[LIJ] Fonetica storica dei dialetti liguri

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Ligure
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Re: [LIJ] Fonetica storica dei dialetti liguri

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Come preannunciato, proseguono - gradualmente - le osservazioni in merito all'evoluzione linguistica
dei dialetti liguri-
u merlu rucà ha scritto:
lun, 24 feb 2014 20:58
5) Passaggio da -L- intervocalica a [ř].
Altro tratto fonetico unitario dei dialetti liguri è rappresentato da quello che viene tradizionalmente considerato un fenomeno del sostrato ligure preromano (C. Merlo), cioè il passaggio di -L- semplice intervocalica a una [ř] poco vibrante, articolata come apicale dorsale palatale o come apicale retroflessa (lo stesso passaggio interessa anche la –R- semplice). Mentre a Genova e, generalmente anche nella Liguria orientale, è ormai scomparsa (salvo in alcune zone appenniniche), si conserva ancora nei dialetti centrali, nel ponente ligure, in particolare nell’entroterra intemelio, (dove la [ř] ha un suono più palatale), in quello di Albenga e nell’Oltregiogo (dove ha un suono velare): alb., alass., vall., vallecr., apric müřa, sass., müra “mula”; alb., muřin, fin. M. murin; vall., vallecr., sold., muřin; pigno., arenz. pietr. müa, sav., arenz., pigno. muin sp. moin, sarz. mulin (la -l- si conserva nell’estremo levante) “mulino”. La rotacizzazione di -l- intervocalico a -ř- si ritrova anche in Provenza, cfr. [ALF 849], nel Piemonte meridionale [Cortemilia, AIS], nell’Emilia occidentale [Coli, Bardi, AIS], nell’area a cavallo del confine tra Piemonte e Lombardia e in una parte del Canton Ticino
Se pure nel testo è detto che anche /-r-/ condivise con /-l-/ l'esito /ř/ - una consonante approssimante che è meglio indicare come simbolo fonematico (dal momento che si va in contraddizione avvalendosi di un singolo valore fonetico nel titolo e affermando, poi, che le realizzazioni delle diverse località divergono) -, già nel titolo andava enunciato che, nei dialetti liguri, s'ebbe la confluenza di /-l-/ ed /-r-/ etimologici in un approssimante - comunque segnalato, ad es., mediante /ř/ - perché questa è esattamente la caratteristica evolutiva differenziale - rispetto ad altri linguaggi - che denota gli esiti originari dei dialetti liguri. Quindi, l'evoluzione storicamente documentata fornì, ad es., lo stadio evolutivo “muřin” /mu'řiŋ/ inizialmente comune a tutta la regione linguistica. Ma nel socioletto popolare genovese urbano s'ebbe la riduzione allo zero fonico dell'approssimante nell'ambito della transizione evolutiva /mu'řiŋ/>/mu'iŋ/>/'mwiŋ/. L'innovazione si propagò e venne accolta dalla maggior parte dei dialetti di tipo genovese, da tutti quelli di tipologia prettamente spezzina come pure altrove. Nelle località dove la riduzione allo zero fonico si verificò più tardivamente la pronuncia rimase /mu'iŋ/, mentre in quelle più vicine alla città l'esito ebbe ancora modo - come nel genovese urbano - di poter passare da iato a pseudodittongo e s'ebbe il monosillabo /'mwiŋ/. In molti punti linguistici “occidentali” della regione - anche se non in tutti - /ř/ permase, ma in molte località - e da parte di molti parlanti - si tende ormai a pronunciare l'/ř/ tradizionale esattamente come l' “r” italiano, rifiutando - quasi istintivamente, quindi, in modalità ancora precedente rispetto alla piena consapevolezza - anche sotto l'aspetto fonetico tutto ciò che non possa trovare riscontro nella lingua italiana. L'evoluzione linguistica storica che ha condotto a determinati esiti risulta, ovviamente, completamente ignota e, ormai, i residui locutori - anche quelli, almeno apparentemente, più “impegnati” - “si peritano” a pronunciare /ř/ - quasi fosse un errore, un'irregolarità frutto dell'ignoranza del passato, qualcosa di cui doversi vergognare (ammesso che i meno anziani tra loro siano davvero ancora in grado di riuscire a farlo effettivamente) -.

E' evidente che il valore e l'importanza delle informazioni di tipo socio-linguistico non risulta certamente inferiore a quelle di tipo fonetico e, quindi, le considerazioni - più o meno precise - contenute nel testo citato in merito a una variabilità - presentata come esclusivamente diatopica - della pronuncia di /ř/ vanno assolutamente prese colle molle!

Infine, non è vero - come, invece, è scritto - che /-l-/ si conservi nell'estremo levante. Il fatto è che nell'“estremo levante”- a Sarzana, ad es. - non si parlano già più dialetti definibili quali liguri. Il che
è tutt'altra cosa! Si può dare un'occhiata alla cartina riportata nel collegamento - nella quale gli "ultimi"
dialetti liguri rappresentati sono quelli in verde scuro, spezzini (già il dialetto della contigua Lerici non
può essere definito di tipo ligure) -. Nei dialetti spezzini /-l-/ risulta tutt'altro che conservato ed è stato,
anzi, ridotto allo zero fonico esattamente come nei dialetti di tipo genovese. La cartina accessibile dal
collegamento sottostante mostra un tentativo sostanzialmente accettabile di descrizione geografica dei
confini dialettali tra varietà linguistiche liguri (spezzino - ma non sarzanese - incluso) e lunigianesi:

https://it.wikipedia.org/wiki/Dialetto_ ... entale.svg
u merlu rucà ha scritto:
lun, 24 feb 2014 20:58
6) Esiti di GE, GI, DJ, J
L’assibilazione di GE, GI, DJ, J in [dz], copre una grande area dell’Italia superiore, dal Piemonte meridionale, alla Lombardia fino alla Lunigiana. Secondo Rohlfs [1966: 209- 213], [dz] è da considerarsi un sviluppo ulteriore di [ǧ /ʤ]. In Liguria si ritrovano sia la prima fase [dz] sia quella successiva in [z], sia, in alcune zone della Liguria occidentale vicine al Piemonte e alla Provenza, la conservazione di [ǧ /ʤ]; vall., vallecr. ğiögu; vent. zögu, sp. leric. ṡego, sarz. żogu, sass., calizz., campol., żö “gioco” < JOCU; vall., vallecr. péğiu, vent., sanr. pezu, calizz., campol. peżżu, alass., pietr., alb., loan. peṡṡu “peggio” <PEJU>.
Risulta evidente che l'esito fornito per Calizzano, Campoligure e (il) Sassello risenta dell'influenza del piemontese. Infatti, implica il dileguo di /-g-/ - soltanto sporadico nei dialetti davvero liguri - e la caduta della vocale finale di parola che s'è, invece, mantenuta nei dialetti liguri veri e propri. Nei quali risulta, infatti, “zőgu” /'zɵ:gu/ - con vocale finale e /-g-/ perfettamente conservati -. D'altronde, l'influsso dei dialetti di tipo piemontese è ben rilevabile nell'entroterra della Provincia di Savona e, in provincia di Genova, nei territori di Masone e di Campoligure. Per quanto concerne la voce “peggio” ci si potrebbe domandare perché essa risulti scempia in genovese - cioè “pêzu” /'pe:zu/ -, pur provenendo - ovviamente - dallo stesso etimo, pĕjjŭ(s) (si ritiene che l'approssimante /j/, per quanto reso graficamente come lettera semplice fosse già geminato nella pronuncia in epoca latina). Lo scempiamento consonantico riscontrabile in “pêzu” - in contrasto coll'esito italiano regolarmente geminato in base all'etimo - è dovuto al fatto che, anticamente, a differenza di quanto si verificò nei linguaggi toscani in cui si manifestò la pseudodittongazione in /'jɛ:/ nelle voci etimologicamente caratterizzate da /ĕ/ (ma in sillaba aperta), nel dialetto genovese lo pseudodittongo /'-jɛ:/>/'-je:/>/'-e:/ si sviluppò - con quantità vocalica lunga - anche in sillaba originariamente chiusa. Per altro, l'effetto della quantità vocalica prevalse su quello della durata consonantica e la consonante venne scempiata nella pronuncia. La transizione evolutiva fu, quindi:
/'pɛʣʣu/>/'pjɛ:ʣu/>/'pje:ʣu/>/'pe:zu/.
Nell'Appennino si può, ad es., ascoltare - a Rovegno, in provincia di Genova - l'esito evolutivo /'pje:ʣu/ - ancora caratterizzato dalla pseudodittongazione originaria e dalla pronuncia arcaica del fonema /ʣ/, mentre, in città, si ha, ormai, l'esito /'pe:zu/ - a seguito di riduzione dello pseudodittongo a vocale lunga (/'-je:-/>/'-e:-/) e deaffricazione di /-ʣ-/>/-z-/ -.

P.S.: Ovviamente, quando la sillaba risulta etimologicamente aperta, originariamente i dialetti di tipo genovese subirono la stessa pseudodittongazione del fiorentino come, ad es., nell'esito corrispondente alla voce “ciliegia” sommariamente trattata nel messaggio preedente. Infatti, dall'etimo “cerĕsĕa(m)” s'ebbe:
/ʦe'ŕjɛ:zja/>/ʦe'ŕjɛ:ʒa/>/ʦe'ŕje:ʒa/>/se'ŕje:ʒa/>/se'ŕe:ʒa/, forma del socioletto aristocratico urbano.
Dalla quale - in seguito alla riduzione allo zero fonico di /-ŕ-/ - si giunse a /se'e:ʒa/>/'se:ʒa/ - l'esito attuale -.

Chi desiderasse verificare può ascoltare in linea lo stadio evolutivo ancora caratterizzato dalla pseudodittongazione - analoga a quella fiorentina - relativo a Rovegno (per altro, l'informatore,
per ragioni socio-linguistiche, evita di pronunciare il fonema /-ŕ-/ e si avvale del corrispondente
italiano - come già osservato a livello generale -):

https://www2.hu-berlin.de/vivaldi/index ... 62&lang=de

P.P.S.: mi sarebbe piaciuto riuscire a capire - per quanto l'argomento risulti soltanto “collaterale” a quanto esposto - la “causa” della “transizione fonetica” da “ciriegia” - voce etimologica perfettamente regolare - a “ciliegia”, ma le spiegazioni addotte dal Castellani - ammesso che siano state riferite correttamente (non ho i testi sotto mano) e ammesso pure che non ne esistano altre - non mi risultano molto convincenti:

https://italian.stackexchange.com/quest ... iegia/2010

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