[xCRA] «Quatrano» (parlata aquilana)

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Ligure
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Re: [xCRA] «Quatrano» (parlata aquilana)

Intervento di Ligure »

Peucezio ha scritto:
lun, 16 lug 2012 18:58
Circa quatraro o quatrano, mi risulta che il senso sia un altro: colui che va a quattro zampe, quindi il bambino.
E' vero che dopo i due anni non si va più a quattro zampe, ma in genere i termini per "ragazzo" e "ragazza" sono legati a caratteristiche dell'infanzia indipendentemente dal fatto che i soggetti così indicati abbiano tali caratteristiche.
Avevo tentato - finché mi è stato possibile - di evitare di commentare le "leggende metropolitane" e le interpretazioni linguistiche "idiosincratiche" (se mi si passa il termine in quest'accezione) contenute nel filone. Mi sono risolto a farlo quando ho, finalmente, constatato che anche gli studiosi - nel caso specifico - sono a conoscenza di questo "livello interpretativo" - la definizione di "leggenda metropolitana" è di Francesco Avolio, non mia - e ho riferito, nel messaggio precedente, il contributo in merito di questo Autore.

Ciò che risulta importante nel testo di Francesco Avolio, che, ovviamente, non pretende d'avere la "Verità linguistica" in tasca, è la capacità di saper proporre alternative, ma soprattutto la flessibilità nel sapersi svincolare dalla limitazione di dover intendere il riferimento al termine quadro, intravisto nella radice della voce in oggetto - che, certamente, non può essere disancorata dal significato e dall'etimo di quattro -, in modalità esclusivamente, e "contestabilissimamente", concrete.

Nessuno mai dei popolani e delle nobili popolazioni che ci hanno preceduto nella Storia avrebbe mai indicato mediante un significato concretamente collegato a piccole creature che ancora procedono mediante i quattro arti ragazzi e ragazzine che sapevano/sanno perfettamente atteggiarsi in modalità eretta per fierezza personale e capacità di postura consentita dalla raggiunta coordinazione muscolare e dalla padronanza totale dei movimenti fisici.

È solo un collassamento sull'hic et nunc del momento storico presente che può consentire una visione del passato come epoca "favolistica" abitata da persone "bislacche" e illogiche anche nelle loro manifestazioni linguistiche. Il che non era assolutamente. In nessuna regione italiana. Né al di fuori dei nostri confini.
Peucezio ha scritto:
lun, 16 lug 2012 18:58
Nella Lombardia occidentale "ragazza" si dice tosa (leggi: tusa), che viene da tondere, quindi significa "rasata, sbarbata". Va da sé che le donne non hanno bisogno di essere giovani per non avere la barba e tra l'altro "ragazzo" si dice fioeu, cioè figliuolo, quindi paradossalmente il termine legato alla comparsa della barba riguarda solo le donne, benché in origine sarà esistito anche il maschile.
Anche in questo caso valgono le considerazioni precedenti. È vero che il termine lombardo derivi da tondere, ma il significato non è assolutamente relativo al taglio della barba, ma a quello dei capelli:

http://www.treccani.it/vocabolario/tondere/

http://www.treccani.it/vocabolario/tosa2/

http://www.treccani.it/vocabolario/toso/

Ovviamente, si sceglieva una caratteristica che potesse essere tranquillamente applicata a entrambi i generi e quanto viene riferito quale paradosso non ha alcuna ragion d'essere. Come emerge anche dal lessico citato, la voce lombarda possiede masch. (tos) e femm. (tosa). Che, poi, come in molti altri dialetti settentrionali, si scriva o ciò che è, oggettivamente, /u/ è tutt'altro discorso, il quale - per altro - ci porterebbe assai lontano rispetto ai limiti e allo scopo del messaggio. Anche in merito al corrispondente lombardo di figliolo e all'effettiva disponibilità, anche in questo caso, di forme specifiche per ciascuno dei generi grammaticali vale quanto già riferito relativamente a tos - tosa.E, infatti, nel territorio, si può riscontrare la coppia fioeu - fioeula. La pronuncia dell'ingombrante trigramma oeu è "semplicemente" il fonema /ø/ che, localmente, sanno ancora pronunciare tutti. Anche chi, ormai, non conosce più una singola parola del dialetto.
Peucezio ha scritto:
lun, 16 lug 2012 18:58
In molti dialetti del sud "ragazzo" si dice caroso o caruso, che vuol dire "sbarbato", anche se ci si riferisce a giovani non più imberbi.
Anche in questo caso emerge la confusione tra i verbi corrispondenti di tondere o tosare (la chioma) e gli equivalenti di radere (la barba). Come riporta anche il lessico citato, gli studiosi fanno riferimento al taglio dei capelli anche relativamente ai dialetti meridionali. Si può anche consultare il contributo di studiosi d'elevatissimo livello, si veda a pag.7 e, nel dettaglio, a partire da pag. 69:

https://www.openstarts.units.it/bitstre ... mologo.pdf

P.S. Anche relativamente al passato occorrerebbe mantenere dei saldi "punti di riferimento" al fine di evitare di perdere l'equilibrio. Non sono poche le denominazioni che fanno riferimento al taglio dei capelli e, normalmente, non veniva scelta una caratteristica potenzialmente "differenziale" nel momento della maturazione sessuale. Argomento, per altro, scarsamente esplicitato nei dialetti anche perché, ad es., la pervicace negazione degli aspetti sessuali nei "piccoli" venne mantenuta fino all'epoca freudiana (storicamente molto "recente" rispetto alla formazione del lessico delle lingue e dei dialetti stessi). Inoltre, le voci che noi, che analizziamo a posteriori, assegniamo a un intervallo d'età in qualche modo delimitabile, erano, all'epoca tra amici e conoscenti, utilizzate (certo, in modo "informale") anche per indicare abitualmente persone di entrambi i generi d'età ben più che matura. Attribuire al passato i paradigmi validi nel presente dimostra di non conoscerlo e non aiuta a comprenderlo.

Oggi, poi, come dimostrato anche nel corso di questo e del messaggio precedente, basta un velocissimo clic per ottenere, dovunque, l'accesso alla rete ed evitare l'assoluta soggettività dei voli pindarici. O - se proprio non si riesce a resistere alle loro affascinanti attrattive - evitare di comunicarli come se davvero si potesse trattare di dati condivisibili.

P.P.S.:
Andrea D'Emilio ha scritto:
dom, 12 apr 2009 1:14
http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=1440 (alla fine).
A L'Aquila i ragazzini si chiamano ''quatrani'', dal latino ''quatranus'', lo scolaro che va in fila per quattro.
Ovviamente, tutte le considerazioni esposte in precedenza valgono - a piena ragione - anche relativamente al volo pindarico all'ennesima potenza che "inaugura" questo filone nell'ambito del quale sono state proposte ai lettori non poche affermazioni totalmente inconsistenti. Va premesso che, come tutti sanno, anche nelle più antiche e nelle più nobili città italiane - quale l'Aquila - la scolarità diffusa fu un fenomeno dovuto agli effetti dell'istruzione obbligatoria, che risultò successivo all'unificazione politica della Penisola. E' solo a partire da quest'epoca che si può assistere a "file" di scolaretti nelle nostre città. In precedenza - e ancor più all'epoca della formazione linguistica delle diverse parlate italiane -, l'istruzione era privilegio di pochi. I più benestanti accoglievano i precettori nelle loro abitazioni, altrimenti si formavano piccoli gruppi di alunni che si avvalevano dell'insegnamento di un insegnante laico o di un sacerdote regolarmente retribuiti. Non si sarebbero mai potuti riscontrare né assembramenti né file !!! Non si trattava assolutamente di un fenomeno di massa. E per quale motivo le "forze dell'ordine" dell'epoca avrebbero dovuto imporre una tale regolamentazione - "Tutti (ma chi?) in fila per quattro!" - a frotte di scolari inesistenti? E perché non "in fila per sei col resto di due" in accordo col testo di una canzone per ragazzi in voga qualche anno fa? Le proposte etimologiche - prima di essere comunicate (come fossero conclusioni serie) - dovrebbero, almeno, riuscire a superare il livello della totale incongruenza storica e della risibilità alla quale, inevitabilmente, risultano - in questo modo - esposte. Non per la cattiva predisposizione di chi legge, ma per la totale assurdità, gli anacronismi implicati e l'illogica incongruenza di quanto scritto, che suona quale sfida - del tutto immotivata - anche nei confronti del lettore meno dotato di senso comune.

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