«Boomer, fatevene una ragione, la lingua continua a cambiare»

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G. M.
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«Boomer, fatevene una ragione, la lingua continua a cambiare»

Intervento di G. M. »

Vi segnalo quest'articolo uscito oggi su Domani, firmato da Andrea Donaera.
Vorrei scrivere una filippica sulla qualità del giornalismo italiano, ma lascio a voi i commenti.
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Ferdinand Bardamu
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Re: «Boomer, fatevene una ragione, la lingua continua a cambiare»

Intervento di Ferdinand Bardamu »

Tutta ’sta pappardella può essere riassunta coi versi immortali degli Elio e le storie tese: «In un tripudio di miccette / il governo esplode e i suoi brandelli in cielo / compongono la scritta «zio cantante» / che sta a significare lo scorno dei matusa / mentre i giovani limonano felici / esaminando giornali tipo Lando / che ritornano alla luce / dopo un’era di arbitrario oscuramento / grazie al provvido intervento / che operò quel sacramento di… Supergiovane». S’intende che in questo caso il nostro autore riveste il ruolo del mitologico Supergiovane.

Venendo al merito, e tralasciando l’uso degli scevà, farei notare un paio di cose. In primo luogo, l’accusa d’ideologia può essere benissimo rivolta anche contro chi la pensa come lui: cos’è del resto l’idea che una lingua debba essere lasciata libera di mutare, anche contro regole consolidate da secoli? In secondo luogo, osservo che si è scelto come avversari dialettici non, che so?, Zoppetti, Valle, te o noi, ma non meglio precisati «boomer». Facile cosí, no?
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G. M.
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Re: «Boomer, fatevene una ragione, la lingua continua a cambiare»

Intervento di G. M. »

Ferdinand Bardamu ha scritto: mar, 15 giu 2021 16:36 In secondo luogo, osservo che si è scelto come avversari dialettici non, che so?, Zoppetti, Valle, te o noi, ma non meglio precisati «boomer». Facile cosí, no?
Il problema è che in questa fase storica la nostra parte è così minoritaria (in Italia) che tutti noi siamo completamente sconosciuti al grande pubblico. La questione della lingua, per chi se ne interessa, ha figure di riferimento solo dal lato del «cambiamento» nel senso dell'anglicizzazione sempre maggiore; la Crusca stessa, quando osa fare un timido richiamo verso l'italiano, al massimo è applaudita «come un orso ammaestrato», per citare uno scrittore a me caro, e dimenticata nell'arco di cinque minuti. Così, chi come l'autore dell'articolo ha una conoscenza solo superficiale dell'argomento, si trova di fronte a una dicotomia con da un lato la luminosa e —non ridete— mindblowing Vera Gheno, e dall'altra i boomer forse anche illetterati che si lamentano su Facebook; ed è facile immaginare che, per un fatto di autorità e di fama, tenderà (naturalmente, e giustamente e ragionevolmente, direi persino) a fidarsi e a schierarsi dal lato di chi appare "esperto". Non c'è alcuna cognizione del fatto che la nostra è una posizione argomentata, razionale, basata su studi seri e una passione vera e approfondita per la lingua. Zoppetti è di gran lunga il più noto di noi, eppure non sarei sorpreso se l'autore dell'articolo non l'avesse nemmeno mai sentito nominare.

Dovremmo trovare modo di farci conoscere, arrivare a essere noti, spezzare questo circolo vizioso che rende una parte sempre più forte e totalizzante e l'altra sempre più irrilevante: allora credo che la nostra posizione non sarebbe più tanto bistrattata, e credo che dopo un po' potremmo trovare, nel paese, un sostegno molto più grande e trasversale di quello che può sembrare adesso, cioè nullo.
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Ferdinand Bardamu
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Re: «Boomer, fatevene una ragione, la lingua continua a cambiare»

Intervento di Ferdinand Bardamu »

Se non ci conosce, e non fatico a crederlo purtroppo, allora significa che non ha fatto nemmeno il minimo sforzo per approfondire la questione: si è accontentato di sopraffare l’avversario meno attrezzato culturalmente. È comodo «argomentare» cosí. Ho il sospetto però che, anche se ci conoscesse, avrebbe scelto sempre i corrivi cinquantenni sulle reti sociali come avversario dialettico, perché tornano utili per allargare il discorso anche al campo sociopolitico (vedi l’accenno alla questione del genere e all’«odio»). Polemizzare con noi non sarebbe altrettanto funzionale a questo allargamento.

In quanto alla seconda parte del tuo discorso, sono d’accordo. Conquistare visibilità è un’impresa ardua. Ci vorrebbe una schiera d’influenzatori ben in vista che sostengono, non occasionalmente, la nostra battaglia.
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Re: «Boomer, fatevene una ragione, la lingua continua a cambiare»

Intervento di G.B. »

Ferdinand Bardamu ha scritto: mar, 15 giu 2021 19:25 Ci vorrebbe una schiera d’influenzatori ben in vista che sostengono, non occasionalmente, la nostra battaglia.
E una schiera di linguisti, accademici, politici...
G.B.
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Ferdinand Bardamu
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Re: «Boomer, fatevene una ragione, la lingua continua a cambiare»

Intervento di Ferdinand Bardamu »

Segnalo l’ottima risposta di Antonio Zoppetti.
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G.B.
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Re: «Boomer, fatevene una ragione, la lingua continua a cambiare»

Intervento di G.B. »

Ferdinand Bardamu ha scritto: lun, 21 giu 2021 15:00 Segnalo l’ottima risposta di Antonio Zoppetti.
Permettetemi una nota (uso il «voi» perché ho letto anche il Suo[?] commento di [totale] approvazione).
È bene non dimenticarsi del discorso geopolitico, d'inquadrare i fenomeni in una prospettiva storica, multidisciplinare. Bene è anche che ogni tanto s'infarcisca il tutto con un po' di patriotismo (non dico che nell'articolo è stato fatto, né dico il contrario). Ma, d'altro lato, non vorrei che tutto questo sia scambiato per il solito antiamericanismo «alla fusara» (perché temo che cosí siano ormai percepiti discorsi del genere, in ispecial modo dalle persone cólte).
Antonio Zoppetti, in «Itanglese, scevà, conflitti generazionali e il vuoto del pensiero colonizzato», ha scritto: Oggi tutto ciò è vero più che mai, e questo riassestamento non riguarda lo scontro giovani-boomer, ma una classe dirigente americanizzata in modo servile a partire dalla sinistra, che un tempo aveva un atteggiamento critico – critico, si badi bene, non antiamericano – [mah] e oggi è zerbinata e colonizzata.

Sarebbe facile bollare Donaera come figlio di una generazione colonizzata, come un nativo halloweeniano che pensa che quello che sin da bambino ha visto in tv e oggi in Rete appartenga alla nostra storia e società e non all’esportazione dei modelli delle multinazionali che lo hanno plasmato a loro uso e consumo, dal popcorn che gli fanno mangiare al cinema al linguaggio delle interfacce della Rete che gli fanno parlare.

Il linguaggio “non discriminante” è teorizzato da un nuovo imperialismo culturale e linguistico che si ritiene superiore alle altre lingue e culture.

Donaera non si rende conto che la sua difesa dello scevà è altrettanto ideologizzata, non è affatto una scelta neutra, è figlia di un’ideologia che viene dagli Stati Uniti[.]

È la stessa logica con cui i Paesi poveri sono chiamati ipocritamente “Paesi in via di sviluppo”. Quale sviluppo? Quello del capitalismo globalizzato e della civiltà dei consumi dove li si vuole condurre, ovviamente.

Dietro la retorica dello scevà e del rinnovamento dell’italiano attraverso la sua sostituzione con l’inglese c’è un’ideologia ben precisa, quella del pensiero dominante.

Dietro la libertà di Donaera c’è la dittatura del pensiero unico e degli anglocrociati alla conquista del mondo, anche linguisticamente.
Nel suo articolo, Zoppetti queste frasi, le semina con criterio, non le ammassa come ho fatto io. Ma poco cambia: il concetto è rimarcato. E ciò non è utile per il discorso linguistico. Perché, primo, la «narrazione» a cui si potrebbero ricondurre le parole che ho riportato è impopolare (magari non nel sito dell'autore). Secondo, perché nessuno «Ci» costringe a usare gli anglicismi in maniera spropositata o a ignorare le regole della grammatica italiana o a introdurre infelici innovazioni fonetiche come lo «scevà»: le Nazioni di Francia e Spagna (e altre), come ben sappiamo, le loro lingue le curano e nessuno per ciò le penalizza, pur essendo anch'esse inglobate nella «sfera culturale americana». E terzo, non è utile infiammare cosí una risposta, ché se le parole di Zoppetti «non trasudano odio», è comunque evidente una forte reazione emotiva, che ha trovato sfogo proprio nell'articolo (meccanismo che è esattamente il medesimo dei post dei boomers, degli articoli dei Donaera e dei tanti «abbrutiti» di [o da, per riprendere Pasolini] questa società, compreso il «me» di qualche mia uscita in questo spazio).
G.B.
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Ferdinand Bardamu
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Re: «Boomer, fatevene una ragione, la lingua continua a cambiare»

Intervento di Ferdinand Bardamu »

Faccio alcune osservazioni. Trattenersi dal sostenere un certo argomento perché è «impopolare», o perché «gli altri» possono tacciarci di fascismo, fusarismo, leghismo, vattelapesca, forse è utile tatticamente, ma se quell’argomento è dirimente tacendolo si rischia di portare avanti iniziative inefficaci. Mi fermo qui, perché non vorrei virare verso discorsi politici inopportuni. In quanto al tono, convengo che è animoso e appassionato, ma del resto non poteva essere altrimenti, data la veemenza dell’articolo a cui risponde. Non ci vedo affatto un aspetto negativo; inoltre, benché fermo e franco, il suo tono è tutt’altro che ingiurioso, ch’è la cosa piú importante.

Ad ogni modo, se vuole può riportare queste sue considerazioni, di certo degne di nota, direttamente ad Antonio, che so essere una persona aperta al dialogo.
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Carnby
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Re: «Boomer, fatevene una ragione, la lingua continua a cambiare»

Intervento di Carnby »

Zoppetti cade nello stesso errore (seppur, volutamente, nel senso opposto) rispetto a Donaera, ovvero il politicizzare eccessivamente la questione. Citare Gramsci e Pasolini, che scrivevano in un contesto socio-politico differente da quello attuale, non ha molto senso. Se ne facciamo una questione tra globalisti e localisti o tra filoccidentali e filorussi abbiamo già perso. Mi ricordo sempre le sagge parole di un grande latinista quale Alfonso Traina, il quale diceva di «spoliticizzare» sempre la questione, mentre riconosceva che il mondo non andava in direzione del latino, ma della scienza e dell’inglese e che il latino si preservava non insegnandolo male a tanti ma bene a pochi. Non ho nulla contro la diffusione dell’inglese, sono contro l’ibridazione dell'inglese e dell’italiano. In un vertice tra Stati si userà l’inglese, ma nel contesto italiano va preservata la nostra lingua.
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Ferdinand Bardamu
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Re: «Boomer, fatevene una ragione, la lingua continua a cambiare»

Intervento di Ferdinand Bardamu »

Carnby ha scritto: mar, 22 giu 2021 10:02Mi ricordo sempre le sagge parole di un grande latinista quale Alfonso Traina, il quale diceva di «spoliticizzare» sempre la questione, mentre riconosceva che il mondo non andava in direzione del latino, ma della scienza e dell’inglese e che il latino si preservava non insegnandolo male a tanti ma bene a pochi.
Non conoscevo quest’opinione di Traina. Mi pare che, cosí facendo, si rischi di confinarsi nelle riserve, cioè, in breve, d’estinguersi. In piú, mi pare che la contrapposizione tra insegnare bene a pochi e insegnare male a tanti sia una falsa dicotomia. L’alternativa, volendo, ci sarebbe: ci vuole la volontà, che per me è politica in senso lato (non «partitica»). Anche la Crusca, se volesse, cioè se ne avesse la volontà politica, potrebbe mettersi a capo dell’iniziativa a difesa dell’italiano.

In quanto alla «politicizzazione», premettendo che Antonio, che è iscritto al fòro, potrà rispondere meglio di quanto possa far io, io credo che l’articolo di partenza richiedesse necessariamente una risposta di questo tenore e con questi argomenti. Poi si può esser d’accordo o no con Zoppetti riguardo alla sua visione dei rapporti sociali e geopolitici, ovviamente.
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G.B.
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Re: «Boomer, fatevene una ragione, la lingua continua a cambiare»

Intervento di G.B. »

Ferdinand Bardamu ha scritto: mar, 22 giu 2021 10:24 Anche la Crusca, se volesse, cioè se ne avesse la volontà politica, potrebbe mettersi a capo dell’iniziativa a difesa dell’italiano.
Ma la Crusca non ha «volontà politica» perché l'ultima cosa che vorrebbe è proprio politicizzarsi. La «difesa dell'italiano» è un tema scottante in Italia e son pochi coloro che lo promuovono senza rifarsi a tutto un pacchetto ideologico, sia esso di destra o di sinistra, di nostalgia per un tempo che fu, o di delusione per una linea della sinistra che non ci piace.

Perciò sarebbe meglio, come sottolineava Carnby, che chi possiede un certo séguito «spoliticizzi» al massimo la sua battaglia per l'italiano, cosí da conferirle trasversalità e, sperabilmente, attrarre l'attenzione di qualche accademico, che non vuole il suo nome «infangato» da ideologie. Poi, uno può anche portare tutto sul piano [geo]politico, e allora... good luck with it!
G.B.
Zop
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Re: «Boomer, fatevene una ragione, la lingua continua a cambiare»

Intervento di Zop »

Per citare ancora Gramsci: "L'antiamericanismo è comico, prima di essere stupido." La sinistra, storicamente, ha avuto nei confronti degli Usa un duplice atteggiamento che qualcuno bollò come schizofrenico, ma che a mio avviso rivela un atteggiamento critico. La vicenda della rivista "Il Politecnico", fondata dall'americanista incontenibile Vittorini, è significativa nell'aver creato una spaccatura nel Pci. Il mito americano del post-fascismo identificava l'America con la libertà, ma allo stesso tempo quel Paese rappresentava il culmine del capitalismo e della civiltà dei consumi (la stessa schizofrenia che si ritrovava in ambiente cattolico, l'America scostumata e disumana ma con cui patteggiare contro il pericolo rosso). E dopo l'immagine dell'America kennedyana liberale degli anni '60, è subentrata l'altra faccia dell'America degli anni '70, che appoggiava le dittature sudamericane in funzione anticomunista e non si faceva scrupoli a rinnegare la "libertà" quando gli faceva comodo.
Questo per rispondere a quel "mah" riferito alla differenza tra antiamericanismo e atteggiamento critico.
La nuova sinistra, dopo il crollo del muro di Berlino, mi pare che abbia perso questo atteggiamento. Il Pd di Veltroni si è americanizzato in modo pappagallesco nella denominazione, nelle primarie, nei modelli-icona, nel mostrare che non erano più comunisti, nel motto "Yes I can"... anche linguisticamente come si è visto nell'epoca renziana. Naturalmente tutta la politica, non solo la sinistra, ha subito questo processo di americanizzazione superficiale (la cosiddetta seconda repubblica, il voler creare un bipolarismo artificiale che ha fallito, la politica spettacolo...).
Mi pare che in Italia ci sia solo una visione, quella del "siamo tutti americani" che ha aperto il Nuovo millennio, influenzata emotivamente dagli attentati alle torre gemelle e dalla nuova costruzione di un nemico, che dopo il comunismo è stato individuato nel supposto scontro di civiltà del pericolo islamico (il prossimo sarà la Cina).
Su questo scenario bisogna vedere in che modo nessuno ci costringe a usare l'inglese o lo scevà. Un giurista come Francesco Galgano - non certo un antiglobalista - ha analizzato come l'espansione delle multinazionali imponga in tutto il mondo parole come leasing (ma lo stesso si può dire di franchising, copyright...), e se passiamo all'informatica e alla Rete le cose sono più evidenti e gravi: ripetiamo ciò che le interfacce informatiche ci propinano, che altro fare se non ripetere follower, widget, snippet, firewall...? Se poi la nostra classe dirigente è in grado solo di scimmiottare il modello culturale d'oltreoceano va a finire che le generazioni sono definite da categorie a noi estranee come le X, Y e Z generation, che si introduca il cashback di stato, il green pass... Dov'è la libertà? Dov'è l'alternativa? La petizione di legge per l'italiano presentata alla Camera e al Senato dal sottoscritto è stata ostracizzata da ogni mezzo di informazione italiano. Però la notizia è stata data su France Culture, su una rivista di Vienna e ha un'eco internazionale. Perché?
Non sono così sicuro che nessuno ci "costringa" ad andare in una certa direzione, o meglio: il confine tra costrizioni e costruzioni di una sola realtà dove scompare ciò che non si vuol far vedere è molto labile.
A proposito dello scevà, in Argentina la questione è rovente, al punto che chi la critica comincia a essere discriminato. In Spagna e in Francia, al contrario, le accademie si sono espresse chiaramente condannandola. Ma noi abbiamo la Crusca, che tace. Come andrà a finire? Per il momento suscita polemiche, ma vedremo cosa accadrà e se faremo come in Argentina (intanto sono apparsi i primi articoli su L'Espresso e Domani).
Personalmente considero il politicamente corretto una grande ipocrisia che serve a veicolare una precisa difesa di certi valori, non di tutti, e da filosofo (come formazione) credo nella dialettica, nella controversia e nel contraddittorio sostenuto con ardore e veemenza, quando serve. Non sono io a difenderlo, dovrebbero essere quelli come Donaera che dicono di non volere discriminare discriminando. Davanti a questi toni e a queste argomentazioni non porgo l'altra guancia e mi getto nella mischia per difendere le mie ragioni con ogni mezzo. Contrastare gli ideologi dell'itanglese è un dovere, soprattutto quando costituiscono il sistema dominante.
Zop
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Re: «Boomer, fatevene una ragione, la lingua continua a cambiare»

Intervento di Zop »

Chiedo perdono: volevo rispondere a G.B. ma mi è apparso tutto in un altro luogo
Zop
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Re: «Boomer, fatevene una ragione, la lingua continua a cambiare»

Intervento di Zop »

Carnby ha scritto: mar, 22 giu 2021 10:02 Zoppetti cade nello stesso errore (seppur, volutamente, nel senso opposto) rispetto a Donaera, ovvero il politicizzare eccessivamente la questione. Citare Gramsci e Pasolini, che scrivevano in un contesto socio-politico differente da quello attuale, non ha molto senso. Se ne facciamo una questione tra globalisti e localisti o tra filoccidentali e filorussi abbiamo già perso. Mi ricordo sempre le sagge parole di un grande latinista quale Alfonso Traina, il quale diceva di «spoliticizzare» sempre la questione, mentre riconosceva che il mondo non andava in direzione del latino, ma della scienza e dell’inglese e che il latino si preservava non insegnandolo male a tanti ma bene a pochi. Non ho nulla contro la diffusione dell’inglese, sono contro l’ibridazione dell'inglese e dell’italiano. In un vertice tra Stati si userà l’inglese, ma nel contesto italiano va preservata la nostra lingua.
Temo che la questione degli anglicismi e dello scevà non sia linguistica, ma politica, il che non significa ideologizzata all'interno di qualche partito o schieramento politico.
Pasolini non è ascrivibile alla destra o alla sinistra (amato e odiato da entrambe le parti), e le sue analisi che ai tempi i linguisti deprecarono, oggi sono riconosciute come basilari, 50 anni dopo e fuori tempo massimo, mentre la questione della lingua è intanto cambiata, ma molti linguisti lo scopriranno fra altri 50 anni.
La citazione di Gramsci non mi pare ideologizzata, è solo espressa con una terminologia che oggi va ridefinita nelle parole ma non nei contenuti. Per la cronaca ho citato anche Michel Serres, un filosofo di statura internazionale oltre che un membro dell'Accademia francese.
Sono piuttosto convinto che abbia poco senso separare la questione dell'inglese internazionale dall'itanglese: i due fenomeni sono connessi e inestricabili. Proprio perché l'inglese è percepito come la lingua della cultura superiore da idolatrare accade che gli anglicismi siamo preferiti e percepiti come più solenni ed evocativi. La riprova è che il fenomeno dell'ibridazione delle lingue locali è mondiale e non c'è ormai Paese che non abbia coniato un termine per dargli un nome: franglais, spanglisch, Denglisch, greenglish, runglish...
La battaglia in corso in Paesi come la Francia, il Belgio, e anche la Germania della Vds è in nome del plurilinguismo contro il disegno di imporre a tutti l'inglese internazionale. Lo hanno capito scrittori africani con Thiong'o (Decolonizzare la mente), che invita a ribellarsi all'inglese, la lingua che fiorisce sul cimitero delle altre lingue e che spiega come in Africa stia facendo scomparire una moltitudine di lingue locali, grazie anche alle scuole coloniali in inglese, che in Italia sono invece mitizzate come scuole internazionali tipo il Politecnico di Milano. Lo ha capito la Vds che sta facendo una battaglia perché il tedesco non sia estromesso dalla scuola, la ha capito una scienziata come Maria Luisa Villa preoccupata perché l'italiano, mutilato, sta diventando incapace di esprimere la scienza; lo ha capito uno di massimi linguisti viventi (come lo ha definito Tulllio De Mauro), Jürgen Trabant, che davanti al globalese denuncia una diglossia neomediavale che esclude le fasce povere della popolazione che non hanno accesso all'inglese. Il fatto che questo dibattito internazionale in Italia sia percepito come veterocomunismo, fusarata e simili, è triste e preoccupante.
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G. M.
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Re: «Boomer, fatevene una ragione, la lingua continua a cambiare»

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Zop ha scritto: mar, 22 giu 2021 14:14 Sono piuttosto convinto che abbia poco senso separare la questione dell'inglese internazionale dall'itanglese: i due fenomeni sono connessi e inestricabili. Proprio perché l'inglese è percepito come la lingua della cultura superiore da idolatrare accade che gli anglicismi siamo preferiti e percepiti come più solenni ed evocativi. La riprova è che il fenomeno dell'ibridazione delle lingue locali è mondiale [...]
Sono d'accordo.
Qualche anno fa ero sostanzialmente allineato alle posizioni di Carnby: nulla di male nell'inglese internazionale (anzi, magari promoviamolo pure, insegniamolo di più e meglio, ecc.), purché questo non minacci le altre lingue.
Più recentemente, riflettendo e informandomi meglio sulla questione, ho cambiato idea. L'uso di una lingua nazionale come lingua veicolare internazionale è profondamente ingiusto: non per una qualche vaga ragione teorica o di principio, ma per fatti concreti e ingenti di economia, società, influenza politica, esposizione mediatica, eccetera. In poche parole, è una questione di democrazia e di equità tra le nazioni, nonché tra i rispettivi cittadini.
Per non andare fuori fòro e tornare nell'àmbito di cui ragioniamo qui, si tratta di un circolo vizioso (vizioso per noi non primariamente anglofoni) in cui l'italiano con le sue dinamiche è un tassello ben inserito: più anglicismi vogliono dire una maggior percezione del prestigio dell'inglese (e quindi, di fatto, dei paesi anglofoni), e questo di nuovo vuol dire più anglicismi.
Anche se non abbiamo interesse per il problema politico-democratico internazionale, e vogliamo solo tutelare e curare l'italiano, questo è un fatto sociolinguistico enorme, che nel valutare la questione non può essere trascurato.

(Preciso, solo per evitare possibili fraintendimenti, che non mi ritengo un antistatunitense o qualcosa del genere, e anzi sotto certi aspetti i SUA sono per me un modello di successo a cui ispirarsi; in proposito faccio mie le parole di Andrea Chiti-Batelli, che ha scritto molto sul tema:
La mia ostilità non all'inglese, ma all'inglese lingua franca, può far credere che io condivida l'atteggiamento anti-americano oggi largamente diffuso in Europa, e specialmente in Italia. È vero il contrario: come meglio risulterà dal seguito, la colpa di ciò che io lamento è tutta dell'Europa, che [...] incapace di scegliersi una lingua franca che metta tutti su un piede di parità [...] non può se non dire: «Chi è causa del suo mal pianga se stesso».
La colpa pertanto non è degli Stati Uniti perché sono troppo grandi e perciò più avanzati economicamente, tecnologicamente, scientificamente, militarmente, ecc.: è nostra.
Da A. Chiti-Batelli, Glottofagia ed etnolisi. Per la salvaguardia dell’«identità» linguistica e culturale dell’Europa, prefazione di P. Janton, CEDAM, Padova 2008, pp. 25–26).
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