Passare da passato remoto a imperfetto

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Passare da passato remoto a imperfetto

Intervento di igrino » sab, 03 mag 2014 23:56

Salve a tutti,
Di tanto in tanto mi diverto a scrivere dei brevi racconti che poi pubblico sul mio sito personale e, ogni volta, mi imbatto nel medesimo problema: come decidere, quando narro dei fatti nel passato, se usare il passato remoto o l'imperfetto.

D'accordo, so che il passato remoto indica un'epoca più lontana nel tempo mentre l'imperfetto è più vicino al presente, ma non è questo il vero problema: talvolta decido di usare il passato remoto ma poi mi imbatto in delle situazioni nelle quali passare all'imperfetto mi viene spontaneo mentre mantenere il passato remoto mi suona artificioso. Ed è in questi casi che non so mai come comportarmi...

Infatti mi pare di ricordare una regola scolastica che dice di usare sempre il medesimo tempo per azioni contemporanee: se così fosse, una volta stabilito il tempo che voglio usare, lo dovrei mantenere per tutte le azioni che si svolgono nello stesso lasso temporale...

Quindi la mia vera domanda è: ci sono delle regole precise che indichino se, quando e come sia possibile passare da un tempo a un altro (non necessariamente all'interno della stessa frase ma magari fra un paragrafo e l'altro) ?

Grazie!

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 » lun, 05 mag 2014 2:42

Nella narrazione, il passato remoto si usa per le azioni e tutto quello che è puntuale, di poca durata. L'imperfetto serve per le descrizioni e le azioni lunghe o che sono abituali.

Ma non ci si improvvisa scrittori. Piú si legge (la buona letteratura), meglio si scrive. :-)
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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igrino
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Intervento di igrino » lun, 05 mag 2014 14:29

La ringrazio molto Marco1971!
Ho ricontrollato quanto ho scritto e ho verificato di aver seguito, pur senza rendermene conto coscientemente, la regola che mi ha appena spiegato...
Era veramente fastidioso avere costantemente il dubbio di star commettendo degli errori!

Riguardo gli scrittori, improvvisati o no, io credo invece che non ci sia niente di male a scrivere per il proprio diletto: mi pare una maniera come un'altra per sfogare la propria creatività...
Piú si legge (la buona letteratura), meglio si scrive.
Se si riferisce alla saga di Harry Potter sappia poi che ho quasi finito di leggere il secondo volume: anzi l'avrei già finito se non fosse pieno di parole difficili che devo cercare sul vocabolario!
:)

domna charola
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Intervento di domna charola » lun, 05 mag 2014 15:19

Ritengo che il giusto sia - come sempre - a metà, o meglio, in ambedue gli estremi: leggere molto, partendo dai classici della lingua - e, ohimé, una traduzione da un'altra lingua non penso possa essere il meglio, se non altro perché, per mantenersi fedele a un autore, può ricorrere a elementi non perfettamente italiani - e esercitarsi molto a scrivere. Perché comunque, scrittori non ci si improvvisa, ma ci si arriva dopo chilometri di righe scritte, rilette a mente fredda, cestinate, riscritte, rilette, fatte leggere ad altri etc. :wink:

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 » lun, 05 mag 2014 21:32

igrino ha scritto:La ringrazio molto Marco1971!
Prego! :)
igrino ha scritto:Riguardo gli scrittori, improvvisati o no, io credo invece che non ci sia niente di male a scrivere per il proprio diletto: mi pare una maniera come un'altra per sfogare la propria creatività...
Riguardo agli scrittori... ;) Naturalmente, ha ragione sull'aspetto creativo dell'attività, ma io parlavo della scrittura come arte, che richiede tutto quello che qui sopra ha scritto domna charola. :)
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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