto Crivello »

bubu7 ha scritto:L’Accademia della Crusca si è occupata a più riprese della questione (La Crusca per voi, n. 7 p. 8, n. 15 p. 10, n. 19 p. 11, n. 21 p. 10, n. 27 p. 4) nelle persone di Giovanni Nencioni e Luca Serianni.
Mi sono riguardato questi interventi e, sostanzialmente, coincidono con quanto espresso dalla Grammatica del Serianni (XIV.13). A quanto detto in quel luogo, si possono solo aggiungere i casi in cui non è lecito usare la d eufonica (i primi due sono anche parzialmente riportati nel Glossario dell’edizione Garzantina della stessa Grammatica [p. 521]):

• non si usa davanti ad h aspirata (es. davanti ai nomi stranieri: Heine, Hitler, Haydn, …) salvo che non si tratti di un prestito straniero ormai assimilato (es. hobby, handicap,…);
• non si usa davanti a una pausa (es. davanti a una virgola);
• non si usa nella preposizione articolata ai, nella forma ad i.

In tutti gli altri casi l’uso è facoltativo e non potrà considerarsi errore.

Rimane il fatto che nell’italiano moderno parlato (e scritto) si tende a limitarne l’uso, perfino nell’incontro tra vocali uguali.
Non sono sicuro della validità di quest'ultima affermazione, bubu7. Infatti la si legge molto spesso; l'ho vista usata anche dallo stesso Nencioni, che ha esposto la regola suggerita da Migliorini. Evidentemente scappa a molti; occorre un forte controllo sulla propria scrittura per emendarla in tutti i casi. Molte persone non conoscono la regola suggerita da Migliorini; a volte si incontra la d eufonica prima della h; e molti pensano che sia una regola inserirla: a me è capitato, in mie traduzioni riviste in Italia, di vedere la d eufonica inserita là dove non c'era, nell'incontro tra due vocali diverse.
Comunque non val la pena di occuparsene più che tanto, penso; ben altri sono i problemi che affliggono la lingua italiana.

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

Piccola parentesi.
Roberto Crivello ha scritto:Se guarda in rete osserverà un certo numero di calchi con mano da maestro.
Esiste anche la locuzione con mano maestra, registrata nel GRADIT.

Ecco alcuni esempi letterari.

Non altramente che Almena alla fama del suo venturo Anfitrione m’adornai, e con maestrissima mano niuna parte in me lasciai senza bellezza nell’essere suo. (Boccaccio)

La mastra man... saldo il governava [il destriero]
e col piè a tempo il fa parer un pardo. (Baiardi)

Or ben si vede quanto può l’ingegno
e la maestra man del rar pittore,
ove s’inganna l’uomo e Giove ancora. (Bandello)

La Musa in stil leggiadro e grave
fea con maestra man guizzar le corde. (Marino)

Il veleno somministrato, forse per bocca o forse, come piú probabile, immesso direttamente nell’intestino nei lavacri postoperatori, è stato trattato con mano maestra, sempre in dose bastante per produrre il suo effetto, mai in dose tale da produrlo in maniera troppo palese. (Piovene)

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Federico
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Intervento di Federico »

bubu7 ha scritto:
Federico ha scritto:Eppure io ne incontro una quantità spropositata: una volta erano di piú?
Sì.
La d cosiddetta eufonica non solo era più diffusa per le poche congiunzioni e preposizioni che l’ammettono a tutt’oggi (e, a, già più raramente o), ma riguardava anche altre parole (es. ned, ched e diverse altre).
Interessante, ma comunque chiedevo un confronto su una base temporale ben piú limitata, sull'uso di ad, ed, od, che sono adoperati davvero molto spesso: la percezione è che siano ritenuti obbligatori, e che il malinteso sia peggiorato dalla sua applicazione rigida che non guarda ad h o pause che si interpongano fra le due vocali vicine...

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bubu7
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Intervento di bubu7 »

bubu7 ha scritto:
pocoyo ha scritto:
bubu7 ha scritto: ...e diverse altre).
Ad esempio? Sono curioso.
Su due piedi non me le ricordo.
Forse domani gliene dico qualche altra
. :wink:
Mad "ma", sed "se", benched "benché".
Molto probabilmente quest'elenco non esaurisce gli esempi.
Federico ha scritto:Interessante, ma comunque chiedevo un confronto su una base temporale ben piú limitata, sull'uso di ad, ed, od, che sono adoperati davvero molto spesso...
Può darsi che per la sua sensibilità la diffusione attuale del fenomeno sia alta, comunque questo non esclude che nel passato, anche recente, la diffusione sia stata maggiore.
Non mi sembra di aver mai letto, infatti, di un recente incremento dell'uso.

Bue
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Ched è!?

Intervento di Bue »

In romanesco non si dice ched è!? ("che cos'è", "che cosa è stato?") ?
L'ho sentito usare per la prima volta dal trio Lopez-Marchesini-Solenghi, e l'ho interpretato come derivato direttamente da quid est, d compresa Sbaglio?

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bubu7
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Intervento di bubu7 »

Non sbagli.
La forma è infatti diffusa, attualmente, in diversi dialetti centromeridionali.
Tra qualche ora ritorna su questo filone, sto preparando un intervento interessante. :wink:

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bubu7
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Intervento di bubu7 »

Roberto Crivello ha scritto:
bubu7 ha scritto: Rimane il fatto che nell’italiano moderno parlato (e scritto) si tende a limitarne l’uso, perfino nell’incontro tra vocali uguali.
Non sono sicuro della validità di quest'ultima affermazione, bubu7. Infatti la si legge molto spesso; l'ho vista usata anche dallo stesso Nencioni, che ha esposto la regola suggerita da Migliorini. Evidentemente scappa a molti; occorre un forte controllo sulla propria scrittura per emendarla in tutti i casi. Molte persone non conoscono la regola suggerita da Migliorini; a volte si incontra la d eufonica prima della h; e molti pensano che sia una regola inserirla: a me è capitato, in mie traduzioni riviste in Italia, di vedere la d eufonica inserita là dove non c'era, nell'incontro tra due vocali diverse.
Anch’io non ne sono sicuro. Però, come la maggior parte delle mie affermazioni, esse non sono solo mie impressioni.
Il Serianni, nella sua grammatica, parla di possibilità e di uso consigliato, non di obbligatorietà, perfino nell’incontro tra vocali uguali. Dello stesso avviso era, se non ricordo male, Aldo Gabrielli.
Se lei dispone del parere di qualche linguista, che va in direzione contraria alla mia ultima affermazione da lei citata, sarebbe interessante se ce lo riportasse.
Sa benissimo che le impressioni fondate solo sulle nostre esperienze personali possono facilmente non corrispondere alla reale entità del fenomeno.
Roberto Crivello ha scritto:Comunque non val la pena di occuparsene più che tanto, penso; ben altri sono i problemi che affliggono la lingua italiana.
Sono d’accordo con lei sul fatto che questo non sia un problema per l’italiano contemporaneo.
Un po’ meno d’accordo sul fatto se valga la pena occuparsene tanto. Fortunatamente il mio interesse per la nostra lingua non riguarda solo i suoi attuali (presunti) problemi ma anche la sua storia e la sua evoluzione. E l’approfondimento di questa questione mi ha riservato qualche piccola sorpresa (che esporrò in un prossimo intervento… Il tempo di scriverlo :) ).
Ultima modifica di bubu7 in data gio, 14 set 2006 14:27, modificato 1 volta in totale.

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bubu7
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Intervento di bubu7 »

Riporto due citazioni prese dal Battaglia (s. v. d) che ci sarà utile commentare brevemente.
Bembo 296* Sono ancor di quelli che dicono che eziandio alla particella E, che congiugne le voci, si dà alle volte la D, in vece della T, che latinamente parlando sta seco,… con ciò sia cosa che più alquanto empie la sillaba e falla più graziosa la D, che la T.

Buommattei, 77 Per fuggir quella cadenza e languidezza che nasce dall’incontro di due vocali, quelle [parole di una sola lettera] si crescon d’una consonante, che per l’ordinario è il D, e dicesi ad usare, ed amare, od io… Talora in luogo di D si mette un T… Abbiamo benched ella, ched è novello, sed egli è troppo;... ma oggi non s’usan molto.
* Per i possessori del Battaglia: questa notazione è errata (incompleta). Non è infatti indicata l’opera da cui è tratta la citazione.

Entrambe le citazioni mi fanno riconsiderare, e in parte attenuare, le mie precedenti affermazioni sul fatto che la d, nei casi da noi considerati, si possa considerare solo etimologica e non abbia valore eufonico.

In queste citazioni viene infatti segnalato il valore eufonico della d.

La citazione del Bembo è tratta dall’opera Prose della volgar lingua (1525), una delle prime e sicuramente delle più importanti grammatiche italiane, che ha avuto un’influenza notevolissima nella creazione della norma. In essa si dice che la ‘d’ viene preferita alla ‘t’ per motivi eufonici. In effetti la sonorizzazione dell’occlusiva dentale “addolcisce” la pronuncia. Quindi qui l’eufonia è nel passaggio dalla ‘t’ alla ‘d’.

La citazione del Buommattei è tratta dall’opera Della lingua toscana (1643), in assoluto la più importante grammatica italiana del Seicento. In essa viene data un’altra spiegazione dell’uso della d per motivi eufonici: era avvertito come disfonico l’incontro di due vocali (anche diverse).
L’ultima frase ci ricorda che comunque già allora (un secolo dopo l’opera del Bembo) il fenomeno era in regresso.

L’interpretazione della disfonia data dal Buommattei è particolarmente significativa, prima di tutto, perché di tratta di un fiorentino e poi perché la sua grammatica, a differenza di quella del Bembo, s’inserisce in quella che va sotto il nome di “linea grammaticale fiorentina” (che comprende la Grammatichetta dell’Alberti [1437 circa] e le Regole della lingua fiorentina del Giambullàri [1552]). Tra gli elementi qualificanti di queste grammatiche vi erano il riferimento all’uso coevo e l’apertura verso forme del parlato.

Possiamo concludere dicendo che, in passato, l’attribuzione di caratteristiche eufoniche alla d aveva delle sicure motivazioni.
Oggi, la nostra sensibilità è cambiata e, per la maggior parte delle persone, questa d è diventata addirittura disfonica, anche se una parte di esse continua a usarla per motivi “etimologici” (o, come dice Crivello, perché pensano che, inserirla, sia una regola).
Ultima modifica di bubu7 in data gio, 14 set 2006 14:33, modificato 1 volta in totale.

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Infarinato
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Intervento di Infarinato »

bubu7 ha scritto:…In essa si dice che la ‘d’ viene preferita alla ‘t’ per motivi eufonici. In effetti la sonorizzazione dell’occlusiva dentale “addolcisce” la pronuncia.
Piú precisamente: non interrompe il continuum di sonorità fra le due vocali.

La sonorizzazione delle occlusive sorde intervocaliche (lessicalizzato in molte voci popolari del nostro vocabolario) è un fenomeno antichissimo e diffusissimo.

Si può dire, esagerando forse un po’, che nell’italiano centromeridionale non si danno esempi di occlusive sorde intervocaliche [scempie], ché sono sempre «indebolite» (spirantizzate in Toscana e lenite/sonorizzate nel resto del Centro-Sud: due modi diversi di facilitare la pronuncia d’un contoide posto fra due vocoidi)…

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bubu7
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Intervento di bubu7 »

A ulteriore integrazione di quanto dicevamo sulle limitazioni dell’uso della d eufonica, mi sembra interessante riportare la posizione di Luciano Canepari. Visto che parliamo di eufonia, sentiamo il parere di un professore di fonetica! :)
La consapevolezza linguistica porta a «preferire» tali forme «eufoniche» solo quando (in assenza di una d /d/ nella sillaba immediatamente successiva) le due vocali in contatto sono assolutamente uguali dal punto di vista (o meglio dal punto d’udito) fonico, non avvilentemente grafico. Perciò s’avrà: ad Ancona, ad avere, ed Evelina, ed esercizi; ma e Eva, e era /e’Eva, e’Era/. Oggi, poi, od è evitato perfino dalla maggior parte di coloro che sono succubi delle ad, ed, davanti a qualsiasi vocale. Quindi, o Ottavia, o ordinare (ma se proprio non si resiste, anche od Ottavia, od ordinare; purché si limiti a questi casi; ma non certo in o Otranto, o otto /o’Otranto, o’Otto/).

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