Utilizzare la parola "Ecosistema" in diversi ambit

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verdammt
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Utilizzare la parola "Ecosistema" in diversi ambit

Intervento di verdammt » mar, 04 dic 2012 3:35

Salve a tutti, purtroppo non sono un letterato e acculturato come tutti voi però nel mio piccolo piace tenermi "aggiornato" se si può dire :D
Anzi, non sono neanche sicuro di aver azzeccato la sezione...in caso chiedo scusa in anticipo.

Il mio dubbio è questo:

Ormai si sente sempre più spesso l'utilizzo della parola Ecosistema in ambito tecnologico, per esempio se si vuole rammentare un sistema operativo tipo windows si legge:

"[...] è uscito il windows8, è stato aggiornato tutto il nuovo ecosistema made in Microsoft [...]"

Ovviamente come ecosistema, in questo caso, è inteso l'insieme di programmi, attività e applicazioni che rendono possibile l'esistenza di tale sistema operativo.

Siccome la definizione di "ecosistema" in maniera spicciola è questa:
"Un ecosistema è una porzione di biosfera delimitata naturalmente, cioè l'insieme di organismi animali e vegetali che interagiscono tra loro e con l'ambiente [...]"

Ovvero si parla proprio in maniera specifica di animali, natura e organismi viventi, chiedo se sia lecito utilizzare la suddetta parola anche nell'ambito (e anche in altri certamente) della tecnologia o anche certamente in altri ambiti.

Ringrazio tutti anticipatamente :)

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 » mar, 04 dic 2012 3:55

Salve e benvenuto fra noi! :)

Sembra quasi strano che qualcuno chieda se si possa usare (non utilizzareutilizzo) una parola italiana in un significato traslato: certo che si può! Ed è cosa sana e giusta, piuttosto che ricorrere, che so io, a ecosystem? Dunque ben venga ecosistema in ambito informatico. È una metafora, un’analogia, si chiami come si vuole.

Dicevo: sembra strano che qualcuno chieda se si possa usare una parola italiana in un senso diverso da quello registrato. Mentre sembra che nessuno si faccia scrupolo a usare mille parole inglesi superflue. Nessuno chiede se sia legittimo introdurre una parola straniera, ma il dubbio cade proprio sulla estensione semantica di una parola della propria lingua. Ci devo riflettere, su questo fatto.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

verdammt
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Intervento di verdammt » mar, 04 dic 2012 18:04

Grazie mille!

Ero quasi sicuro della risposta, però volevo una certezza, mi sembrava troppo strano non poterla usare in altri ambiti!

Secondo me comunque è quasi sempre illegittimo introdurre parole straniere a meno che non abbiano significati che in italiano non si potrebbero identificare con una sola parola, più che altro questo in contesti tecnici, perché nel parlato normale aggiungere parole straniere mi sembra un affronto bell'e buono.
Abbiamo la nostra bellissima lingua, utilizziamola!

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Roberto Crivello
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Intervento di Roberto Crivello » mer, 05 dic 2012 0:33

Guardi che ora arriva l'intemerata di Marco perché ha adoperato il verbo utilizzare anziché usare riferendosi alla nostra lingua.
:wink:

Comunque la sua domanda non mi è sembrata peregrina, perché gli italiani non hanno un atteggiamento univoco per quanto riguarda l'estensione semantica. A volte l'accettano facilmente, a volte recalcitrano. Basta cercare in questa sede parole come serpente monetario, giraffa, topo per leggere le innumerevoli discussioni in merito.

L'accettazione indiscriminata degli anglismi è diversa dal dubbio - lecito in tanti casi - se una risemantizzazione sia opportuna o no, appropriata o no.

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 » mer, 05 dic 2012 1:56

La liceità, appropriatezza o opportunità di estensioni semantiche non è mai stata la scelta unanime dei parlanti, che io sappia. Nulla in fatto di lingua è il risultato di un consenso, se non a cose fatte. Tutto viene imposto in forza di un certo uso, buono o cattivo che si giudichi. In passato ciò avveniva principalmente per via scritta e per opera di gente cólta. Oggi perlopiú le stesse cose accadono, sempre per via scritta, ma con un martellante orale che ha conseguenze indubbie sugli automatismi, e per demerito di persone generalmente incólte e poco sensibili e coscienti, credo.

Sarebbe allora interessante, caro Roberto, capire, per esempio, perché format soppianti formato in alcune accezioni e se dietro ci sia davvero una scelta, una coscienza e un sapere o solo l’introduzione incauta d’un termine che, per moda, non poteva sfuggire ai lessicografi. Insomma, il punto è: se ci fosse un controllo e non si accettasse qualsiasi cosa, la lingua non seguirebbe forse un’evoluzione un po’ meno spasmodica?
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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