[LIJ] «Schiappacasse»

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[LIJ] «Schiappacasse»

Intervento di Ligure » mer, 17 lug 2019 12:05

In un altro filone Ferdinand Bardamu ha scritto:

Non vorrei sbagliare, ma credo che /-zˈʤ-/ non si trovi né tra le parole di tradizione ininterrotta né nei forestierismi acclimati (non composti). Lo stesso si può dire di /-sʧ-/, che si trova solo nella pronuncia settentrionale di scervellare. Del resto, nelle parlate dell’Alta Italia, o almeno in veneto, le sequenze /-zˈʤ-/ e /-sʧ-/ sono comunissime, es. sciapare (‹fendere, tagliare; tagliare la legna con l’accetta›), desgiazare (‹sciogliere il ghiaccio›), ecc.

Verissimo. Confermo per Genova - e per la Liguria, in generale - quale unica la pronuncia s-cervellare. Docenti di ogni ordine e grado correggono - irriflessivamente - la pronuncia caratterizzata da [ʃ-] ... Se mai qualcuno osasse ...

Valgono anche - in generale - le osservazioni successive. Che possono, per altro, assumere diatopicamente connotati fonetici specifici. Nelle parlate di tipo genovese, collo stesso significato, per s-ciapare si ha la voce verbale sc-ciapâ [ʃʧa'pa:], mentre alla seconda voce riferita corrisponde dezgiasâ [ˌdezʤa'sa:]<[ˌdeʒʤa'ʦa:], mentre [ˌdɛ:rʤa'ʦa:] era la "soluzione" antica (riscontrabile, ora, solamente in aree di linguaggio arcaico) adottata al fine di evitare il nesso [-ʒʤ-].

A proposito di "schiappe" - le scheggie risultanti dal taglio della legna o di oggetti di legno - approfitto per emendare le sciocchezze che scrive l'autore nel Dizionario dei cognomi italiani - E. De Felice - in riferimento al cognome locale Schiappacasse.

L'autore, infatti, scrive: ... riflette un soprannome o nome di mestiere (come lavoro portuale) formato da "schiappa-" italianizzazione ... dal verbo ... "spaccare, aprire spaccando o schiodando" e "casse", cioè "che spacca, che apre le casse". .

Ho omesso il riferimento diretto al verbo genovese, già sopra riportato in forma corretta. Anche per non sprecare inchiostro per chiarire perché la forma citata dal De Felice risulti sbagliata.

A parte il fatto che le merci trasportate non erano contenute in casse, se non quelle particolarmente preziose - o i contanti - e che nessun onesto lavoratore portuale avrebbe mai spaccato alcunché, men che meno le casse, per le quali - come oggi - esistevano le chiavi relative - oltre al fatto che sc-ciapâ [ʃʧa'pa:] non significa affatto schiodare e che l'azione designata dal verbo risulta aliena a qualsiasi onesto lavoratore (portuale o meno) ed è tipica di un malfattore (si tratterebbe di un'azione criminale) -, il cognome ha un'origine fondata su un comportamento infinitamente meno grave, per quanto denotato come molesto, noioso.

Non certamente un'attività lavorativa.

Bensì una condotta - manifestabile anche in ambiti lavorativi (eccome! e talora difficilmente tollerabile)-, ma certamente non passibile di condanne morali o di denunce penali.

Nei dialetti liguri cassa ['kassa]<['kaʦʦa] è il mestolo. Fino a poco tempo fa soltanto di legno. Al quale qui si fa ricorso in senso scherzoso, osceno. L'espressione oscena, ormai, è ricordata soltanto dai vecchi, perché lo Zeigeist attuale accetta - forse, talora ricerca - l'oscenità, ma rifugge da un'autentica dialettalità, avvertita quale vero tabù.

Nei dialetti liguri, infatti, la "cassa" non è cassa, bensì cascia ['kaʃʃa]. Al plurale, regolarmente, casce ['kaʃʃe], mentre "mestoli" sarebbe - sempre del tutto regolarmente - casse ['kasse]<['kaʦʦe].

Il termine italiano corrispondente - per quanto, indubbiamente, volgare - risulta di uso assai frequente (e si può anche ascoltare in pronunce italiane impeccabili), ed è particolarmente usato da parte di persone molto giovani, che intendono apparire spigliate, incuranti dei tabù verbali propri di un'educazione tradizionale.

Si tratta, per altro, di un'oscenità da bimbi della scuola materna, che l'autore del Dizionario avrebbe potuto verificare agevolmente, anche soltanto confrontandosi, all'epoca, coi bidelli presenti nella guardiola dell'Istituto in cui insegnava.

Ma sapere di non sapere è un dono del Cielo riservato a pochi.

Si sarebbero potute evitare tante stupidaggini - profuse nel Dizionario e altrove - che lasciano sempre l'amaro in bocca a chi legge.

Ed evitare interpretazioni sempre "seriose" - come pure gli accademici dell'epoca intendevano apparire ("Genova, la città del porto, del lavoro ...") - sorde - come pure gli accademici dell'epoca erano "sordi" - all'arguzia, alla malizia e alla malignità della secolare espressione popolare.

P.S.: il ramaiolo è la cassa ræa ['kassa 'rɛ:a]<['kaʦʦa 'rɛ:ŕa]. Infatti, a causa dei fori, il materiale risulta topologicamente discontinuo, "rado". Il che ci conferma che l'esito italiano "rado" altro non è se non una dissimilazione di rārŭ(m) che il genovese non può aver subito in quanto l'antico ræŕu ['rɛ:ŕu] (oggi ræu ['rɛ:u]) deriva direttamente dall'etimo latino e non subì dissimilazione.
Ultima modifica di Ligure in data mer, 17 lug 2019 13:05, modificato 2 volte in totale.

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Re: [LIJ] «Schiappacasse»

Intervento di Ferdinand Bardamu » mer, 17 lug 2019 12:47

Grazie del suo contributo. Giusto per chiarire, schiappacasse è una parola ligure (italianizzata nella fonetica) che sta per l’italiano rompipalle o, piú letteralmente, rompicazzo (perdonate la volgarità metalinguistica)? :?:

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Re: [LIJ] «Schiappacasse»

Intervento di Ligure » mer, 17 lug 2019 13:47

Grazie per l'attenzione. Mi scuso per non essere stato completamente chiaro. Il soprannome non è sopravvissuto, rimane soltanto il cognome, mentre l'espressione - non più normalmente usata - è nota solo a dialettofoni di età avanzata. Attualmente, chi risulta noioso, inopportuno riceve - da chi ne è infastidito e ha scarsa tolleranza - commenti/"epiteti" in italiano.

Il "mestolo" - a cassa [a 'kassa]<[ŕa 'kaʦʦa] - è/era simbolo fallico e corrisponde, quindi, anche foneticamente (per quanto in modo parziale), al secondo "epiteto". L'espressione veniva usata per designare persone davvero insopportabili. Infatti, come lei ha scritto chiaramente per il veneto, anche in genovese il verbo sc-ciapâ [ʃʧa'pa:] ha un significato ben più "forte" del verbo "rompere" - in genovese runpî [ruŋ'pi:] (con cambio di coniugazione rispetto all'italiano) -.

Nessuno avrebbe mai usato un simile "epiteto" nei confronti di un bambino noioso o di una persona molesta, insistente in quanto bisognosa o malata. L'uso del plurale - a differenza del singolare dell'italiano - in un "epiteto" singolare (cioè "ad personam") non indicava una "dualità fisiologica", ma il fatto che la caratteristica comportamentale negativa veniva esercitata indiscriminatamente, verso tutti. Rappresentava, cioè, quasi un piccolo "problema sociale" ...

P.S.: a tutti coloro i quali ancora conoscono il genovese ha sempre procurato grande fastidio leggere che si potesse pensare che possa essere esistita un'attività così demenziale quale quella di scassinare le casse - all'epoca remota in cui vennero fissati i cognomi già preziose di per sé e inusuali quali contenitori per le merci trasportate dalle navi - non appena giunte in porto.

Contenevano materiali ben più preziosi delle casse stesse e per essi si sosteneva l'onere economico del nolo e dell'assicurazione. Certamente! Le merci - anche quelle meno pregiate - viaggiavano essendo state adeguatamente assicurate.

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Re: [LIJ] «Schiappacasse»

Intervento di Ferdinand Bardamu » mer, 17 lug 2019 13:54

Ligure ha scritto:
mer, 17 lug 2019 13:47
L'espressione veniva usata per designare persone davvero insopportabili. Infatti, come lei ha scritto chiaramente per il veneto, anche in genovese il verbo sc-ciapâ [ʃʧa'pa:] ha un significato ben più "forte" del verbo "rompere" - in genovese runpî [ruŋ'pi:] (con cambio di coniugazione rispetto all'italiano) -.

[…] L'uso del plurale - a differenza del singolare dell'italiano - in un "epiteto" singolare (cioè "ad personam") non indicava una "dualità fisiologica", ma il fatto che la caratteristica comportamentale negativa veniva esercitata indiscriminatamente, verso tutti. Rappresentava, cioè, quasi, un piccolo "problema sociale" ...
Allora forse il corrispettivo italiano piú vicino sia per l’intensità del significato del primo elemento sia per la forma plurale del secondo è scassacazzi (per avventura molto simile anche foneticamente).

Ligure
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Re: [LIJ] «Schiappacasse»

Intervento di Ligure » mer, 17 lug 2019 14:16

Per quanto io non sia molto competente di "parolacce" - se espresse in lingua -, direi che la sua indicazione corrisponde perfettamente al significato di cui ho trattato. Se qualche Schiappacasse dovesse mai leggere i miei contributi, gli/le farei presente che tutti noi continuiamo ad aver diritto alla nostra parte-bambina (particolarmente negli aspetti personali e affettivi). Ma questa è questione da essere affrontata mediante la nostra parte adulta, quella che riesce ad accettare che esistano le scienze della realtà e che debba sussistere un paradigma scientifico per poter affrontare adeguatamente la linguistica e la storia. Il resto sono favole per la parte-bambina ...

P.S.: a proposito, mi pare che la voce "cassa" - nel senso di mestolo (non posso sapere se pure in significato osceno) - non sia ignota ai dialetti veneti ...

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Re: [LIJ] «Schiappacasse»

Intervento di Ferdinand Bardamu » mer, 17 lug 2019 14:58

Ligure ha scritto:
mer, 17 lug 2019 14:16
[A] proposito, mi pare che la voce "cassa" - nel senso di mestolo (non posso sapere se pure in significato osceno) - non sia ignota ai dialetti veneti ...
Dalle mie parti esiste(va) caza (con /ʦ/), un mestolo quadrato adoperato per prendere l’acqua calda da un recipiente posto nella stufa. Non mi risultano doppi sensi osceni, ma da me è una parola in disuso, che vive solo nei ricordi degli anziani; non escludo che un tempo, per il facile accostamento all’altra ben nota parola che differisce da questa per un solo suono, si usasse anche in maniera volgare. Comunemente, però, il mestolo da me si chiama minèstro.

A tale riguardo, riporto la voce «càzza» del Dizionario etimologico del dialetto veronese di Marcello Bondardo:
càzza, ‘mestolo, ramaiolo’. Voce di area panromanza eccettuato il romeno (PLOMTEUX 504), attestata nelle glosse della forma cattia, nel lat. mediev. romano catia (VIII sec.), nel lat. mediev. ligure cacia e cazeta (di età indeterminata, cfr. Rossi GML), nel 1196 a Bologna (caza de aqua), nel 1251 a Viterbo; in volgare a Milano nel 1452 (‘Vocaboli milanesi’) nella forma cazzetto ‘mestolo’. Per il veneto, ricorre a Verona nel 1235 (caciam rami, TNNVV 6) e ai primi del XV sec. in un inventario mobiliare redatto in latino (‘Casa Aleardi’) nella stessa espressione cacia rami ‘mestolo di rame’, cfr. anche VIANA 205 (Verona, anno 1411); dal 1494 in volgare (‘Libro de’ segreti’ 12). È maschile (cazi) nella sua unica ricorrenza ruzantesca, Betìa V 167; ricorre sporadicamente nel secolo successivo, come nell’‘Inventario Contarini’ (1613) e in Friuli nello stesso torno di tempo (chiazzis, NALF 142). È infine tipo corrente a Venezia nel XIX sec. (BOERIO); non a Verona, ove è ignorato del tutto sia dai dizionari che dal folklore verbale sette-ottocentesco. Si tratterà, quando appare la voce, di una sua reviviscenza locale promossa dal dialetto venez., non di una prosecuzione diretta indigena. Quanto all’origine sembra che non si possa andare più indietro della glossa tardo-lat. cattia ‘mestolo’ (CGL 2.521.54). Ne derivano certamente cazzuola (XIV sec.) e, per tramite francese, casseruola. Cfr. DELI cazzuola, DEI cazza, REW 2434, ERNOUT-MEILLET cattia, EV cazza.
Riguardo all’ultima osservazione sulla vitalità della parola, non è forse privo di rilevanza il fatto che nel mio dialetto caza abbia assunto un significato peculiare: non un mestolo qualsiasi, bensí lo specifico strumento, di forma quadrata, che serve a prender l’acqua dalla stufa.

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Re: [LIJ] «Schiappacasse»

Intervento di Ligure » mer, 17 lug 2019 18:05

Ferdinand Bardamu ha scritto:
mer, 17 lug 2019 14:58
Ligure ha scritto:
mer, 17 lug 2019 14:16
[A] proposito, mi pare che la voce "cassa" - nel senso di mestolo (non posso sapere se pure in significato osceno) - non sia ignota ai dialetti veneti ...
Dalle mie parti esiste(va) caza (con /ʦ/), un mestolo quadrato adoperato per prendere l’acqua calda da un recipiente posto nella stufa. Non mi risultano doppi sensi osceni, ma da me è una parola in disuso, che vive solo nei ricordi degli anziani; non escludo che un tempo, per il facile accostamento all’altra ben nota parola che differisce da questa per un solo suono, si usasse anche in maniera volgare. Comunemente, però, il mestolo da me si chiama minèstro.
La ringrazio molto della risposta e dell'interessantissima nota, di ampio respiro, riportata, che evito, comunque, di ritrascrivere per non appesantire il testo. Chi è interessato la ritrova nel suo precedente messaggio.

A Genova penso che il significato osceno del termine dialettale corrispondente a "mestolo" fosse dovuto alla forma dell'attrezzo da cucina - o da lavoro - piuttosto che - mi permetto di citarla - per il facile accostamento all’altra ben nota parola che differisce da questa per un solo suono, di cui, nei dialetti di tipo genovese, non si riscontano attestazioni dirette, se non estremamente tardive e, comunque, non relative alla parlata urbana, le quali possono, quindi, farci propendere a considerarla un italianismo piuttosto recente.

Sempre disponibilissimo, per altro, a mutare d'avviso qualora dovessero emergere evidenze testuali finora non riscontrate.

Scrivo quanto sopra per porre in adeguata evidenza che mi rendo benissimo conto del fatto che, in dialettologia - e non soltanto -, occorre tenere sempre ben presenti gli aspetti di censura e di autocensura degli autori nella mancata documentabilità di un termine ritenuto triviale e, quindi, da evitarsi.

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Re: [LIJ] «Schiappacasse»

Intervento di u merlu rucà » ven, 19 lug 2019 21:06

Ritengo interessante riportare in sunto quello che scrive il Prof. Fiorenzo Toso nel suo Dizionario Etimologico Storico del Tabarchino:
Per quanto riguarda l’area lig.va in primo luogo osservato che la voce dovette avere una discreta circolazione , prima dell’affermazione di belìn: non solo cassu è documentato anteriorm. nel corso del XIX sec. (dal 1842) ma è presente spesso in testi di italiano regionale ligure, ad esempio nelle lettere orbe della prima metà del sec. XVII. Si deve quindi pensare che la voce non sia un italianismo recente , ma che abbia fatto parte storicamente del lessico ligure, in concorrenza con altre (oltre a belìn ad es. beccia, cilla); lo prova del resto l’agg. incassio ‘incazzato, arrabbiato’ attestato dal sec.XVII.
Per quanto riguarda l’origine, Toso scrive:
...resta da chiedersi se possa istituirsi un’eventuale connessione con gen.antico ca(o)sso (de l’erboro) ‘ceppaia, radice dell’albero’ (sec. XIV), attraverso un uso metaforico tuttaltro che infrequente; a sostegno di tale ipotesi va segnalato anche l’uso di calx, calcis per ‘tronco umano’, dove il passaggio da ‘fusto’ a ‘parte del corpo umano’ può rivelare una fase intermedia rispetto a ‘membro virile’.
A questa ipotesi si oppone il fatto che la voce non ha oggi la –a- tonica lunga richiesta dal regolare sviluppo di calx, calcis. Bisogna quindi pensare che la voce, passata precocemente in toscano o nei dialetti settentrionali, abbia subito un adattamento analogo a quello che spiega cazzare da câsâ e che sia poi stata reintrodotta in Liguria.
La vocale lunga ricompare nella forma composta, corrispondente al tipo italiano cazzo marino per ‘oloturia’ (câsumen) nel dialetto tabarchino, che rifletterebbe la voce originaria.
Nel Vocabolario delle Parlate Liguri, lessici speciali, I pesci ed altri animali marini, si può verificare la diffusione del tipo cazzo marino e simili e quella del tipo belìn di mare e simili. Direi che è interessante la forma di Bonifacio, città della Corsica meridionale e antica colonia genovese (sec. XII): cazo marin
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Re: [LIJ] «Schiappacasse»

Intervento di Ligure » sab, 20 lug 2019 9:46

Siamo nel 2019 e il rispetto di un paradigma scientifico anche nelle questioni di lingua induce a ritenere che è possibile prestar fede a quanto proposto dal prof. Toso nella misura in cui le prove addotte a sostegno della sua tesi risultino valide.

Ma così non è.

Per due motivi fondamentali:

1) Le attestazioni dirette cui l'autore fa riferimento - relativamente all'evoluzione di un dialetto neolatino - non possono non essere ritenute tardive. E' lo stesso prof. Toso che scrive: Per quanto riguarda l’area lig.va in primo luogo osservato che la voce dovette avere una discreta circolazione , prima dell’affermazione di belìn: non solo cassu è documentato anteriorm. nel corso del XIX sec. (dal 1842) ma è presente spesso in testi di italiano regionale ligure, ad esempio nelle lettere orbe della prima metà del sec. XVII. Si deve quindi pensare che la voce non sia un italianismo recente , ma che abbia fatto parte storicamente del lessico ligure, in concorrenza con altre (oltre a belìn ad es. beccia, cilla); lo prova del resto l’agg. incassio ‘incazzato, arrabbiato’ attestato dal sec.XVII. L'espressione lettere orbe è presa dal dialetto e altro non significa che lettere anonime, ma va, comunque, notato che esse venivano scritte - come, per altro, l'autore riferisce - in italiano. Quindi, non si può sapere con certezza se il termine usato fosse dovuto al dialetto o provenisse dalla lingua. Sostanzialmente, le datazioni riferite dall'autore risultano ampiamente compatibili con una situazione di acquisizione dalla lingua e non con l'uso di un termine di tradizione diretta.

L'autore stesso dev'essersi reso conto dell'evidenza dell'assenza di attestazioni dirette di una certa antichità e, allora, sembra essere corso al riparo. Infatti, dopo aver affermato, testualmente,che nulla osta a identificarla [la voce] in forme cognominali del latino medievale ligure riferisce:

2) diminutivi come Otonis Caçul (1178), Manfredus Cazul (1224), Maifredus Cazullus (1225), Baiamonte Caçullo (1228), Baamons Cazullus (1242), Oddo Caçul (1265), Symoni Cazullo (1293) ecc. (VLSB; per inciso, il cognome Cazzullo è ancora frequente in Liguria).

L'autore, quindi, conclude: Riconosciuta l'antichità della voce in area ligure ....

Ma l'autore non s'è reso conto della sonora lampionata in cui è incorso. Infatti, in assenza di attestazioni dirette antiche - com'è, ormai, incontrovertibile - è ricorso a forme cognominali desunte da documenti dell'area savonese. Ma i documenti dell'area savonese - come, per altro, anche quelli coevi di area genovese - pullulano di cognomi "latinizzati", ma, in realtà, non necessariamente locali. Sono presenti identificativi personali napoletani, siciliani, provenzali, catalani, greci, armeni e turchi. Non vado oltre.

E' vero che il cognome Cazzullo e la forma, più frequente, Cazzulo esistono anche in Liguria (particolarmente nella fascia di confine col Piemonte), ma sono più frequenti nel basso Piemonte e, comunque, la loro origine e il loro significato risultano essere piemontesi. Derivano, banalmente, dal piemontese casül [ka'syl] = mestolo.

Ciò rattrista perché si tratta di un mancato riconoscimento della differenza di due etimi diversi, ma anche di un'assenza di consapevolezza dell'esistenza di confini linguistici - permeabili e osmotici quanto si vuole, ma reali -.

Quindi, è assolutamente possibile che i cognomi piemontesi riferiti veicolino un significato osceno, ma il "veicolo" non è assolutamente la voce - cassu ['kassu] - ipotizzata dal prof. Toso, ma la voce piemontese che indica il mestolo e che corrisponde e riconduce al termine genovese cassa ['kassa], già ampiamente trattato.

Voce che, per altro, il Toso tratta nella pagina precedente del suo Dizionario senza dimostrare consapevolezza di un possibile significato osceno né di connessioni linguistiche coll'omologo termine
piemontese né colla voce oscena della lingua italiana - ammesso che l'etimo davvero le accomuni -.

In conclusione, il nucleo probatorio proposto dal Toso fallisce completamente perché non riesce a dimostrare l'antichità necessaria per poter attribuire una derivazione diretta - almeno, in Liguria - alla voce cassu ['kassu], da lui censita nel dialetto tabarchino ("ligure di Sardegna"). Le attestazioni dirette antiche di questa voce mancano e le forme cognominali riferite dall'autore vanno, invece, ascritte al dialetto piemontese - la voce casül [ka'syl], dalla quale esse originano, è piemontese, non ligure e, letteralmente, significa mestolo -. La corrispondenza, se mai, è coll'uso osceno di cassa ['kassa] = mestolo (evidentemente, l'etimo - quale che esso sia - accomuna ligure e piemontese), ma l'autore non sembra essersene reso conto. Che tristezza!

P.S.: quando il Toso scrive VLSB, indica il Vocabolario ligure storico-bibliografico del defunto Aprosio da cui sono prese le citazioni di cui egli si avvale a sostegno della propria tesi. Mi permetto di riportare, di seguito, il testo dell'Aprosio citato dal prof. Toso nella sua integralità:

1) caçul/ cazul cognome CAC 48 a.1178 (Sav.) otonis caçul. LJ.1 736 a.1224 manfredus cazul. SRC 191 a.1265 (Sav.) oddo caçul. L cacia. caçullus. D cassü

2) caçullus / cazulus cognome NL.2.324 a.1225 maifredus cazullus. DRG.2 226 a.1228 a te baiamonte caçullo. LJ.1 1005 a.1242 baamons cazullus. DRG.3 843 a.1293 symoni cazullo, civi ianue.PCC 149 a.1357 (Sav.) per bartholomeum cazulum nuncium iuratum dicti capituli. LJ.2 926 a.1384 iohannes cazullus. SRB 350 a.1407 (Sav.) filipus cazulus.L caçul

Quando l'Aprosio scrive L si riferisce alla "trascrizione" nel latino dell'epoca del termine dialettale. Quando, invece, scrive D si riferisce ai volumi del suo Dizionario dedicati al dialetto. Sostanzialmente, il prof. Toso si avvale delle citazioni riscontrate dall'Aprosio a sostegno della propria tesi e non avverte il lettore "pigro" (quello che non provvede a controllare le fonti e che rappresenta il 99.99% dei lettori) che l'interpretazione formulata dall'Aprosio non va affatto a suffragio del suo assunto. Infatti, quando l'Aprosio scrive L cacia, significa che s'è accorto benissimo che i cognomi di tipo piemontese - etimologicamente - sono da accostare al lemma "latinizzato" cacia = mestolo, che riporto di seguito:

cacia sf. “mestolo”CGS.2 204 a.1164 situlam, l. caciam. CAC 273 a.1180(Sav.) caciam i. de rammo. BSR 368 a.1218 caciam unam ferri. LMS 59 a.1222 et unam situlam et caciam de situla. LMS xxv. a.1227 cacias corii. LEM 188a.1238 concam et caciam. PLP 159 a.1250 (Sav.) cacia scitule. LMS xxix. a.1259 cacias duas rami. RVN 130s.xiv (Noli) et quod granum delatum per eos ad molendinum non portabunt alicui, nisi fuerit prius ad cantarium, caccias sive pensam communis ponderatum. PVP 248a.1458 cacia una ferri. PVP 270 a.1477 cacie due rami cum manicis. PVP 273 a. 1488 cacia una de ramo.RAN 178. FPR n.23. REW 2434. LVO 18 ar. qashatum“grande mestolo”. DUC.2 2094:7.cassa: sartaginis spe-cies. Cf. SAP 393 a.lomb. caça m.s.L caceta. cacieta. caciola. capcia. capsia. captia. casa.caça. caza. cazeta. caçul. catia. D cassa.

cacia sf. “mestolo: braccio della catapulta che contiene e lancia i proiettili”BNA 263 a.1260 (Vent.) item cacias duas de bricolis, cum duobus cavis ipsis contiguis. BNA 378 a.1260(Vent.) item turnum unum, cacias duas de bricola, que vocantur fronde.


Per quanto concerne il riferimento al dialettale cassü' [ka'sy:] = mestolo, il savonese Aprosio riferisce di averlo desunto dal Dizionario del dialetto savonese del Besio (ove esso compare accanto al più frequente cassa ['kassa] = mestolo, voce condivisa col genovese) e lo confronta, correttamente, col piemontese casül [ka'syl] = mestolo. L'entroterra savonese, infatti, risulta molto "esposto" - linguisticamente - a influenze di tipo piemontese. Inoltre, l'Aprosio stabilisce gli opportuni collegamenti della voce dialettale cassü' [ka'sy:] = mestolo col termine genovese cassa ['kassa] = mestolo e col cognome - di origine piemontese e derivato dal nome dialettale locale del mestolo - anticamente "latinizzato" come Caçul.

L'unico appunto che si potrebbe muovere all'Aprosio è di "aver idolatrato" - ebbene, sì, anche lui! - le grafie! Ovviamente, il termine savonese per mestolo non presenta - come neppure il corrispondente piemontese - alcuna geminata e andrebbe semplicemente grafato come casű [ka'sy:] (anziché cassü' [ka'sy:]), ma i lessicografi liguri, se non adottano graficamente geminate inesistenti (tralasciandone, per altro, molte di quelle foneticamente davvero riscontrabili) e non ricorrono a un eccesso di diacritici esotici, non riuscirebbero mai a darsi pace ...

Quindi, ciò che sta sotto i nostri occhi è l'impiego di una tesi - inconfutabile nella sua "oggettiva verità" -, non contestata (forse, anche perché ben difficilmente contestabile), ma "arruolata" - senza far presente a chi legge l'interpretazione originale delle citazioni riferite (che risulta esattamente opposta a quella elaborata dal prof. Toso) - al fine di sostenere una conclusione che - scientificamente - non può reggere!

Quando avrò tempo, mi occuperò di Bonifacio.

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Re: [LIJ] «Schiappacasse»

Intervento di u merlu rucà » dom, 21 lug 2019 18:19

Visto che le attestazioni dirette di cassu e belìn sono entrambe tardive, non si può affermare con sicurezza quale fosse la forma antica originale.
Largu de farina e strentu de brenu.

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Re: [LIJ] «Schiappacasse»

Intervento di Ligure » dom, 21 lug 2019 20:03

Direi che "rebus sic stantibus" questa sembra essere la conclusione più ragionevole e più condivisibile.

L'unica cosa - ulteriore - che si potrebbe pur fare è togliere il singolare.

In tutti i sensi.

Intendo dire che, dal momento che nei dialetti liguri non si scrivevano trattati di fisiologia né d'anatomia,
non era, poi, così necessario avere un solo termine, una sola "convenzione", una sola metafora. Tratta dal regno animale o vegetale o dai manufatti dell'uomo - ad es., il mestolo -.

Per lo stesso motivo non era, poi, così necessario che l'uso di queste metafore risultasse immutabile nei vari angoli della regione e col passar del tempo - aspetti diatopici e diacronici -.

Ragionare sul passato coi criteri dell'attualità non aiuta, non funziona.

P.S.: nella vita è - un po' - come nei "polizieschi" americani. Proporre ai "giurati" - saremmo noi, i lettori di quanto scritto, ad es., dal prof. Toso - delle "prove" che - in realtà - affermano palesemente il contrario di ciò per cui s'è deciso di presentarle comporta sempre un minimo di rischio. Almeno nei "telefilm americani" c'è sempre qualche giurato che - come si dice a Genova - "non se ne sta" e richiede di poterle esaminare con cura per ciò che esse davvero sono. I ruoli sono complementari. Gli autori hanno diritto di poter scrivere - si spererebbe con modalità attendibili -, ma i lettori hanno il diritto/dovere di poter "valutare" con spirito adeguatamente critico quanto viene loro "proposto".

Ligure
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Re: [LIJ] «Schiappacasse»

Intervento di Ligure » mar, 23 lug 2019 13:42

M'ero ripromesso alcune osservazioni su Bonifacio - Corsica-. In realtà, si tratta di osservazioni relative al metodo con cui si possono affrontare questioni linguistiche.

La liguricità di Bonifacio viene fatta risalire al sec. XII, ma aspettarsi che a Bonifacio si parli una varietà dialettale ligure del sec. XII risulta ampiamente illusorio. A parte il fatto che il dialetto locale risulta, ormai, in una situazione d'uso palesemente agonica, negli ultimi secoli esso è stato oggetto di una "pesante" introduzione di vocaboli tratti dalla parlata corsa (tutti gli abitanti - fino a non molti anni fa - erano trilingui: parlavano francese nei contesti ufficiali, bunifazin tra loro e corso con tutti i corsi dell'isola). Quindi, citare quale prova la voce di Bonifacio cazzu marin ( = oloturia, cetriolo di mare ) nell'ambito della querelle relativa all'interrogativo se il termine cassu in Liguria possa essere ritenuto di derivazione diretta - e non, invece, un italianismo (unica conclusione "ragionevole") - risulta palesemente improprio. Esso nulla ci dice in merito alla lingua originaria di Bonifacio o allo stadio dell'evoluzione linguistica ivi raggiunto nel sec. XII. Esso ci conferma solamente - ma ciò non costituiva oggetto del dibattito, mentre rappresenta, al contempo, un dato di fatto ampiamente noto da tempo a chi si occupa di questioni linguistiche - la pesantissima influenza lessicale corsa sul dialetto, originariamente di tipo ligure, della piccolissima enclave "ligure" costituita da Bonifacio in un'isola in cui - prima della totale francesizzazione - si parlavano quotidianamente le varianti locali del dialetto/lingua corsa (da Capo corso a Bonifacio).

Chi - senza morbosità, ma anche senza eccessiva pruderie e (perché no?) con un briciolo di sincero interesse per gli aspetti linguistici della lingua corsa - fosse interessato anche alle loro "parolacce" - che testimoniano la successione storica della dominazione pisana e di quella, posteriore, genovese - può far riferimento al seguente collegamento: https://www.apiazzetta.com/Fate-l-amore ... a1435.html.

Hanno torto i turisti italiani che - durante le ferie da me trascorse in loco - ho ascoltato affermare: "Hanno imparato anche le parolacce dai turisti italiani!". No! Si tratta del loro patrimonio lessicale ultramillenario al quale essi hanno pari diritto come noi al nostro.

L'unica differenza è che per noi si tratta - per molte voci - della lingua nazionale, per loro della variante dialettale - per altro, sempre più in declino -, non riconosciuta dal governo francese.

Ma si tratta di una differenza amministrativa, politica, non linguistica.

Quindi, non esistendo documentazione scritta, non possiamo e non potremmo mai sapere quali fossero le "parolacce" della Bonifacio del sec. XII. Presumibilmente saranno state di tipo ligure. Ma il fatto è che non conosciamo con certezza neppure le "parolacce" genovesi o liguri del sec. XII ...

Tutto il resto sono illazioni, illusioni, favole per la parte-bambina che permane in noi, nonostante lo sviluppo di capacità intellettive razionali che potrebbero sostenere l'acquisizione e l'accettazione di un paradigma di carattere scientifico anche nelle questioni di lingua.

Ligure
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Re: [LIJ] «Schiappacasse»

Intervento di Ligure » mer, 24 lug 2019 13:42

Relativamente ai punti "eccentrici" della dialettalità ligure e ai dati contenuti nel repertorio intitolato - nell'ambito del Vocabolario delle parlate liguri - I pesci e altri animali marini, si possono effettuare alcune ulteriori osservazioni di tipo metodologico, oltre a quanto già detto in merito a Bonifacio (Corsica), punto - esterno ai confini nazionali italiani - in cui il nome dell'oloturia (cetriolo di mare) - in loco cazzu marin - risulta chiaramente influenzato dalla lingua corsa. Si possono, ulteriormente, considerare ancora due punti. Uno è Monaco - principato indipendente al di fuori dei confini nazionali -. Ivi, il dialetto, di origine ligure, risulta non più parlato effettivamente fin dal primo dopoguerra, ma, in alcuni, ne rimane qualche memoria, oltre al fatto che il governo locale dedica qualche ora scolastica al suo insegnamento, giustificato da motivazioni di tipo "patriottico" e "folcloristico". L'unica lingua effettivamente parlata è quella francese. Ne consegue che - essendo nulle le influenze dell'italiano o del corso - in loco non si può che riscontrare la vecchia forma ligure belin de ma. Il che conferma che, nelle località in cui è stato censito l'esito ca(ss/zz)u, questo non può essere - se non un italianismo recente - altro che un prestito dovuto al fatto che si tratta di un punto di "dialettalità ligure isolata ed eccentrica". Quanto affermato vale, ad es., per Carloforte - isola di Sant'Antioco in Sardegna -, per cui il repertorio citato propone la voce cassu men * (marino). In questo caso non si tratta di un recente italianismo, ma, assai probabilmente, di un prestito più antico dai limitrofi dialetti sardi di tipo campidanese, in cui la voce oscena riferita risulta ben presente.

Questa osservazione fornisce anche una più adeguata "chiave interpretativa" in merito alle considerazioni svolte dal prof. Toso alla voce cassu del suo Dizionario etimologico storico tabarchino. Il "tabarchino" è il dialetto ligure di Calasetta e Carloforte (Sardegna). Alla voce suddetta il prof. Toso tenta di dimostrare - con prove inadeguate, s'è già visto - la derivazione diretta, in Liguria, del termine osceno. Per altro, riflettendoci, sembra ragionevole ammettere, quindi, che l'uso del termine cassu, che non può essere di derivazione diretta in quanto le prove addotte a sostegno di questa tesi da parte del prof. Toso non reggono, non sia - a Carloforte - neppure un italianismo recente, ma vada - opportunamente - annoverato tra i prestiti - dotati di una certa antichità (i tabarchini sono sul suolo sardo dal 1738) - acquisiti dai tabarchini dal limitrofo patrimonio linguistico sardo di tipo campidanese.

Solo un'ultima considerazione relativa al repertorio I pesci e altri animali marini, nel cui ambito, alle località di parlata ligure censite, relativamente all'oloturia, viene attribuito o un termine in cui si fa riferimento a belin o a una voce che include il termine ca(ss/zz)u. Nel senso del valore "esclusivo" di "o". E nel senso di differenze "diatopiche" - tra località diverse -. Ma la realtà non era e non è proprio così.

Occorrerebbe riuscire a capirsi bene. L'oloturia non è mai stata di grande utilità e non ha, quindi, "meritato" - almeno, in Liguria - un vero "nome proprio". Ha ricevuto appellativi scherzosi/osceni che vanno pensati come equivalenti - nel tempo e nella variabilità linguistica che il fattore tempo comporta - a qualcosa come "pene di mare/marino". A motivo delle caratteristiche di forma e di comportamento dell'oloturia, se manipolata. Solo così si riesce a capire come si comporta chi "non riesce a capire". Io stesso ho effettuato l'esperimento linguistico in località della Riviera di levante. Intendo dire che l'o esclusivo è sbagliato. Intendo dire che - nella stessa località e a seconda di quanti informatori s'interpellano - si ottengono entrambe le risposte. Cioè le due forme - presentate dal repertorio riferito come nettamente alternative e appartenenti a località diverse - convivono nella stessa località. Una risulta più tipica d'informatori meno anziani, più "italianizzati", ma può essere fornita anche da informatori anziani che intendono mostrarsi più "evoluti/trasgressivi" ... In conclusione, le differenze sembrano risultare significativamente "diacroniche" - valutando la diversità che intercorre tra l'esito fornito dagli anziani, relativo a uno stadio evolutivo meno recente, e quello riferito dai meno anziani - e "diastratiche" - tenendo conto di chi, ad es., intende "dissociarsi" da un livello più "popolaresco" anche nell'oscenità ... e preferisce adottare un esito "italianizzante" - ...

Comunque, se si vuole "ricercare", anche soltanto consultando il repertorio riferito ci si rende conto che non si tratta di un "nome proprio" scolpito nella pietra. Va soltanto compreso che si tratta - assai banalmente - di un'espressione scherzosa/oscena attribuita all'oloturia ed equivalente a "pene di mare". Ognuno, nel tempo e nello spazio, era relativamente libero di realizzarlo - a seconda del livello linguistico adottato (pur restando in un ambito dialettale) - mediante uno degli innumerevoli termini dialettali osceni al momento disponibili.

Cito soltanto quanto il repertorio riferisce relativamente a Bordighera. Si ha, tipicamente, belin de maȓina. Bene. Ma si ha pure - sempre a Bordighera - beciullu, altro termine osceno, per quanto di diversa radice. Cioè, come già chiarito, chiunque - consapevole soltanto del fatto che non esiste un effettivo nome proprio per l'oloturia e conforme all'unica "convenzione" (sorta ex absentia nominis), che "impone" soltanto di doverla denominare quale equivalente "marino" del pene umano - può scegliere "concretamente" il termine in un ambito - quello delle denominazioni oscene dialettali - in cui esiste soltanto l'imbarazzo della scelta. Ciò è quanto un buon repertorio lessicale avrebbe potuto utilmente chiarire senza "reificare" - cioè "cosificare" - denominazioni che possiedono la dinamicità e la mutevolezza dell'espressione dialettale. Così è [se vi pare].

* marīnu(m)>[ma'ri:nu]>[ma'ŕi:nu]>[ma'ŕin]>[ma'ŕiŋ]>[ma'iŋ]>['maiŋ]>['mɛŋ]

Ligure
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Re: [LIJ] «Schiappacasse»

Intervento di Ligure » ven, 26 lug 2019 10:45

Per completezza, dal momento che in questo filone, inizialmente, s'era trattato del corrispondente genovese/ligure di mestolo - cassa<cazza (rimasto in pronunce di tipo arcaico, come si può evincere dall'AIS in linea relativamente alla voce schiumarola) -, riporto ciò che avevo inserito in un altro filone relativamente a quanto gli "etimologisti ufficiali" hanno - finora - proposto.

Nella "dialettologia settentrionale" cazza (vel sim.) = mestolo rappresenta/-va un termine ampiamente diffuso e attestato, ma, sfortunatamente, caratterizzato da una situazione etimologica ben poco soddisfacente. La voce cattia(m) - cacia(m) negli antichi documenti liguri - sembra più una trascrizione nel "latino del tempo" che un vero e proprio etimo. Anche a motivo della consonante geminata. Intendo dire che per avere -zz- non occorre partire da un etimo geminato. Gli esiti fiorentini - poi, italiani - vezzo e piazza - rispettivamente, da vitiu(m) e platea(m) - come tutti quelli analoghi lo dimostrano chiaramente. Anche la scrizione ligure cacia(m) manifesta questo tipo di consapevolezza.

Si prova ancora più difficoltà ad accettare la connessione proposta dagli studiosi tra cattia(m) e il supposto etimo greco κύαθος /'kyaθos/o il suo diminutivo κυάθιον - almeno, secondo il REW, Romanisches Etymologisches Wörterbuch - (si trattava di una sorta di mestolo - usato per attingere vino - dotato di un manico particolare).

È solo da questa voce - nel percorso a ritroso - che l'etimologia appare un po' meno oscura, ma siamo, ormai, molto lontani dall'argomento in questione. La voce κύαθος potrebbe risalire al sostrato pregreco o derivare dal verbo κυέω = porto nel grembo. Si tratta, infatti, di un contenitore. Il sostantivo correlato al verbo è κύησις = gravidanza, da cui termini medici quale, ad es., pseudociesi (per i vecchi era più usuale parlare di gravidanza isterica).

Ma - ribadisco - mi pare che il nesso tra cattia(m) (qualunque sia lo stadio evolutivo di non si sa bene quale etimo la grafia intenda riprodurre) e κύαθος/κυάθιον non si possa davvero ritenere convincentemente dimostrato.

Il DEI, invece, propone quale etimo la voce ἀκάτιον quale diminutivo di ἄκατος = naviglio, vaso in forma di barca, per cui si pensa alla radice ἀκ, che indica acutezza e si ritrova in latino, da cui anche in italiano, come, ad es., nelle voci "acume", "acuto".

A livello puramente intuitivo non sembrano etimi convincenti. Dipenderà, forse, anche dal fatto che sembra, ormai, troppo limitativo che - quando si tratta di etimologie italiane - gli studiosi guardino quasi esclusivamente nella direzione delle "lingue classiche".

Ma l'etimo, tuttavia, per quanto gli studiosi si siano ben guardati dal percorrere una strada - che indicherò, sia pure sommariamente - potrebbe davvero - almeno, in ultim'analisi - risultare "classico".

E derivare davvero da cat- ...

Come se, davvero, potesse trattarsi di un "cavallo di ritorno" nell'ambito della dialettalità italiana
- v. https://it.wikipedia.org/wiki/Cavallo_d ... nguistica) -.

Come qui - https://en.wikisource.org/wiki/An_Etymo ... ted/Kessel - risulta argomentato.

Faccio riferimento - evidentemente - alle forme regionali tedesche riferite, dal momento che l'adozione di una lingua tedesca unificata e "ufficiale" costituisce una realtà linguistica piuttosto recente - in senso storico - dovuta a Martino Lutero, che tradusse in "tedesco" i Libri sacri nell'ottica di promuovere e diffondere la Riforma religiosa da lui propugnata.

P.S.: su catinu(m), effettivamente, non sono riuscito a trovare molto, se non il rimando a una presunta radice ket:

https://en.wiktionary.org/wiki/catinus

Ligure
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Re: [LIJ] «Schiappacasse»

Intervento di Ligure » gio, 08 ago 2019 20:37

Nella critica che mi sono permesso di fare nei messaggi precedenti alle etimologie ufficiali - che si rifanno a voci greche - proposte per la voce settentrionale cazza ['kaʦʦa] = mestolo - c'entrano, ovviamente, i dati desunti dalla geografia. Voci greche - non "grecismi" diretti, il che sarebbe diverso - dovrebbero essere state mediate tramite il latino, risultando la voce cazza ['kaʦʦa]>['kassa] (e altre varianti )= mestolo attestata nei dialetti settentrionali fin da quando esistono documentazioni scritte.

Tuttavia, la voce non compare assolutamente al di sotto delle isoglosse che separano le varietà settentrionali italiane dalle altre, ciò che rende assai discutibile una derivazione a partire da voci originariamente greche tramite il latino.

Non avevo aggiunto questa importante motivazione "in contrario" al testo dei messaggi precedenti per non apppesantirne eccessivamente il contenuto.

Chi desiderasse sincerarsene direttamente deve semplicemente accedere al collegamento coll'atlante AIS e scrivere "schiumarola" per poter confrontare i vari esiti locali settentrionali:
http://www3.pd.istc.cnr.it/navigais-web/ (mi pare che la voce "mestolo", nella versione dell'AIS "in linea", non sia riportata).

P.S.: ovviamente, il tipo lessicale cazza ['kaʦʦa] (espressamente richiamato nelle note che si trovano a destra in alto nella pagina dell'AIS) risulta ubiquitario in Liguria. Regione linguistica nella quale esso compare come cassa ['kassa]<['kaʦʦa] in località denotate da parlate di minore arcaicità. Esso non è presente solamente al punto 199 - Castelnuovo Magra -, ma si tratta di "terre di confine", amministrativamente, ma non "linguisticamente" liguri.

P.P.S.: anche se l'osservazione non riguarda il contenuto prioritario del messaggio, non si può non notare come sia praticamente impossibile che, all'epoca, l'informatore di Genova - che è il punto 178 - non abbia fornito la risposta relativa a un oggetto così semplice e di uso tanto comune ... eppure la risposta manca ... come infinite altre! ...

Inoltre, la trascrizione degli esploratori tedeschi - in tutta la Liguria, anche nei dialetti di tipo "genovese" - in senso lato - in cui essa risulta presente - non riporta mai l'effettiva geminazione consonantica fonetica, di tradizione ininterrotta (almeno in sede postaccentuale), a differenza di quanto si può riscontrare negli altri dialetti settentrionali.

Intendo dire che, al punto 179 - Isola di Rovegno - si ha, in realtà, ['kaʦʦa] - con geminazione di [ʦ] - e al punto 177 - (il) Sassello - si ha, in realtà, [ka'ʦɛtta] - con geminazione di [t] - ecc..

Evidentemente, [ka'ʦɛtta]<[kaʦ'ʦɛtta], ma la geminazione consonantica preaccentuale non s'è conservata in nessun punto della Liguria - questo è l'unico tratto condiviso, nel contesto di tipo "genovese" ("lato sensu") - cogli altri dialetti settentrionali, dal momento che, invece - nei dialetti di tipo "genovese" -, la geminazione postaccentuale è rimasta conservata -.

E' pur vero che, nelle varietà linguistiche di tipo "genovese", la quantità vocalica risulta fonologicamente contrastiva - breve o lunga (per altro, soltanto nella sillaba finale accentata si può avere l'esclusiva variazione della quantità vocalica, impossibile in italiano) -, mentre, nelle altre posizioni, si ha lo stesso comportamento del fiorentino (cioè dell'italiano) dal momento che, prima della consonante geminata, la vocale accentata risulta più breve, mentre la vocale accentata s'allunga in sillaba aperta (quando, cioè, segue consonante semplice, non geminata), ma occorre tenere sempre ben presente che qualsiasi lingua/dialetto è articolazione, φωνή, suono.

Intendo dire che la "descrizione" attendibile di un linguaggio non può che essere fonetica. La fonologia riguarda considerazioni ulteriori di tipo teorico, che, ovviamente, non dovrebbero, però, "rinnegare" la sostanza "fonetica".

L'errore dei tedeschi di un tempo - ma anche degli studiosi attuali - è quello di essersi focalizzati sui dialetti di tipo "genovese". E' vero - s'è detto - che in essi, fonologicamente, s'è deciso di ritenere "distintiva" la quantità vocalica - e non la geminazione consonantica -, ma la geminazione c'è. E per poterla produrre (o immaginare) foneticamente un "poveretto" dovrebbe badare alla segnalazione della quantità vocalica. Cioè il nome proprio Roccu ['rɔkku] = Rocco sarebbe geminato perché ha l'"o" breve (in realtà, come in italiano, foneticamente, ma anche fonologicamente, è esattamente il contrario, infatti, l'"o" di Roccu ['rɔkku] risulta (più) breve perché seguita da geminata), mentre in rôcu ['rɔ:ku] = rauco l'"o" risulta più lunga perché venne a trovarsi in sillaba aperta *. Tutto qui.

Per altro, come nei testi moderni, la quantità vocalica, nei dialetti di tipo "genovese", nell'AIS non è indicata!

Perciò non si può sapere quali consonanti siano geminate e quali no!

Bel colpo!

Si giunge al paradosso che una "pregiudiziale" di tipo fonologico riesce a "uccidere" la realtà fonetica!

Ma - in compenso - non tutti i dialetti liguri risultano essere di tipo "genovese". Agli estremi della regione linguistica i dialetti spezzini e quelli intemeli hanno perduto il valore fonologicamente contrastivo della quantità vocalica (come anche la distintività fonetica della geminazione consonantica), ma, nella trascrizione, non si fa alcuna distinzione tra queste parlate e quelle di tipo "genovese"!

Soprattutto perché né i tedeschi sapevano né gli studiosi sanno tuttora - con un qualche livello di attendibilità - tracciare delle isoglosse che possano indicare questa distinzione!

Ne consegue che è improprio applicare un paradigma fonologico di tipo chiaramente "genovese" a tutta la regione linguistica, che include contesti in cui la variazione quantitativa delle vocali - assunta quale caratteristica fonologica distintiva (al contrario dell'italiano, che assume quale tratto distintivo la geminazione consonantica) - è andata perduta, mentre sarebbe serio poter avere una descrizione foneticamente attendibile delle diverse pronunce locali e, prima che gli ultimi potenziali informatori scompaiano definitivamente, poter ottenere chiarezza e precisione su quali siano i confini attuali - isoglosse - al di là dei quali la conservazione postaccentuale delle geminate originarie di tipo "genovese" - come, ad es., in Roccu ['rɔkku]- è andata perduta e subentrano altre modalità di pronuncia.

Ad es., risulta certamente errata - come infinite altre - la trascrizione teutonica "kàsa..." relativa a Noli - punto 185 -, perché a Noli (SV) si ha ancora ['kassa ...], dal momento che la distintività fonologica della quantità vocalica (e la geminazione consonantica) risultano chiaramente presenti anche nella "successiva" provincia d'Imperia (e anche nei suoi capoluoghi **), se pure non in tutto il territorio.

Senza contare il fatto che siamo in Italia e siamo tutti italiani e che continuare a pubblicare testi "scientifici" dove si scrive "cavalu" - nella realtà, [ka'vallu] - in riferimento anche alle varietà di tipo "genovese" (caratterizzate tuttora, come detto, dalla conservazione della geminazione consonantica postaccentuale) pretendendo che un italiano - anche di Liguria, certo! - possa mai leggere "cavallu" (cioè [ka'vallu]) - e questa (e non altra) è la realtà fonetica di buona parte della regione - perché l'"a" accentata - per altro non contrassegnata graficamente dal segno di quantità - è "breve" (ma risulta "breve" proprio perché, come in italiano, seguita dalla geminata [-ll-] e non per altro)- risulta quanto mai discutibile ...


* La coppia genovese costituita da Roccu ['rɔkku] = Rocco e rôcu ['rɔ:ku] = rauco corrisponde, sostanzialmente, alla corrispondente coppia italiana, se s'include l'esito italiano "più regolare" - "roco" -. E anche in italiano, in "roco", la pronuncia dell'"o" accentata risulta "meno breve" rispetto a quella dell'"o" accentata di Rocco, ma in italiano si parla di allofonia perché il tratto fonologico distintivo è rappresentato dalla geminazione consonantica. Perché, allora, in genovese, va assunta la quantità vocalica - e non la geminazione consonantica - pur esistente in sede postaccentuale - quale tratto fonologico distintivo?

Semplicemente perché u da [u 'da] = (lui) dà può essere distinto da u dâ [u 'da:] = il dare (infinito sostantivato) unicamente sulla base della variazione della quantità vocalica.

Mentre, anche nelle forme più "popolari" d'italiano, ['da]- voce del verbo dare - e da' ['da] - forma apocopata dell'infinito dare - non esiste alcuna differenza fonetica rilevabile, di alcun tipo. In italiano, infatti, non possono esistere differenze nella durata della pronuncia vocalica nelle sillabe aperte finali di parola, mentre in genovese esistono e "obbligano" ad assumere quale unico tratto contrastivo - a livello fonologico - la quantità vocalica in quanto - in ogni posizione, anche in finale di parola - ogni sillaba risulta sempre o "breve" o "lunga".

Così, come in italiano, si hanno, ad es., possu ['pɔssu] = posso (con successiva geminazione, come in italiano) e pôsu ['pɔ:su] = poso (da posare), ma - diversamente dall'italiano - in pô [iŋ 'pɔ:] = un po' e in Po [iŋ 'pɔ] = in Po.

Quindi, la quantità vocalica risulta allofonica in italiano, ma fonologica in genovese.

Anche se ciò non significa affatto che, in genovese, la geminazione consonantica - postaccentuale - non esista. Tutt'altro!

** Infatti, Oneglia e Porto Maurizio risultano "distinte" anche linguisticamente.

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