La denominazione della Spezia

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La denominazione della Spezia

Intervento di Ligure »

Inizialmente, queste considerazioni facevano parte del filone che tratta adeguatamente come - anche nei "dettagli" (ché tali, sostanzialmente, sono) rappresentati dagli odonimi - gl'informatori locali, normalmente, non rappresentano altro - più o meno consapevolmente (e assai spesso con ben scarsa consapevolezza) - che le "norme locali" piuttosto della cosiddetta "buona pronuncia". Per altro, talvolta, l'adesione di queste persone a norme locali di tipo "tradizionale" può sollecitare la curiosità di chi risulta interessato ai fatti di lingua. A Genova, ad es., se pure nell'italiano locale è stata, ormai, espunta qualsiasi pronuncia diversa da "spezzini" /speʦ'ʦi:ni/ per indicare gli abitanti della Spezia - localmente /'speʦʦja/ -, rifacendosi alla denominazione ufficiale della città, permangono le denominazioni dialettali "a Spezza" /a 'spezza/ e /spe'ziŋ/. Le quali, essendo di derivazione diretta - cioè ininterrotta nel corso dell'evoluzione linguistica - ci dicono piuttosto chiaramente che l'italianizzazione del toponimo spezzino è fallace e che esso avrebbe dovuto essere trascritto come "Speggia" o qualcosa di assai simile, dal momento che questa è la corrispondenza tra l'evoluzione - su base toscana - della lingua italiana e la fonetica dei dialetti liguri. Infatti, ad es., a "maggio" corrisponde la voce locale "mazzu" /'mazzu/a Genova e "mazo" /'mazo/ alla Spezia ecc. ... Un fonema sonoro del dialetto - /-z-/ - non può mai corrispondere a un fonema sordo - /-ʦ-/- della lingua italiana. Ciò sarà poco, ma è sicuro ...

Chi avesse, comunque, ancora dubbi potrebbe ancora effettuare due tipi di verifiche:

1) interpellare direttamente gl'informatori della Spezia (in fondo, è proprio la loro città!);

2) consultare i documenti antichi.

1) Nell'italiano della Spezia si dice tuttora /speʣ'ʣi:ni/, quindi, l'adeguamento a una pronuncia incongruente del toponimo, almeno per quanto riguarda il nome degli abitanti, alla Spezia non è ancora avvenuto. E ciò risulta del tutto comprensibile dal momento che gli/speʣ'ʣi:ni/ sono loro, mentre, in dialetto /spe'ziŋ/, si può riscontrare adeguata corrispondenza col genovese. Infatti, alla Spezia, si dice, rispettivamente "Speza" /'spɛza/- la differenza rispetto a Genova (nell'assenza di geminazione consonantica) è solo dovuta al fatto che la Spezia ha, ormai, perduto, nel dialetto, questa possibilità variazionale) e /spe'ziŋ/, che "spiega" l'esito locale sonoro, cioè /speʣ'ʣi:ni/ anche in italiano. Il quale, per altro, non può - evidentemente - essere fatto risalire alla denominazione cittadina ufficiale - caratterizzata da fonema postaccentuale sordo -. E, allora, alcuni "riescono" perfino ad attribuire la colpa di questa incongruenza al dialetto locale. Ma non è affatto - come alcuni pure sostengono - che il dialetto locale sia "strano". È il nome ufficiale della città che non corrisponde alla sua vera identità! Il che è diverso!

2) La cartografia e i documenti risalenti all'epoca della Repubblica di Genova riportano, in particolare nei tempi meno antichi, il toponimo "Spezza" /'speʣʣa/ nell'italiano scritto dell'epoca. Ciò conferma soltanto quale sembra essere il vero toponimo dialettale locale rimasto invariato al trascorrere del tempo, oltre a dirci che anche gli antichi facevano ben pochi sforzi per italianizzare decentemente un toponimo locale. Trascrivevano di peso la denominazione dialettale. Sic et simpliciter! A far così non c'è nessuno che non sarebbe stato capace!

Inoltre, va detto che il dialetto spezzino attuale - oltre ad aver perduto la possibilità di geminazione consonantica contrastiva - ha, evidentemente perduto anche la vocale tradizionalmente definita "o turbata" negli altri dialetti liguri, che è pervenuta, evolutivamente, a /ɛ/. Che significa tutto ciò? Si fa prima a capirlo con un esempio, un detto locale, ad es., che definisce "Speza /'spɛza/, 'na bela reza /'rɛza/"- la Spezia, una bella rosa (ma in italiano non si potrebbe avere rima) -. Come si sarà ben compreso, ciò potrebbe anche implicare che il vero toponimo possa anche essere "Spoggia", dal momento che "rosa" divenne "reza" /'rɛza/, "fuoco" "fego" /'fɛgo/ e così via...

Così inquadrata la questione, gli studiosi - particolarmente quelli locali, che potrebbero anche avere più competenze in merito - avrebbero potuto indagare l'origine del toponimo o, almeno, dirci - dato che la Repubblica di Genova (nei cui documenti ancora si scriveva "Spezza") venne abolita nel 1815, cioè abbastanza recentemente, in senso storico - come/quando/perché sia sorto l'attuale toponimo ufficiale. E perché così palesemente inadeguato ... Ma sembra che le migliori menti che si siano occupate del toponimo non abbiano riscontrato nulla di più attraente che arrovellarsi sull'opportunità o meno di avvalersi dell'articolo determinativo. Un profluvio di considerazioni, di atti ufficiali e d'inchiostro versato - ormai, si fa per dire - per un'emerita stupidaggine, nell'ambito di un'indagine che denota un livello di curiosità intellettuale francamente desolante ...

Come se - a far funzionare un minimo la materia grigia - si potesse sciupare... Ma non ci si può far nulla. Il nostro ruolo è di spettatori. Soltanto una minima parte della documentazione che potrebbe rivelarsi utile risulta disponibile in rete e per poter approfondire la questione occorrerebbe il concorso di due circostanze:

1) avvertire il giusto livello di curiosità intellettuale;

2) risiedere in loco per poter godere di un agevole accesso alla documentazione esistente.

Ma certamente, per quanto consolidata nell'uso ufficiale, la denominazione della Spezia - come mostra anche la palese evidenza ancora rimasta e costituita dalla grossolana discrasia tra la pronuncia del "vero" etnico - /speʣ'ʣi:ni/ (sonora) - e quella del toponimo - /las'pɛʦʦja/ (sorda) - non può ritenersi il risultato di un'italianizzazione adeguata.

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Ferdinand Bardamu
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Re: La denominazione della Spezia

Intervento di Ferdinand Bardamu »

La ringrazio del dotto intervento: non sapevo che la pronuncia del nome di questa città non riflettesse l’etimo.
Ligure ha scritto:
sab, 15 feb 2020 19:59
Ma sembra che le migliori menti che si siano occupate del toponimo non abbiano riscontrato nulla di più attraente che arrovellarsi sull'opportunità o meno di avvalersi dell'articolo determinativo. Un profluvio di considerazioni, di atti ufficiali e d'inchiostro versato - ormai, si fa per dire - per un'emerita stupidaggine, nell'ambito di un'indagine che denota un livello di curiosità intellettuale francamente desolante...
Quella della presenza o no dell’articolo sarà una stupidaggine sotto l’aspetto dell’indagine glottologica, ma ha ripercussioni non da poco sulla grafia italiana.

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Marco1971
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Re: La denominazione della Spezia

Intervento di Marco1971 »

Solo in punta di piedi, a onore del DOP, faccio notare che la pronuncia con zeta sonora in spezzino è riportata come seconda variante con una breve spiegazione.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

Ligure
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Re: La denominazione della Spezia

Intervento di Ligure »

Ringrazio anch'io Ferdinand dell'interesse dimostrato. Forse sono stato un po' veemente nel valutare esclusivamente come baloccamenti le molte pagine dedicate in modo inconclusivo dagli studiosi alla questione dell'articolo determinativo. Ci tengo a chiarire che non intendevo affatto svalutare l'importanza dell'uso corretto dell'articolo quando si ha a che fare con nomi propri non solo geografici, mentre ero rimasto davvero allibito di fronte a tre evidenze di fatto fondamentali:

1) l'enorme disparità d'impegno e di risorse profuse a "discettare" del ruolo dell'articolo determinativo a fronte di una sensibilità e di una capacità praticamente inesistente a rendersi conto della palese incongruenza della corretta resa del toponimo. Un po' come se si discutesse per ore se, attualmente, risulti più o meno adeguato avvalersi dell'articolo col nome femminile di Frincezca, senza neppure tentare di farsi ripetere il nome della fanciulla che, evidentemente, è Francesca - tanto per dire ... - ... ;

2) se ci si dimostra così attenti all'uso "tradizionale" dell'articolo nel caso dei toponimi, ciò dovrebbe riguardare anche le località meno importanti che, tradizionalmente, "avevano - anch'esse - diritto" all'articolo. Ma questa sensibilità - almeno qui - non esiste e ciò non avviene. Mentre il rispetto per la lingua della toponimia dovrebbe riguardare tutto il territorio linguistico e non soltanto i capoluoghi di provincia;

3) rimango, comunque, perplesso rispetto al "caso di specie". Infatti, a parte ciò che viene scritto nei documenti ufficiali, l'uso vivo dell'italiano del capoluogo e del territorio circostante, abitualmente, non s'avvale dell'articolo in riferimento al nome della città di cui si sta trattando. Sembra, cioè, trattarsi del mantenimento - nell'ufficialità dei documenti - di una tradizione non più vitale nella realtà della lingua italiana quotidiana effettivamente parlata in loco. E lo stesso s'è sempre verificato anche nel vernacolo locale, per quanto sempre meno adoperato.


Marco1971 ha scritto:
dom, 16 feb 2020 0:35
Solo in punta di piedi, a onore del DOP, faccio notare che la pronuncia con zeta sonora in spezzino è riportata come seconda variante con una breve spiegazione.
Apprezzo il garbo nell'approccio, ma perché "in punta di piedi"? La corretta resa dei toponimi geografici riguarda direttamente aspetti importanti - anche storici ed etimologici - della lingua e talvolta s'avverte proprio la mancanza del coinvolgimento diretto di persone caratterizzate da così elevate competenze ed esperienza.

Conosco il DOP, ma non l'ho citato perché non mi torna quanto riferisce. Che non può costituire un'adeguata spiegazione. Infatti, pur ammettendo l'etimo citato - latinizzato come "Spedia" - riguardo al quale, se non altro, non emergono controindicazioni palesi, il passaggio successivo ipotizzato dal DOP non trova riscontro nell'evoluzione dei "volgari" italiani, soprattutto di quelli toscani, che costituiscono la struttura derivativa e fonologica della lingua italiana. Il DOP sembra riferire che - da "Spedia" - si sarebbe avuto "Spezia" (con pronuncia sonora) e che, successivamente, la pronuncia di "z" davanti a "i" si sarebbe assordita. Questa, almeno, sembra l'unica interpretazione logica di quanto scritto. Ma ciò non è vero. Infatti:

1) la pronuncia sonora Spezia non è mai esistita. Fino agli inizi dell'800 è esistita, nell'italiano locale - quello parlato nella Repubblica di Genova - un solo tipo di pronuncia (di tipo sonoro) corrispondente alla scrizione dell'epoca, "Spezza" - il che, linguisticamente, è tutt'altra cosa -. Inoltre, come abbiamo visto, altro non era che una trascrizione tratta di peso dall'esito dialettale - caratterizzato da /-z(z)-/ -;

2) se l'etimo fosse davvero "Spedia", il tratto della sonorità - come si desume, ad es., dalla trattazione svolta dal Rohlfs nella sua Grammatica storica a proposito di "di", pag. 390 - si sarebbe conservato nei successivi sviluppi diacronici. Fu l' "i" a non conservarsi affatto. Scrive, infatti, il Rohlfs: "In latino volgare il nesso di in posizione intervocalica si è confuso ben presto con l'antica j; vale a dire si pronunciava rajjus, ojje, pojju con la medesima j di jam e majus (Richter, § 62); questo fatto risulta chiaro dallo sviluppo perfettamente eguale di entrambe le basi latine nelle lingue neolatine: cfr. in spagnolo rayo, mayo, ya; in francese rai, mai, ja. ...". L'autore descrive, quindi, la transizione evolutiva che condusse all'attuale esito toscano - e italiano! - "raggio", dove l'i è soltanto grafica, ovviamente, e alla resa come "Chioggia" di un toponimo originariamente sorto come "Claudia". Si sofferma a trattare anche quelle che egli ritiene "eccezioni" nell'ambito del panorama evolutivo toscano come, ad es., "mezzo" da mediu(m), ma, anche in questi casi, si mantiene il tratto costituito dalla sonorità e non viene tramandato alcun timbro vocalico di "i". Men che meno negli esiti più schiettamente dialettali quale, ad es., "Cioza" - con "z" sonora - che il Rohlfs confronta con quella che egli definisce "la forma toscana Chioggia".

È sulla base di questo tipo di considerazioni che avevo semplicemente ipotizzato un esito corretto - in lingua italiana - del tipo di "Speggia". Come, ad es., s'ebbe Chioggia in parallelo all'esito dialettale di derivazione diretta. Perché - se l'etimo della Spezia fosse quello ipotizzato - si dovrebbe avere "Speggia" accanto al dialettale "Speza" /'spɛza/- e al genovese "Spezza" /'spezza/ -. Esattamente come avvenne per Chioggia. E "speggino" come corretto etnico anziché la "finta" forma "italiana" "spezzino" (evidentemente erronea sia nella pronuncia tradizionale sonora - /speʣ'ʣi:no/ - come in quella sorda - /speʦ'ʦi:no/ -) accanto all'esito vernacolare "spezin" /spe'ziŋ/.

È un po' come se si fosse verificata un'inconsapevolezza intellettuale - fortunatamente assente nella realtà - che avesse potuto condurre a una denominazione quale "Ciozia" * - con "z" sorda -. Contro la quale non solo gli abitanti, ma tutti sarebbero legittimati a intervenire. Dal momento che non si tratterebbe né di veneto né di toscano né d'italiano né ... di nulla. E, comunque, della totale incapacità di tener conto della concreta evoluzione linguistica storicamente avvenuta - tanto della lingua nazionale su base fiorentina/toscana quanto del linguaggio locale -. Ecco, questo sarebbe il paragone più adeguato a descrivere la situazione dell'attuale denominazione della Spezia.


Ed è sempre sulla base di questo tipo di considerazioni - che qualsiasi giovane studente può ritrovare sintetizzate sulle prime pagine delle dispense che descrivono la derivazione della lingua italiana dal latino - che risulta del tutto scorretto quanto affermato dal DOP. Non vi fu mai alcun fenomeno di assordimento. Perché esso non vi fu né nell'evoluzione storica della lingua italiana su base toscana/fiorentina né in alcun vernacolo dell'Italia settentrionale. S'ebbe divergenza negli esiti specifici, ma il tratto della sonorità permase. Non si sarebbe potuto, comunque, verificare nessun fenomeno di "assordimento" - per altro, come già visto, inesistente - dovuto a un' "i" seguente, dal momento che il timbro schiettamente vocalico di "i" già non risultava più presente nel latino volgare, come mostrano limpidamente le vicende evolutive del nesso "di" originario, che confluirono con quelle di /-j(j)-/. Infatti, il toscano e l'italiano - e un'infinità di parlate locali - sono tali anche perché manifestano la pronuncia di "maggio" - da /-j(j)-/ esattamente identica a quella di "raggio" - da /-di-/>/-dj-/ -. Mentre non esistono - in tutto il panorama linguistico italiano di derivazione diretta - esiti quali mazio * né razio *. Né sonori né sordi. Ciò che dimostra, conclusivamente, l'insussistenza e la scorrettezza dell'ipotesi formulata dal DOP nel caso in esame.

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