Cose da fare (o da non fare) nel leggere una poesia

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Zabob
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Cose da fare (o da non fare) nel leggere una poesia

Intervento di Zabob » sab, 20 dic 2014 0:59

In questo vecchio intervento, il nostro Marco consigliava a un utente, nel recitare una poesia, di usare la possibilità di dire "spènto" (in luogo di "spénto") per la rima con "sènto" – pur se è convenzione che la rima si consideri "perfetta" anche se le terminazioni dei versi differiscono quanto a timbro vocalico delle e o delle o.

I dubbi che vorrei mi fossero sciolti sono questi:
1) Se ho dei versi in cui còsa fa rima con preziósa, non devo pronunciar cósa o, viceversa, preziòsa per rendere "ancor più perfetta" la rima, giusto? è una possibilità di cui mi posso avvalere se una delle due parole ammette due pronunce, entrambe accettabili (quindi posso dire ricòvero se fa rima con pòvero).
Lo stesso a riguardo delle s: se ho (di nuovo) cosa /-s-/ che fa rima con sposa /-z-/ posso (o devo?) tramutar la pronuncia della prima in co/z/a; ma non dirò ventisei /-z-/ se un altro verso finisce con Ortisei /-z-/.
2) Come comportarsi con le dieresi? Nel settenario «silenzïosa luna» devo pronunciare -io- come iato (per far sentire sette "sillabe") o è un accorgimento che vale solo a "far tornare i conti", ma non si trasporta nella lettura?
3) Se trovo un enjambement devo "spezzare" per far sentire dove finisce il verso o (anche qui) i "conti" devono quadrare solo da un punto di vista metrico? Devo leggere, p.es., «e questa siepe, che da tanta parte [pausa] dell'ultimo orizzonte il guardo esclude» o posso/devo dire «e questa siepe, che da tanta parte dell'ultimo orizzonte [pausa, leggera sospensione] il guardo esclude»?
Ultima modifica di Zabob in data sab, 20 dic 2014 10:28, modificato 2 volte in totale.
Oggi com'oggi non si sente dire dieci parole, cinque delle quali non sieno o d'oltremonte o nuove, dando un calcio alle proprie e native. (Fanfani-Arlìa, 1877)

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Intervento di GFR » sab, 20 dic 2014 9:26

Secondo me la dizione non deve seguire lo scritto, anche se scrivendo immagini i suoni. Leggerò più tardi il filone segnalato.
Ottima la rima Ortisei/Ventisei.
Lunga la via, Capodanno a Ortisei,
partirò presto, già il ventisei ...
:)(ci lavoro)

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Zabob
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Intervento di Zabob » sab, 20 dic 2014 10:09

Difficile trovar parole con la s intervocalica sorda "obbligata", e infatti ho commesso un errore: Ortisei/ventisei è una rima tronca ricca: la consonante precedente l'ultima vocale tonica (del verso) potrebbe essere qualunque altra (bei, cammei, licei... anche DJ!) – un po' come nella rima piana venti/s/ette ~ ro/z/ette.

Proviamo con le z, forse è più facile: posso dire brezza /-ts'ts-/ se fa rima con bellezza, ma posso anche dire rozzo /-ts'ts-/ se un altro verso termina con pozzo?
Ultima modifica di Zabob in data mar, 23 dic 2014 1:08, modificato 1 volta in totale.
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Re: Cose da fare (o da non fare) nel leggere una poesia

Intervento di Infarinato » sab, 20 dic 2014 18:55

Risposte secche. :)
Zabob ha scritto:1) Se ho dei versi in cui còsa fa rima con preziósa, non devo pronunciar cósa o, viceversa, preziòsa per rendere "ancor più perfetta" la rima, giusto? […]
Lo stesso a riguardo delle s: se ho (di nuovo) cosa /-s-/ che fa rima con sposa /-z-/ posso (o devo?) tramutar la pronuncia della prima in co/z/a…
Risposta breve: noooooooooo! :D

Risposta leggermente piú elaborata: come Lei ha già ricordato, la rima italiana non è «perfetta», ergo non si dovrebbe nemmeno porre il problema.

In secondo luogo, semmai, è sempre la seconda parola [in ordine di lettura] che si adegua alla pronuncia della prima, mai viceversa.

Terzo: le diverse possibilità di pronuncia sono eventualmente applicabili ai moderni, ma per gli antichi o comunque per i «classici» la «seconda variante» è possibile solo se è [piú] etimologica o perlomeno esisteva ai tempi del poeta (si tratta quindi generalmente delle seconde varianti del DOP, non delle prime del DiPI, per intenderci).

Se poi si vuole l’assoluto rispetto filologico del testo dell’autore (pensiamo alla Commedia di un «antico» come Dante), bisognerebbe addirittura adottare [per Dante, Guido Cavalcanti etc.] la pronuncia fiorentina di fine Dugento – inizio Trecento, che, sebbene molto vicina a quella attuale, era diversa in alcuni punti, e diversa anche dall’italiano neutro [tradizionale].
Zabob ha scritto:2) Come comportarsi con le dieresi? Nel settenario «silenzïosa luna» devo pronunciare -io- come iato (per far sentire sette "sillabe") o è un accorgimento che vale solo a "far tornare i conti", ma non si trasporta nella lettura?
La prima: è una precisa scelta stilistica del poeta, che va quindi rispettata.
Zabob ha scritto:3) Se trovo un enjambement devo "spezzare" per far sentire dove finisce il verso o (anche qui) i "conti" devono quadrare solo da un punto di vista metrico?
Ci sono due scuole di pensiero al riguardo, ma direi che vale quanto detto sopra, e prevale quindi l’opinione che le inarcature (meglio che enjambements) vadano fatte sentire [a dispetto della normale sintassi], ché si tratta di precise scelte stilistiche del poeta.

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Intervento di GFR » dom, 21 dic 2014 12:50

Gli interventi di Infarinato per competenza e profondità chiudono i filoni; anche questo non si sottrae alla regola.

Vorrei solo aggiungere una risposta alla domanda iniziale di Zabob prendendo in considerazione il punto di vista del poeta‚ partendo quindi da chi scrive. La consuetudine mi pare ben descritta‚ e in breve‚ al collegamento che ho inserito. Ne ho fatto anche un estratto‚ per comodità di chi volesse leggere.

Estratto dalla Enciclopedia Italiana (1936).
A cura di Mario Pelaez
"…
Rispetto all'identità dei suoni nella rima, la tecnica, nel passato, non fu la stessa dappertutto nel territorio romanzo. I trovatori provenzali rimavano rigorosamente vocali chiuse con vocali chiuse e vocali aperte con aperte, e così pure, secondo l'opinione oggi prevalente, gli antichi rimatori siciliani e certamente l'anonimo autore di un'ampia raccolta di rime genovesi della fine del sec. XIII; ma i rimatori toscani, e poi tutti i poeti italiani che seguirono fino ai tempi moderni, non fecero e non fanno alcuna distinzione fra le due specie di vocali. Per quanto riguarda le consonanti, i poeti italiani fino al sec. XVI fecero distinzione fra z aspra e sonora e non rimarono mai, p. es., mezzo (metà) con prezzo; ma dopo quel secolo la norma non fu rigorosamente seguita da tutti, finché cadde interamente in disuso.
…"
Enciclopedia It. (1936)

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Re: Cose da fare (o da non fare) nel leggere una poesia

Intervento di Carnby » dom, 21 dic 2014 13:25

Infarinato ha scritto:La prima: è una precisa scelta stilistica del poeta, che va quindi rispettata.
Sono d'accordo. Riguardo alla «corretta» pronuncia dei versi poetici Pascoli disse: «io non ci sto a segnalarla [la dieresi] coi puntolini, perché il poeta non deve pretendere che si pronunzi nel verso la parola diversamente da quel che suona in prosa».

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Intervento di Zabob » dom, 21 dic 2014 14:53

Quindi Pascoli non sarebbe stato contrario a pronunciare "silenziosa luna", così come si farebbe in prosa.

Riguardo all'inarcatura, sono andato a sentire su YouTube come viene affrontata da grandi attori (ho scelto sempre L'infinito): Albertazzi e Gazzolo: lunga pausa e ripresa di fiato dopo "parte" alla fine del secondo verso, così come fra "interminati" e "spazi"; Gassman e Bene: pausa brevissima [e Bene che pronuncia "ermo" con una e apertissima]; Foà: tira diritto come un treno.

P.S. e F.T.: nessuno di questi cinque (nemmeno il fiorentino Albertazzi) pronuncia "sedendo" con la e tonica aperta (al più viene resa con un timbro intermedio, es. Gazzolo), tanto che ho pensato di dover correggere la mia pronuncia di sedèndo; per fortuna ho trovato conforto nel DOP!
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Intervento di valerio_vanni » dom, 21 dic 2014 15:33

Zabob ha scritto:P.S. e F.T.: nessuno di questi cinque (nemmeno il fiorentino Albertazzi) pronuncia "sedendo" con la e tonica aperta (al più viene resa con un timbro intermedio, es. Gazzolo), tanto che ho pensato di dover correggere la mia pronuncia di sedèndo; per fortuna ho trovato conforto nel DOP!
Dove si possono ascoltare questi "sedendo"?

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Intervento di Infarinato » dom, 21 dic 2014 16:22

Zabob ha scritto:Quindi Pascoli non sarebbe stato contrario a pronunciare "silenziosa luna", così come si farebbe in prosa.
No, probabilmente avrebbe fatto in modo che in quel verso non vi fosse necessità di una dieresi. ;)

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Intervento di Zabob » lun, 22 dic 2014 0:22

valerio_vanni ha scritto:Dove si possono ascoltare questi "sedendo"?
Secondo una mia "classifica", dalla più aperta alla più chiusa:
Gazzolo, Albertazzi, Foà, Bene, Gassman.
Per come la percepisco io, la e tonica di "sedendo" in Gazzolo e Albertazzi è intermedia, quella di Foà fra intermedia e chiusa, chiusa senza dubbio per gli ultimi due (soprattutto per Gassman). Può essere utile un confronto con la prima e, atona.

Non ricordo se l'ho scritto altrove, in ogni caso lo ribadisco qui: non so se queste e siano oggettivamente chiuse o se al mio orecchio arrivano così, per un'errata percezione: potrei essere io a pronunciare tanto larga la e di "sedendo" da farmele apparire meno aperte di quanto non lo siano – cioè: mi aspetto una e larga secondo una mia "immagine sonora", me ne ritrovo una che magari è aperta ma non quanto mi attendessi e sono indotto a considerarla chiusa. Perciò mi sarebbe utile il confronto altri ascoltatori, con diverse "idee sonore" di /e/ e di /ɛ/.

Comunque, si faccia un confronto con Canepari (è la sua voce?). Questo è il sedèndo che mi aspetto!
Ultima modifica di Zabob in data mar, 23 dic 2014 1:14, modificato 1 volta in totale.
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Ivan92
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Intervento di Ivan92 » lun, 22 dic 2014 1:55

Io percepisco una e aperta in Gazzolo, Albertazzi e Bene, ma su quest'ultimo ho piú d'una remora, ché l'audio è difettoso e dunque potrei sbagliarmi. Sento invece una e un po' piú chiusa in Foà e Gassman. Appetto alla recitazione del Canepari, come ha sottolineato Lei, sembrano tutte piú alte. Cionnonostante, per quel che riguarda me, le considero tutte aperte. Vale forse quel che diceva Infarinato qui.

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Intervento di Zabob » lun, 22 dic 2014 2:24

Mi rendo conto che, ascoltate in momenti diversi e sulla scorta del giudizio di Ivan, mi danno un'impressione differente (Foà e Gassman e chiusa, gli altri tre appena aperta: condizionamento?). Questo conferma che la mia valutazione non è oggettiva, ma varia rispetto a un "modello" influenzabile. Il mio ideale cursore che indica il confine percettivo di fonema si è spostato verso l'alto, oppure considero adesso aperte (quanto basta, ma non basta!) delle vocali che prima inserivo in una "zona grigia" divenuta più ristretta: non so.
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Ivan92
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Intervento di Ivan92 » lun, 22 dic 2014 2:42

Penso sia normale: la percezione che abbiamo dei suoni varia in relazione alle nostre abitudini linguistiche, che dipendono fortemente dal luogo in cui siamo nati e cresciuti. Lei, probabilmente, è abituato a pronunciare e a sentire una /ɛ/ molto aperta. Per cui, appetto alla sua /ɛ/, tutte le altre Le sembrano [piú] chiuse. Valerio aveva esplicitato molto bene il suo —anche il mio— pensiero.

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Intervento di Zabob » lun, 22 dic 2014 3:03

La cosa buffa è che, chi più (Albertazzi e Gassman) chi meno (Gazzolo e Bene), tutti tranne Foà mi sembra aprano di più la e del successivo "silenzi" (mentre Canepari la alza un po').
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Intervento di Infarinato » lun, 22 dic 2014 20:28

Zabob ha scritto:
valerio_vanni ha scritto:Dove si possono ascoltare questi "sedendo"?
Secondo una mia "classifica", dalla più aperta alla più chiusa:
Gazzolo, Albertazzi, Foà, Bene, Gassman.
Per come la percepisco io, la e tonica di "sedendo" in Gazzolo e Albertazzi è intermedia, quella di Foà fra intermedia e chiusa, chiusa senza dubbio per gli ultimi due (soprattutto per Gassman).
Tutte aperte, senz’ombra di dubbio alcuna. :)
Zabob ha scritto:Comunque, si faccia un confronto con Canepari (è la sua voce?).
No, dovrebbe essere di Antonino Varvarà.

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