[xCRA] «Quatrano» (parlata aquilana)

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Ligure
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Re: [xCRA] «Quatrano» (parlata aquilana)

Intervento di Ligure »

Peucezio ha scritto: lun, 16 lug 2012 18:58 Circa quatraro o quatrano, mi risulta che il senso sia un altro: colui che va a quattro zampe, quindi il bambino.
E' vero che dopo i due anni non si va più a quattro zampe, ma in genere i termini per "ragazzo" e "ragazza" sono legati a caratteristiche dell'infanzia indipendentemente dal fatto che i soggetti così indicati abbiano tali caratteristiche.
Avevo tentato - finché mi è stato possibile - di evitare di commentare le "leggende metropolitane" e le interpretazioni linguistiche "idiosincratiche" (se mi si passa il termine in quest'accezione) contenute nel filone. Mi sono risolto a farlo quando ho, finalmente, constatato che anche gli studiosi - nel caso specifico - sono a conoscenza di questo "livello interpretativo" - la definizione di "leggenda metropolitana" è di Francesco Avolio, non mia - e ho riferito, nel messaggio precedente, il contributo in merito di questo Autore.

Ciò che risulta importante nel testo di Francesco Avolio, che, ovviamente, non pretende d'avere la "Verità linguistica" in tasca, è la capacità di saper proporre alternative, ma soprattutto la flessibilità nel sapersi svincolare dalla limitazione di dover intendere il riferimento al termine quadro, intravisto nella radice della voce in oggetto - che, certamente, non può essere disancorata dal significato e dall'etimo di quattro -, in modalità esclusivamente, e "contestabilissimamente", concrete.

Nessuno mai dei popolani e delle nobili popolazioni che ci hanno preceduto nella Storia avrebbe mai indicato mediante un significato concretamente collegato a piccole creature che ancora procedono mediante i quattro arti ragazzi e ragazzine che sapevano/sanno perfettamente atteggiarsi in modalità eretta per fierezza personale e capacità di postura consentita dalla raggiunta coordinazione muscolare e dalla padronanza totale dei movimenti fisici.

È solo un collassamento sull'hic et nunc del momento storico presente che può consentire una visione del passato come epoca "favolistica" abitata da persone "bislacche" e illogiche anche nelle loro manifestazioni linguistiche. Il che non era assolutamente. In nessuna regione italiana. Né al di fuori dei nostri confini.
Peucezio ha scritto: lun, 16 lug 2012 18:58 Nella Lombardia occidentale "ragazza" si dice tosa (leggi: tusa), che viene da tondere, quindi significa "rasata, sbarbata". Va da sé che le donne non hanno bisogno di essere giovani per non avere la barba e tra l'altro "ragazzo" si dice fioeu, cioè figliuolo, quindi paradossalmente il termine legato alla comparsa della barba riguarda solo le donne, benché in origine sarà esistito anche il maschile.
Anche in questo caso valgono le considerazioni precedenti. È vero che il termine lombardo derivi da tondere, ma il significato non è assolutamente relativo al taglio della barba, ma a quello dei capelli:

http://www.treccani.it/vocabolario/tondere/

http://www.treccani.it/vocabolario/tosa2/

http://www.treccani.it/vocabolario/toso/

Ovviamente, si sceglieva una caratteristica che potesse essere tranquillamente applicata a entrambi i generi e quanto viene riferito quale paradosso non ha alcuna ragion d'essere. Come emerge anche dal lessico citato, la voce lombarda possiede masch. (tos) e femm. (tosa). Che, poi, come in molti altri dialetti settentrionali, si scriva o ciò che è, oggettivamente, /u/ è tutt'altro discorso, il quale - per altro - ci porterebbe assai lontano rispetto ai limiti e allo scopo del messaggio. Anche in merito al corrispondente lombardo di figliolo e all'effettiva disponibilità, anche in questo caso, di forme specifiche per ciascuno dei generi grammaticali vale quanto già riferito relativamente a tos - tosa.E, infatti, nel territorio, si può riscontrare la coppia fioeu - fioeula. La pronuncia dell'ingombrante trigramma oeu è "semplicemente" il fonema /ø/ che, localmente, sanno ancora pronunciare tutti. Anche chi, ormai, non conosce più una singola parola del dialetto.
Peucezio ha scritto: lun, 16 lug 2012 18:58 In molti dialetti del sud "ragazzo" si dice caroso o caruso, che vuol dire "sbarbato", anche se ci si riferisce a giovani non più imberbi.
Anche in questo caso emerge la confusione tra i verbi corrispondenti di tondere o tosare (la chioma) e gli equivalenti di radere (la barba). Come riporta anche il lessico citato, gli studiosi fanno riferimento al taglio dei capelli anche relativamente ai dialetti meridionali. Si può anche consultare il contributo di studiosi d'elevatissimo livello, si veda a pag.7 e, nel dettaglio, a partire da pag. 69:

https://www.openstarts.units.it/bitstre ... mologo.pdf

P.S. Anche relativamente al passato occorrerebbe mantenere dei saldi "punti di riferimento" al fine di evitare di perdere l'equilibrio. Non sono poche le denominazioni che fanno riferimento al taglio dei capelli e, normalmente, non veniva scelta una caratteristica potenzialmente "differenziale" nel momento della maturazione sessuale. Argomento, per altro, scarsamente esplicitato nei dialetti anche perché, ad es., la pervicace negazione degli aspetti sessuali nei "piccoli" venne mantenuta fino all'epoca freudiana (storicamente molto "recente" rispetto alla formazione del lessico delle lingue e dei dialetti stessi). Inoltre, le voci che noi, che analizziamo a posteriori, assegniamo a un intervallo d'età in qualche modo delimitabile, erano, all'epoca tra amici e conoscenti, utilizzate (certo, in modo "informale") anche per indicare abitualmente persone di entrambi i generi d'età ben più che matura. Attribuire al passato i paradigmi validi nel presente dimostra di non conoscerlo e non aiuta a comprenderlo.

Oggi, poi, come dimostrato anche nel corso di questo e del messaggio precedente, basta un velocissimo clic per ottenere, dovunque, l'accesso alla rete ed evitare l'assoluta soggettività dei voli pindarici. O - se proprio non si riesce a resistere alle loro affascinanti attrattive - evitare di comunicarli come se davvero si potesse trattare di dati condivisibili.

P.P.S.:
Andrea D'Emilio ha scritto: dom, 12 apr 2009 1:14 http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=1440 (alla fine).
A L'Aquila i ragazzini si chiamano ''quatrani'', dal latino ''quatranus'', lo scolaro che va in fila per quattro.
Ovviamente, tutte le considerazioni esposte in precedenza valgono - a piena ragione - anche relativamente al volo pindarico all'ennesima potenza che "inaugura" questo filone nell'ambito del quale sono state proposte ai lettori non poche affermazioni totalmente inconsistenti. Va premesso che, come tutti sanno, anche nelle più antiche e nelle più nobili città italiane - quale l'Aquila - la scolarità diffusa fu un fenomeno dovuto agli effetti dell'istruzione obbligatoria, che risultò successivo all'unificazione politica della Penisola. E' solo a partire da quest'epoca che si può assistere a "file" di scolaretti nelle nostre città. In precedenza - e ancor più all'epoca della formazione linguistica delle diverse parlate italiane -, l'istruzione era privilegio di pochi. I più benestanti accoglievano i precettori nelle loro abitazioni, altrimenti si formavano piccoli gruppi di alunni che si avvalevano dell'insegnamento di un insegnante laico o di un sacerdote regolarmente retribuiti. Non si sarebbero mai potuti riscontrare né assembramenti né file !!! Non si trattava assolutamente di un fenomeno di massa. E per quale motivo le "forze dell'ordine" dell'epoca avrebbero dovuto imporre una tale regolamentazione - "Tutti (ma chi?) in fila per quattro!" - a frotte di scolari inesistenti? E perché non "in fila per sei col resto di due" in accordo col testo di una canzone per ragazzi in voga qualche anno fa? Le proposte etimologiche - prima di essere comunicate (come fossero conclusioni serie) - dovrebbero, almeno, riuscire a superare il livello della totale incongruenza storica e della risibilità alla quale, inevitabilmente, risultano - in questo modo - esposte. Non per la cattiva predisposizione di chi legge, ma per la totale assurdità, gli anacronismi implicati e l'illogica incongruenza di quanto scritto, che suona quale sfida - del tutto immotivata - anche nei confronti del lettore meno dotato di senso comune.
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Re: [xCRA] «Quatrano» (parlata aquilana)

Intervento di Ligure »

zeneize ha scritto: gio, 09 giu 2011 17:10 Molto interessante. Tra l'altro credo che ogni lingua abbia un repertorio praticamente infinito per nominare i ragazzi o i giovani in genere. Per esempio in genovese:

figgeu /fi’dZø :/
figgeua /fi’dZø :a/, figgia /’fidZa/, figgetta /fi’dZeta/ (“ragazza”)
bagarillo /baga’rilu/ (questo più vicino all’italiano “marmocchio”)
gardetto /gar’detu/
garson /gar’suN/
bardasciamme /barda’Same/
bagasceu /baga’Sø:/
foento /’fweNtu/ e fante /’faNte/, usati soprattutto in Riviera e nell’entroterra

...e chissà quanti altri che ora non mi sovvengono
:)
In questo filone - un po' "appesantito" da proposte di leggende metropolitane e luoghi comuni presentati come se davvero si trattasse di etimi plausibili - l'intervento dedicato al genovese ha - almeno - il pregio di non inserirsi in territori oscuri di etimologie del tutto fallaci.

Se vi sarà tempo, si potranno anche trattare gli aspetti semantici relativi alle voci riferite, che si ritrovano nei lessici locali, ma il problema, già affrontato, permane quello della trascrizione.

"Oltre" l'isoglossa la Spezia-Rimini (o comunque si preferisca definirla anche in termini geografici) la possibile variabilità della durata consonantica non esiste più. Come direbbe uno scolaretto "le doppie (etimologiche) non ci sono più". Non si pronunciano più. La geografia indicata mediante la preposizione "oltre" riguarda la dialettologia dell'Italia settentrionale, del mondo ladino situato anche al di là delle Alpi come della lingua francese e di quella occitana. Senza occuparsi di castigliano e di catalano, anch'essi privi di opposizione di durata relativamente ai fonemi consonantici.

Esistono piccole località singole, ormai "isolate", in cui la parlata del posto prevede ancora la pronuncia delle geminate etimologiche (tuttavia soltanto in posizione immediatamente postaccentuale), ma si tratta di eccezioni che destano, ormai, l'attenzione degli studiosi. Quali "reliquie linguistiche" di uno stadio evolutivo altrove superato da molti secoli. E se ne interessano studiosi italiani del calibro del Loporcaro.

Ancora più rare sono le ultime località in cui - nell'universo descritto - si possano ancora sporadicamente ascoltare consonanti geminate in posizione non immediatamente postaccentuale.

Nel genovese le geminate non immediatamente postaccentuali sono - "da sempre" - pronunciate quali scempie, ma le postaccentuali permangono foneticamente geminate.

Nel testo citato per "ragazza" viene proposta la voce locale figgetta. Posso capire che si rimanga "legati" - con tutta l'ambivalenza che la scelta di questo verbo comporta - a una grafia di tipo "etimologico", ma se si fosse "osato" scrivere figetta qualsiasi italiano (anche ligure, ovviamente, dal momento che nessuno è tenuto a possedere competenze dialettologiche, neppure in Liguria, e perché mai, poi?) coglierebbe immediatamente - se mai fosse interessato - quale sia il termine locale effettivo e la sua pronuncia reale. E non vi sarebbe alcun bisogno di trascrizioni.

Ma, dal momento che la concreta essenza di ogni parlata è φωνή (cioè suono), è ad esso che una trascrizione adeguata dovrebbe poterci ricondurre. Ma come potrebbe mai fare anche l'italiano più competente in trascrizioni a ricavare l'esatta pronuncia, che ho precedentemente illustrato - sia pure ancora in termini del tutto generali, ma validi -, da una grafia quale figgetta e da una trascrizione del tipo di /fi’dZeta/, cioè /fi'ʤeta/ - che sembra negare qualunque possibilità di effettiva geminazione consonantica e ricondurla a una mera convenzione grafica di tipo tradizionale (senza, inoltre, giungere alla doverosa distinzione - dovuta alla posizione dell'accento - tra la condizione di gg - pronunciato scempio - e quella, ben diversa, di tt - effettivamente pronunciato geminato -)?

Dovrebbe già avere noto quanto ho tentato di chiarire, cioè che, in genovese, la variazione della durata consonantica, diversamente da quanto avviene nella lingua italiana, non risulta "libera", ma è vincolata dalla presenza dell'accento tonico - primario o secondario - e viene rivelata soltanto se la geminata etimologica risulta immediatamente postaccentuale: infatti, la voce locale è figetta /fi'ʤetta/. O dovrebbe sapere che, sotto l'aspetto fonologico, si può ricorrere alla dicotomia della quantità vocalica anziché a quella della durata consonantica e che - come si può, per altro, riscontrare anche in italiano - la quantità (per altro,allofonica in italiano) di un fonema vocalico in sillaba chiusa risulta inferiore a quella dello stesso fonema situato in sillaba aperta (v. "cadde" in confronto a "cade").

Voci verbali rappresentabili, in accordo colla convenzione esposta (se la quantità vocalica non fosse allofonica in italiano - in cui è, all'opposto, la durata consonantica a risultare distintiva -), quali, ad es., /'kăde/ = "cadde" e /'kāde/ = "cade".

E, allora, occorrerebbe davvero scrivere /fi'ʤeta/ - anziché /fi'ʤĕta/ - seguendo la convenzione di distinguere le vocali in "brevi" e "lunghe", ma segnalando mediante il "macron" - per esclusione - solamente le "lunghe" (ad es., /ē/ = /e:/, mentre /ĕ/ = /e/) sicché la desinenza diminutiva /...'... ĕta/ - "breve" "esattamente come in italiano" - andrebbe rappresentata semplicemente come /...'...eta/ (senza specificare il segno di "breve") e intesa quale /...'...etta/, implicando le "brevi" (per altro, non segnalate come tali, per semplificazione!!!) la geminazione consonantica successiva, che è proprio il concreto processo fonetico che le rende "distintivamente" - in senso "fonologico" - tali, cioè "brevi" ?

Mentre, ovviamente, la brevità si ha anche in italiano. In cui, però, viene ritenuta "allofonica" in quanto - "fonologicamente" - è alla durata consonantica che si attribuisce valore dicotomico oppositivo, che consente di avere - come mostrato - "coppie minime". Le quali differiscono per il solo tratto fonologico costituito dalla durata consonantica, pur potendosi apprezzare evidente - e rilevabile - differenza fonetica anche al livello della quantità vocalica.

In conclusione, appare evidente che, checché si possa pensare di una tale convenzione relativa al genovese, qualsiasi italiano (inclusi i liguri) che possedesse tale padronanza della materia non avrebbe alcun bisogno di trascrizioni.

Di alcun tipo.

E nei confronti di tutti gli altri - cioè il 120% e più (spero che i matematici non leggano) - trascrizioni che celino assai più di quanto non rivelino non potranno davvero mai assolvere ad alcuno scopo effettivo.

Al massimo, potranno soltanto diffondere una descrizione esattamente opposta al fenomeno linguistico effettivo che intenderebbero rappresentare.
Ultima modifica di Ligure in data mar, 11 ago 2020 20:03, modificato 2 volte in totale.
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Re: [xCRA] «Quatrano» (parlata aquilana)

Intervento di Millermann »

Visto che questo filone continua a suscitare un certo interesse, approfitto per rivelare che il mio dialetto è uno di quelli in cui si usa, ancor oggi, il termine in oggetto, nella versione «quatraro». :D

Per la precisione, abbiamo:

quatràru, quatràra (‹ragazzo/a›), usato piú di rado, essendo di solito sostituito dal sinonimo di origine napoletana guagliúni, guagliúna (riferibile, come il corrispettivo italiano, anche a giovani adulti). Nell'uso al plurale (i quatràri) si impiega talvolta per indicare ‹i ragazzi, i figli›.

quatraríëllu, quatrarèlla (‹bambino/a›), diminutivo del precedente, di uso ancora comune e riferibile ai bambini in età scolare e prescolare. Anche in questo caso vi è la concorrenza dell'altro termine (guagliuníëllu, guagliunèlla), che però è piú assimilabile a ‹ragazzino/a› (indica pertanto anche i fanciulli piú grandi o gli adolescenti).

Sembra, inoltre, che la Calabria sia la principale zona di diffusione del termine in questione. Si vedano a tal proposito le cartine AIS per ragazzo/giovanotto e ragazzo/ragazza.

L'origine, stando ad alcune ricerche, sembra legata al latino quaternarius, ‹ragazz[in]o di quattro anni›, che sarebbe poi passato a indicare qualsiasi ragazzo. :)

Spero che queste informazioni siano utili (e risultino convincenti) anche per il nostro esperto di dialetti, che ne ricaverà sicuramente interessanti considerazioni. ;)
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Re: [xCRA] «Quatrano» (parlata aquilana)

Intervento di Ligure »

Millermann ha scritto: mar, 11 ago 2020 19:00 Visto che questo filone continua a suscitare un certo interesse, approfitto per rivelare che il mio dialetto è uno di quelli in cui si usa, ancor oggi, il termine in oggetto, nella versione «quatraro». :D

Per la precisione, abbiamo:

quatràru, quatràra (‹ragazzo/a›), usato piú di rado, essendo di solito sostituito dal sinonimo di origine napoletana guagliúni, guagliúna (riferibile, come il corrispettivo italiano, anche a giovani adulti). Nell'uso al plurale (i quatràri) si impiega talvolta per indicare ‹i ragazzi, i figli›.

quatraríëllu, quatrarèlla (‹bambino/a›), diminutivo del precedente, di uso ancora comune e riferibile ai bambini in età scolare e prescolare. Anche in questo caso vi è la concorrenza dell'altro termine (guagliuníëllu, guagliunèlla), che però è piú assimilabile a ‹ragazzino/a› (indica pertanto anche i fanciulli piú grandi o gli adolescenti).

Sembra, inoltre, che la Calabria sia la principale zona di diffusione del termine in questione. Si vedano a tal proposito le cartine AIS per ragazzo/giovanotto e ragazzo/ragazza.

L'origine, stando ad alcune ricerche, sembra legata al latino quaternarius, ‹ragazz[in]o di quattro anni›, che sarebbe poi passato a indicare qualsiasi ragazzo. :)

Spero che queste informazioni siano utili (e risultino convincenti) anche per il nostro esperto di dialetti, che ne ricaverà sicuramente interessanti considerazioni. ;)
Complimenti per un intervento davvero magistrale per ricchezza di materiali e spunti forniti nel contesto di un'ampia argomentazione.

Che altro poter dire? So bene che il Rohlfs studiò i dialetti della Calabria e s'occupò anche del "greco di Calabria". Fu sempre accolto con affetto dai calabresi, sviluppò amicizie e ottenne riconoscimenti e premi. Continuò a recarsi in Calabria - partendo dalla sua residenza in Germania e guidando personalmente la propria macchina per giungere alla meta - fino agli ultimi anni della sua vita. Ma - metodologicamente - l'ipotesi etimologica da lui formulata non può essere accolta come fondata. E ho già trattato ampiamente il tema.

Infatti:

1) se davvero l'etimo calabrese ha a che fare col numero 4, non possono valere ipotesi che colleghino il "presunto" quattro al numero degli anni. Nelle parlate popolari italiane si faceva solo relativamente agli animali d'allevamento, ma mai nei confronti dei bambini. E, ad es., una capretta bima - in Val leventina (Svizzera) - era una capretta che aveva superato il secondo inverno. Intendo dire che il "numero" indicava l'età precisa dell'animale. E non esistono esempi che ci assicurino che la voce possa mai aver significato capretta o capra. Lo stesso valeva per i bambini. Non esistono in Italia - ma penso neppure nelle altre lingue europee - termini relativi a un'età precisa, cioè a un "numero", i quali siano stati, poi, generalizzati, in modalità oggettivamente del tutto "illogiche", a indicare una fascia d'età assai ampia e dai limiti estremamente variabili, particolarmente nel linguaggio confidenziale e scherzoso;

2) assai più ragionevole appare la posizione, riferita nel mio precedente messaggio e più sotto ulteriormente riportata, di Francesco Avolio, il quale, oltre a fornire altre alternative etimologiche, propone che al "benedetto" numero 4 possa essere attribuito valore metaforico - non letterale - mirato a significare la "quarta parte" di un'unità, cioè qualcosa di piccolo. E qui ci si riconduce all'amplissimo campo semantico e lessicale dedicato alla piccolezza. Che rientra perfettamente nell'argomento e concerne, nell'uso, anche individui non più esattamente piccoli. Basti pensare al tipico termine siciliano, che rimanda alla piccolezza, e risulta così usato nei media proprio allo scopo di proporci pennellate di "colore locale";

3) neppure il Rohlfs - sia pure coi suoi enormi e innegabili meriti scientifici - possedeva la Verità in tasca (come ho dimostrato a proposito delle considerazioni errate su sostantivi settentrionali corrispondenti a voci quale, ad es., vanità ecc., le quali hanno indotto in errore i lettori) e, nel tempo, ho potuto riscontrare una lunga sequenza di lampionate che l'Autore ha preso in merito a diversi aspetti della dialettologia italiana. Pubblicarla qui ora - anche perché non riguarda il calabrese - sarebbe inopportuno e ingeneroso. Ma l'elenco cui accenno risulta inconfutabile (se pure non attinente - non ho difficoltà ad ammetterlo - coll'argomento dibattuto);

4) ovviamente, non posso essere un esperto delle parlate calabresi, ma, altrettanto evidentemente, anche un'eventuale indagine su di esse non può prescindere dal rispetto del metodo - e ciò riguarda gli aspetti precedentemente analizzati - come pure da un aspetto altrettanto fondamentale, il quale prevede un'attenta verifica anche degli aspetti fonetici delle parlate di questa regione.

A questo punto anche a me sorge spontanea una serie - strettamente concatenata - di domande di tipo fonetico/fonologico.

Dal momento che, tra le varie alternative possibili, risulta presente anche cotr ...<cautr ...<caltr ... (?) ecc., è possibile che quatr .../quadr ... possa essere, in realtà, cautr .../ caudr ...<caltr .../ caldr ... e non avere, cioè, affatto a che fare col 4?

Né col q, almeno, "etimologicamente" parlando?

Dal momento che un termine quale caldara - cioè "caldaia" - ha dato, nel corso dell'evoluzione linguistica, ciò che alcuni calabresi rappresentano graficamente come quadara.

Si tratta cioè di cuadara?

Per metatesi di caudara?

Come nel caso di quadiare nel senso di "riscaldare" ?

In quanto caud(u) vale "caldo", (quasi) come in piemontese. E cauda/caudu era pure l'aggettivo genovese dell'epoca medievale, sebbene si scrivesse caoda/caodo. Ma si trattava del fonema /u/.

Sembrerebbe quasi che le grafie genovesi, per voler risultare eccessivamente "etimologiche", non consentano di poter dedurre l'effettiva pronuncia, mentre le scrizioni calabresi, includendo termini in cui non ci si preoccupa troppo del collegamento "formale" col rispettivo etimo, non aiutino il lettore profano a scoprire l'esatta origine etimologica delle voci (ad es., in quadara), oltre a poter risultare non immediate, nei casi non banali, neppure per l'etimologista provetto, cuatr ... / cuadr ...<caltr .../caldr ... (?).

Il Rohlfs aveva ben chiaro l'esito metatetico che ho illustrato. Infatti, scrive: "Nei dialetti dell'Italia meridionale l'elemento velare del risultato fonetico cau- si unisce facilmente alla consonante iniziale: cfr. il siciliano quadara<caudara "caldaia" ...; il calabrese quadara [caldaia], quaddu "caldo", quatela [cautela], quaci calce, quazare "calzare", quazi "calzoni". - ...". E anche: "Il passaggio di cau a qua è assai frequente in Calabria e nel Salento: calabrese quaci = cauci "calce", quazuni = cauzuni "calzoni", quazare = cauzare [calzare]; ... ".

Ma, evidentemente, la salienza - probabilmente, in realtà, soltanto apparente - del 4 in quatr/quadr ... non gli consentì di poter risalire anche in relazione a questa voce (nemmeno soltanto come dubbio investigativo) al semplice filo evolutivo che lui stesso aveva già diverse volte - e con semplice chiarezza - dipanato. Cioè velarizzazione di l>u e successiva metatesi di /u/ - /kal/>/kau/>/kwa/ -.

P.S. https://www.youtube.com/watch?v=ps1lf4iPKgI

P.P.S. Per comodità di chi non avesse letto il mio precedente messaggio - che l'includeva - riporto di seguito il contributo (da me più sopra citato) dello studioso Francesco Avolio, il quale nega decisamente che il numero 4, se tale fosse, dal momento che le osservazioni precedentemente riportate pongono in serio dubbio anche quest'approccio, debba intendersi in senso oggettivamente concreto (come, ad es., nella matematica):

"Alla lettera Q (altra lettera «difficile», ma non in questo caso) c’è un Quatrà!, di cui è stata riprodotta in basso anche la variante non apocopata Quatrano, che vuol dire ‘ragazzo’. È un’altra delle parole «bandiera» dell’aquilano: dialetti anche molto vicini usano infatti altri sinonimi, da bardascio (particolarmente diffuso in Umbria e nelle Marche) a vajjóne (già in alcune frazioni aquilane, spesso usato anche come richiamo), da monéllu (Rieti e dintorni, Sabina) a cìtulu, cìturu (Leonessano, Teramano, che però spesso significa anche ‘bambino’) ecc., mentre varianti come quatralə, quatrarə, cotraru e simili si ritrovano anche, a tratti, più a Sud, dall’Abruzzo chietino fino alla Calabria . Una «leggenda metropolitana» piuttosto diffusa vuole che sia un ispanismo, da cuatro años, etimologia anche foneticamente impossibile (la nasale palatale non si perde così facilmente) . Restano però sul tappeto varie ipotesi, tra cui quella da un lat . volgare quadrum, pl . quadra, sinonimo di frustum‘pezzo, pezzetto’, o, anche, da *quadralis, *quadranus (erede del classico quadrans) ‘del valore di una quarta parte’ e quindi ‘ragazzo piccolo’, o ancora da quadrarius ‘quadrato, robusto’ . È possibile che ciascuna delle varianti meridionali oggi attestate possa continuare una di queste specifiche basi latine, ma non si può escludere, comunque, neppure una connessione o un incrocio con il longobardo wahtari ‘guardiano’, che in italiano ha dato (s)guattero."
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Re: [xCRA] «Quatrano» (parlata aquilana)

Intervento di Ligure »

Aggiungo soltanto - a beneficio dei dantisti - la breve e nota citazione di Dante, cioè il verso endecasillabo: "(B/V)òlzera che chiangesse lo quatraro". Soltanto a livello storico, che, per altro, conferma l'antichità dell'uso del termine. Normalmente, i commentatori di Dante non si preoccupano eccessivamente dell'etimologia dei termini più caratteristici delle parlate italiane citate dal Poeta.

Infatti, normalmente, viene assunta per valida in modo assoluto la salienza, ritenuta indiscutibile, del numero 4, anche se, di seguito, si nota l'intelligenza di chi commenta nel ritenere - flessibilmente - possibile anche un'interpretazione metaforica che riconduca a ciò che è "minuscolo":

http://www.treccani.it/enciclopedia/apu ... ntesca%29/

Nel testo segnalato non vengono, per altro, svolte considerazioni in merito ad aspetti fonetici relative a sviluppi evolutivi del tipo, ad es., della transizione /kwa/</kau/</kal/, i quali mantengono, tuttavia, la loro rilevanza e si possono riscontrare in maggior dettaglio nel messaggio precedente.

P.S. Non avevo inserito le precedenti note storiche nel precedente messaggio al fine di non offuscare la focalizzazione su aspetti etimologici e fonetici nel contesto di un testo di una certa lunghezza.
Avatara utente
Millermann
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Re: [xCRA] «Quatrano» (parlata aquilana)

Intervento di Millermann »

Grazie per l'apprezzamento. M'ero preso un po' di tempo –e me ne scuso :oops:– per ricercare qualche nuova informazione, mentre rimuginavo sui suoi spunti, e vedo che nel frattempo ha aggiunto altri argomenti (in parte simili a quelli che avevo in mente, il che, in effetti, mi rassicura :P).
A proposito della citazione dantesca nel De vulgari eloquentia, riporto comunque il passo su quatraro dalla voce
Apulia
dell'Enciclopedia Dantesca Treccani già da lei anticipato:
Pier Vincenzo Mengaldo ha scritto: Ancora largamente presente nei dialetti meridionali, con particolare compattezza in due zone, campano-sannita e calabro-lucana, il tipo ‛ quatraro ' (o simili): ed è pensabile che la sua area antica fosse più estesa rispetto all'odierna, ristretta dalla concorrenza dell'innovazione napoletana ‛ guaglione ' (delle tre basi proposte per ‛ quatraro ' - QUARTARIUS, " quartogenito ", dapprima come nome proprio; QUADRARIUS, " della proporzione di un quadrum ", " minuzzolo "; QUADRARIUS, " ragazzo quadrato, robusto " - è forse più probabile la seconda, data la folta presenza di metafore dello stesso tipo per denotare " ragazzo ", " fanciullo " e simili: ‛ balìn ', ‛ bocia ', ‛ michino ', ‛ sordo de cacio ', ecc.).
Convengo, in questo caso, con la conclusione dell'autore, se davvero quadrarius valeva ‹minuzzolo›, cosa che non mi è riuscito di verificare.

Altre ipotesi, distinte da quad/quat... non mi convincono, per una serie di motivi che esporrò, cercando anche di rispondere (indirettamente) alle sue "domande". :)
Il problema è, però, che non sono un esperto, e m'interesso di dialetti giusto come passatempo; anzi, molte cose le ho apprese proprio leggendo i suoi interventi. ;) Mi limiterò, dunque, a proporre delle mie considerazioni «sparse», sperando che siano valide.
Ligure ha scritto: mer, 12 ago 2020 21:14 Dal momento che, tra le varie alternative possibili, risulta presente anche cotr ...<cautr ...<caltr ... (?) ecc., è possibile che quatr .../quadr ... possa essere, in realtà, cautr .../ caudr ...<caltr .../ caldr ... e non avere, cioè, affatto a che fare col 4?

Né col q, almeno, "etimologicamente" parlando?

Dal momento che un termine quale caldara - cioè "caldaia" - ha dato, nel corso dell'evoluzione linguistica, ciò che alcuni calabresi rappresentano graficamente come quadara.

Si tratta cioè di cuadara?

Per metatesi di caudara?

Come nel caso di quadiare nel senso di "riscaldare" ?
Iniziamo da qui. Sí, è vero: si ha quadara o cuadara per metatesi di caudara (‹caldaia›, intesa naturalmente come paiolo).
Il fatto è che un esito come cuadara non è cosí comune, almeno dalle mie parti. Da me non c'è metatesi, e c'è invece una /v/ epentetica in mezzo. Si ha dunque cavudàra, come càvudu ‹caldo›, cavudijà ‹riscaldare›, cavuzúni ‹calzoni›, ecc.
Ovviamente, in questo caso, *cavutràru non è possibile, e non avrebbe alcun significato!

Peraltro, anche dove coesistono quadàra e quatraru (e ci sono dei posti in cui ciò avviene), l'unica interpretazione plausibile potrebbe essere una storpiatura di quad(a)ràru, cioè ‹calderaio›, che non mi sembra abbia nulla che fare con ‹ragazzo›.

Passando alla variante cotraro, ho notato che è diffusa in tutta la Calabria meridionale (ossia oltre l'istmo di Catanzaro) mente non compare in nessun'area piú a settentrione.

Si tratta di una zona con vocalismo siciliano, in cui le vocali ‹e/o› sono sempre aperte. La pronuncia è, dunque, qualcosa come [kɔ'ʈɽaːrʊ] (con retroflessione di /tr/).
Io penso, perciò, che /kɔ/ di cotraro non sia etimologico, e che derivi da una variazione di /kwa/, passando forse attraverso /kwɔ/ e quindi /kɔ/:

quatraro >*quotraro>cotraro

In una zona "pentavocalica" come la Calabria, trovo altrimenti impossibile la presenza di una /ɔ/ in sillaba atona. Se quel cotr... fosse stato etimologico, la /o/ sarebbe diventata /u/:

cotraro>*cutraru

Si veda l'esempio del nome della città di Crotone (fino al 1928 Cotrone) che è Cutroni in dialetto locale.
Invece, di *cutraru non se ne trovano esempi (tranne uno, per la verità, che secondo me non è significativo).

Ho trovato, invece, altre varianti curiose:
Un dizionario della piana di Gioia Tauro ha scritto: Cotradu , sm. dal lat. mediev. con spostamento di significato ( quatrale, misura di volume), oppure dal lat. ( quartus , quarto; quartarius , usato originariamente come nome proprio; quatrarius , di quattro anni), bambino, fanciullo, ragazzo.
Un dizionario molisano ha scritto: Catrarə (fem. catrara, plur. catriarə)
Entrambi questi esempi mi fanno pensare che il numero quattro c'entri, in qualche modo. Nel primo caso, quella /d/ di cotradu potrebbe essere l'esito di una /l/, e quindi confermare l'ipotesi quatrale.

Tornando infine a quatraro, per la verità ho anche pensato che quel gruppo /tr/, benché oggi pronunciato (come è logico da queste parti) retroflesso, contenesse in origine una vocale, probabilmente /e/.
Fosse, cioè, *quateraru con evidente derivazione dal latino quater (‹quattro volte›), e non quadrum o quartus. :)

Che ne pensa? Non mi pare che altri abbiano proposto quest'ipotesi, come mai? E a che cosa potrebbe riferirsi quel ‹quattro volte›? Forse a chi cammina a quattro zampe (cioè si «appoggia quattro volte»)? :?

Riporto, per completezza, che esiste anche un'ipotesi di origine greca, che non mi convince per i motivi già spiegati, benché l'area d'uso (Calabria «greca») coincida. In questo caso dovrebbe essere avvenuta la variazione opposta (/ko/>/kwa/) nella diffusione verso la Calabria «latina» e l'Apulia di Dante, e questo ancor prima del Trecento. Possibile? :roll:
Ultima modifica di Millermann in data sab, 15 ago 2020 10:46, modificato 1 volta in totale.
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Re: [xCRA] «Quatrano» (parlata aquilana)

Intervento di Ligure »

Contributi ancora molto interessanti dei quali la ringrazio vivamente. Per altro, per "disintossicarmi" ho da qualche giorno intrapreso un viaggio in posti dove le comunicazioni sono, sostanzialmente, "aleatorie". Mi riservo - se mi verrà in mente qualcosa - una risposta, che spero possa risultare "meditata". Ma non potrà essere "immediata". Per il momento "Buon Ferragosto e buona estate" ! :)
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Re: [xCRA] «Quatrano» (parlata aquilana)

Intervento di Millermann »

Certamente: non c'è alcuna premura! Buon Ferragosto anche a lei e a chi ci legge. :D
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Re: [xCRA] «Quatrano» (parlata aquilana)

Intervento di Ligure »

Millermann ha scritto: sab, 15 ago 2020 9:44 Grazie per l'apprezzamento. M'ero preso un po' di tempo –e me ne scuso :oops:– per ricercare qualche nuova informazione, mentre rimuginavo sui suoi spunti, e vedo che nel frattempo ha aggiunto altri argomenti (in parte simili a quelli che avevo in mente, il che, in effetti, mi rassicura :P).
A proposito della citazione dantesca nel De vulgari eloquentia, riporto comunque il passo su quatraro dalla voce
Apulia
dell'Enciclopedia Dantesca Treccani già da lei anticipato:
Pier Vincenzo Mengaldo ha scritto: Ancora largamente presente nei dialetti meridionali, con particolare compattezza in due zone, campano-sannita e calabro-lucana, il tipo ‛ quatraro ' (o simili): ed è pensabile che la sua area antica fosse più estesa rispetto all'odierna, ristretta dalla concorrenza dell'innovazione napoletana ‛ guaglione ' (delle tre basi proposte per ‛ quatraro ' - QUARTARIUS, " quartogenito ", dapprima come nome proprio; QUADRARIUS, " della proporzione di un quadrum ", " minuzzolo "; QUADRARIUS, " ragazzo quadrato, robusto " - è forse più probabile la seconda, data la folta presenza di metafore dello stesso tipo per denotare " ragazzo ", " fanciullo " e simili: ‛ balìn ', ‛ bocia ', ‛ michino ', ‛ sordo de cacio ', ecc.).
Convengo, in questo caso, con la conclusione dell'autore, se davvero quadrarius valeva ‹minuzzolo›, cosa che non mi è riuscito di verificare.

Altre ipotesi, distinte da quad/quat... non mi convincono, per una serie di motivi che esporrò, cercando anche di rispondere (indirettamente) alle sue "domande". :)
Il problema è, però, che non sono un esperto, e m'interesso di dialetti giusto come passatempo; anzi, molte cose le ho apprese proprio leggendo i suoi interventi. ;) Mi limiterò, dunque, a proporre delle mie considerazioni «sparse», sperando che siano valide.
Ligure ha scritto: mer, 12 ago 2020 21:14 Dal momento che, tra le varie alternative possibili, risulta presente anche cotr ...<cautr ...<caltr ... (?) ecc., è possibile che quatr .../quadr ... possa essere, in realtà, cautr .../ caudr ...<caltr .../ caldr ... e non avere, cioè, affatto a che fare col 4?

Né col q, almeno, "etimologicamente" parlando?

Dal momento che un termine quale caldara - cioè "caldaia" - ha dato, nel corso dell'evoluzione linguistica, ciò che alcuni calabresi rappresentano graficamente come quadara.

Si tratta cioè di cuadara?

Per metatesi di caudara?

Come nel caso di quadiare nel senso di "riscaldare" ?
Iniziamo da qui. Sí, è vero: si ha quadara o cuadara per metatesi di caudara (‹caldaia›, intesa naturalmente come paiolo).
Il fatto è che un esito come cuadara non è cosí comune, almeno dalle mie parti. Da me non c'è metatesi, e c'è invece una /v/ epentetica in mezzo. Si ha dunque cavudàra, come càvudu ‹caldo›, cavudijà ‹riscaldare›, cavuzúni ‹calzoni›, ecc.
Ovviamente, in questo caso, *cavutràru non è possibile, e non avrebbe alcun significato!

Peraltro, anche dove coesistono quadàra e quatraru (e ci sono dei posti in cui ciò avviene), l'unica interpretazione plausibile potrebbe essere una storpiatura di quad(a)ràru, cioè ‹calderaio›, che non mi sembra abbia nulla che fare con ‹ragazzo›.
Sono, sostanzialmente, d'accordo con quanto lei scrive e, ovviamente, nei miei contributi non posso andare molto oltre quanto già da me scritto in precedenza non essendo un esperto di dialettologia calabrese.

Per altro, quando facevo osservare la possibilità di un esito antecedente in au(<al) - del tipo di *ca(v)utràru - mi riferivo a un'ipotesi di etimo non romanzo. L'Avolio, ad es., non esclude che si possa aver a che fare colla radice germanica wahtari. Altrimenti, vale chiaramente quanto da lei riferito.

Personalmente continuo a non essere convinto delle "spiegazioni" fondate su rapporti frazionari. Non solo in base all'intuito - che permane caratteristica prettamente individuale e non può essere condivisa in assenza di prove convicenti -, ma anche perché in relazione al "preteso" uso metaforico della quarta parte dell'unità per indicare una "realtà minuscola" non si riescono a riscontrare analogie riferite all'infanzia nel dominio delle lingue romanze e degli altri dialetti italiani o dell'italiano colloquiale in cui - nell'accezione piuttosto "plebea" che familiare - un "quartino" è esclusivamente riferito al vino, ma non a liquori di pregio né a oggetti o - men che meno - a bambini o ragazzi. Né le antiche misure locali "per aridi" - pur essendo la quarta parte di unità di volume maggiore - hanno mai assunto quest'accezione metaforica:

http://www.treccani.it/vocabolario/quartino

http://www.treccani.it/vocabolario/quartaro

- né il nome attribuito alla monetina citata ha mai assunto, nei dialetti liguri, ad es., alcun valore traslato, mentre risultava presente, nei lessici dell'agricoltura, la menzione del sottomultiplo di capacità (pur senz'alcuna implicazione di particolare piccolezza) -.

Se la metafora non risulta più viva, non si ha più alcuna prova e s'è costretti a restringersi al dominio speculativo delle supposizioni, dove vale tutto e il contrario di tutto e dove non si può più svelare alcun "mistero" *** .

E il quattrino, ricchissimo di sensi metaforici, non ha mai indicato - sebbene sia un "multiplo" e non un "sottomultiplo" - né un bambino né un ragazzo di età maggiore:

http://www.treccani.it/vocabolario/quattrino

Inoltre, come già scrissi, ritengo destituite di fondamento le interpretazioni fondate sul valore "letterale" del numero 4 - riferito agli anni, agli arti o ad altro - e su questo l'Avolio pare mostrare analoga diffidenza. Anche in questo caso l'universo linguistico romanzo non sembra fornire alcuna analogia.
Millermann ha scritto: sab, 15 ago 2020 9:44 Passando alla variante cotraro, ho notato che è diffusa in tutta la Calabria meridionale (ossia oltre l'istmo di Catanzaro) mente non compare in nessun'area piú a settentrione.

Si tratta di una zona con vocalismo siciliano, in cui le vocali ‹e/o› sono sempre aperte. La pronuncia è, dunque, qualcosa come [kɔ'ʈɽaːrʊ] (con retroflessione di /tr/).
Io penso, perciò, che /kɔ/ di cotraro non sia etimologico, e che derivi da una variazione di /kwa/, passando forse attraverso /kwɔ/ e quindi /kɔ/:

quatraro >*quotraro>cotraro

In una zona "pentavocalica" come la Calabria, trovo altrimenti impossibile la presenza di una /ɔ/ in sillaba atona. Se quel cotr... fosse stato etimologico, la /o/ sarebbe diventata /u/:

cotraro>*cutraru

Si veda l'esempio del nome della città di Crotone (fino al 1928 Cotrone) che è Cutroni in dialetto locale.
Invece, di *cutraru non se ne trovano esempi (tranne uno, per la verità, che secondo me non è significativo).

Ho trovato, invece, altre varianti curiose:
Un dizionario della piana di Gioia Tauro ha scritto: Cotradu , sm. dal lat. mediev. con spostamento di significato ( quatrale, misura di volume), oppure dal lat. ( quartus , quarto; quartarius , usato originariamente come nome proprio; quatrarius , di quattro anni), bambino, fanciullo, ragazzo.
Un dizionario molisano ha scritto: Catrarə (fem. catrara, plur. catriarə)
Entrambi questi esempi mi fanno pensare che il numero quattro c'entri, in qualche modo. Nel primo caso, quella /d/ di cotradu potrebbe essere l'esito di una /l/, e quindi confermare l'ipotesi quatrale.

Tornando infine a quatraro, per la verità ho anche pensato che quel gruppo /tr/, benché oggi pronunciato (come è logico da queste parti) retroflesso, contenesse in origine una vocale, probabilmente /e/.
Fosse, cioè, *quateraru con evidente derivazione dal latino quater (‹quattro volte›), e non quadrum o quartus. :)

Che ne pensa? Non mi pare che altri abbiano proposto quest'ipotesi, come mai? E a che cosa potrebbe riferirsi quel ‹quattro volte›? Forse a chi cammina a quattro zampe (cioè si «appoggia quattro volte»)? :?

Riporto, per completezza, che esiste anche un'ipotesi di origine greca, che non mi convince per i motivi già spiegati, benché l'area d'uso (Calabria «greca») coincida. In questo caso dovrebbe essere avvenuta la variazione opposta (/ko/>/kwa/) nella diffusione verso la Calabria «latina» e l'Apulia di Dante, e questo ancor prima del Trecento. Possibile? :roll:
Per quanto concerne l'ipotesi "numerologiche" mi sono - se pure a livello esclusivamente individuale - espresso più sopra. Reputo assolutamente inattendibile - e dovuta a una "patina" piuttosto sottile (e assolutamente non convincente) di cultura classica - un'etimologia fondata su καθαρός. L'idea della "purezza" dei bambini risulta abbondantemente estranea all'universo dialettale.

Se proprio desiderassimo lasciarci andare a "voli pindarici" potremmo notare - sul foglio 45 dell'atlante AIS riportato nel suo messaggio - la voce del greco del Salento per "ragazza":

https://www3.pd.istc.cnr.it/navigais-web
(basta scrivere "ragazzo" nella casella denominata "Search map")

rappresentabile - in trascrizione fonologica - come /ca'tεra/. Certamente possibile come base fonetica e fonologica. Ma:

1) occorrerebbe - affinché la tesi potesse essere dimostrata fondata - che la voce fosse stata presente anche nel greco di Calabria;

e che

2) esista - o sia esistita - qualche zona dell'areale sul quale si sta focalizzando la nostra attenzione in cui - almeno, originariamente - la voce valesse soltanto al femminile (in quanto la coppia lessicale si sarebbe potuta formare successivamente). Infatti, la voce deriva dall'accusativo θυ(γ)ατέρα di θυ(γ)άτηρ:

https://en.wiktionary.org/wiki/%CE%B8%C ... ient_Greek

Mentre, nei territori tradizionalmente "ellenofoni" del Meridione, il corrispondente di "ragazzo" era /pε'di/, voce d'immediata comprensione anche per chi possieda soltanto una modesta infarinatura di "greco scolastico":

https://en.wiktionary.org/wiki/%CF%80%C ... #Etymology

A sua volta, la voce θυ(γ)άτηρ - all'accusativo θυ(γ)ατέρα>/tia'tεra/>/tja'tεra/>/ca'tεra/ - proviene da un etimo ancora abbondantemente rappresentato nel mondo linguistico germanico. Basti pensare all'inglese daughter, all'esito tedesco Tochter ecc..

E ci si ricondurrebbe - assai banalmente - alla radice di "figlia" e all'accezione di "ragazza". Proprio come nel francese fille o nel ligure figgia. Che valgono anche "ragazza".

Certo, a livello socio-linguistico, si può sempre obiettare - in riferimento a un possibile prestito linguistico - che il prestigio delle parlate greche - localmente dileggiate quali "rozze" e "inadeguate", come si può evincere da abbondante documentazione in merito - era meno che nullo, ma non è detto sia sempre stato così. Infatti, quasi ogni lessico calabrese contiene voci d'indubbia origine greca locale e l'influsso greco è riconoscibile nella toponomastica, ma - soprattutto - nello studio dei cognomi della regione.

Ovviamente il prestito linguistico potrebbe essere avvenuto anche nel territorio del Salento e, sostanzialmente, continuerebbero a valere le considerazioni esposte relativamente alla Calabria.

Anche il longobardo, se pure lingua dei "dominatori", non pare abbia goduto di particolare prestigio. Non poteva servire per comunicare con chi longobardo non fosse e i documenti scritti vennero, comunque, redatti in latino. Ma un gruzzoletto di voci di etimo germanico verosimilmente appartenenti a questa lingua fa tuttora parte del nostro patrimonio linguistico.

D'altonde, se gli etimi romanzi - per vari motivi - non risultano credibili, occorre - come ha fatto l'Avolio - non rifiutarsi di provare a investigare anche alternative "eterogenee", nonostante la chiara evidenza che sarebbe illusorio - a motivo dell'inesistente documentazione in merito - attendersi di poter giungere a un livello di ragionevole certezza.

Infatti, come ho scritto, ciò che non mi appaga affatto è quello che - personalmente - reputo un tentativo d'inferire un σῆμα - di cui le relative metafore (e/o l'effettiva derivazione) risultano, ormai, ignote alla comunità dei parlanti e contrastanti e contraddittorie nell'interpretazioni di chi sceglie d'occuparsene per far "quadrare" il tutto - a partire dall'analisi più scontata - ma non perciò più attendibile - di ciò che è "soltanto" una struttura fonetica. Non necessariamente "parlante" in modalità diretta come, invece, avverrebbe se uno qualsiasi di noi pronunciasse - secondo le convenzioni accettate e con inequivocabile intenzione - "quattro" o "un quarto".

D'altronde, se le metafore ipotizzate a giustificare l'espressione articolatoria - il suono - sono state, da gran tempo, espunte dalla memoria collettiva e non esiste affatto effettiva certezza sul periodo, il valore, l'uso dei sottomultipli metrici (anche di tipo monetario) invocati - ma rimasti malcerti - per fornire un etimo, le relative considerazioni - sia pure formulate da studiosi di gran vaglia e debitamente depurate dalle evidenti "leggende metropolitane" come giustamente segnala l'Avolio - non possono aspirare a una validità superiore a quella delle illazioni che chiunque possieda cultura risulta in grado di esporre.

Nel momento in cui risulta tranciato il sottile filo che connetteva la struttura di suono a un significato - anche figurato - s'interrompe la possibilità di accedere alla simbolizzazione originaria ed è giocoforza accontentarsi di quello che è attualmente per noi il significato "convenzionale" - non più, ormai, "intrinseco" - della voce.

Si può ampliare - anche di molto, volendo - la gamma delle possibili ipotesi o illazioni, ma non si può più assolutamente aumentare la validità specifica di questo tipo di processo.


P.S.: non ho molta esperienza diretta dei dialetti calabresi, ma - in altri dialetti italiani - un o aperto può essere derivato da au etimologico anche in posizione diversa dalla sillaba su cui "cade" l'accento primario della parola. Tale fonema, per altro, determina la manifestazione - sulla sillaba in cui viene a trovarsi - di un accento secondario, ma non conosco come si comporti - in questi casi specifici - il calabrese.

P.P.S.: la proposta sommessamente formulata dall'Avolio dell'etimo wahtari - almeno per tentare di "problematizzare" il risultato proposto dall'ondata prevalente (e, purtroppo, estremamente "focalizzata"), che cavalca l'ipotesi numerologica - non risulta affatto così "pellegrina". Purtroppo - sia detto più in senso storico che "moralistico" - l'impiego di termini quali "servitorello" (in questo caso, forse, "guardiano" di animali o "pastorello") vel sim. non può essere ritenuta tanto improbabile. Ma sulla lingua, sull'epoca e sull'effettivo areale linguistico dei longobardi si sa troppo poco:

https://en.wiktionary.org/wiki/wahtari#Etymology

La radice è la stessa che dette (a)wake in inglese e "vigile" - dal latino - in italiano. Infatti, se il "pastorello" si fosse assopito, la sua funzione di badare agli animali al pascolo ed evitare possibili pericoli sarebbe venuta meno, mettendo a rischio il piccolo patrimonio familiare.

E troppo poco siamo destinati a sapere sul greco di Calabria. Non più effettivamente parlato neppure dagli abitanti più anziani dei villaggi più remoti. "Diffuso" ormai esclusivamente dagl'intellettuali e dagli storici di territori solo un tempo effettivamente ellenofoni e che tramandano quanto anche noi potremmo apprendere e tramandare se leggessimo e imparassimo quanto è stato scritto, non essendo più neppure loro - al pari di noi stessi - eredi diretti di questa tradizione linguistica di matrice antica, che s'è, ormai, interrotta per sempre. Riscontrando parole dal lessico greco - antico o moderno - se non si sia conservato il termine locale specifico, dal momento che:

1) è venuta, ormai, meno - da tempo - la trasmissione familiare diretta del linguaggio;

2) non esiste più neppure in Calabria alcuna forma di "controllo sociale" - essendo "ben altri" gl'interessi prevalenti delle comunità - su quanto gl'intellettuali dei villaggi appartenenti a queste antiche comunità linguistiche eventualmente diffondono o riferiscono agli studiosi coinvolti.

In conclusione si può osservare che nessi semantici, cioè concettuali, col significato di "schiavetto" - "moralisticamente" detestabile in un'epoca di straripante "buonismo", ma storicamente molto realistico - e con quello eterno relativo alla condizione di "figlia/-o" possono risultare ben più saldi di raffronti di tipo esclusivamente fonetico come quelli relativi al numero 4, che rischia di allinearsi alla scontata banalità delle paretimologie popolari e che non si vede davvero che cosa possa avere a che fare colla fanciullezza e l'adolescenza (se non nell'ambito di un pensiero di tipo quasi "magico" :wink: ), o al suo inverso - rappresentato, in senso algebrico, da 1/4, di cui rimane totalmente da provare l'effettivo uso quale sinonimo di "piccolezza" dell'individuo umano, nonostante il termine dialettale sia stato impiegato e si usi tuttora anche in riferimento a individui chiaramente maturi, che hanno, ormai, completato la loro evoluzione psico-fisica.

Nella totale assenza di raffronti riscontrabili nella linguistica italiana e nel più ampio dominio delle lingue attuali derivate dal latino.

*** Faccio solo un esempio. Chi cita il "balin" delle parlate liguri non definisce chiaramente il termine né l'uso. Innanzitutto, nel senso esclusivo di "bambino piccolo" - e non in quello di "ragazzo" -, si tratta di voce che può essere usata esclusivamente al "vocativo". Non può essere usata in un discorso "indiretto". Letteralmente vale "pallino" e, in quest'accezione, può essere considerata voce del lessico locale. La metafora (di tipo palesemente popolaresco) è relativa al gioco delle bocce - non al capo rasato degl'infanti perché non fu sempre così -. Si pone in risalto la differenza tra l'insieme degli adulti - le bocce - e la differente dimensione (in tutti i sensi) del bambino nei loro confronti. Infatti, l'appellativo non ha documentazione antica, cioè precedente alla diffusione - relativamente moderna - del gioco delle bocce.

Relativamente all'appellativo Balilla - denotato da diverso suffisso e direttamente noto ai nostri nonni e ai nostri bisnonni e a noi solo in base alla cultura storica - vale quanto già riferito in merito a "balin". Nel caso specifico s'ebbe un soprannome, ma, in dialetto, Balilla - se non come soprannome - poteva essere impiegato soltanto al "vocativo". Da balla = "palla":

https://en.wiktionary.org/wiki/palla#Etymology_4

Così ogni "piccolo soldato" dell'era mussoliniana - nell'inconsapevolezza quasi generale - venne denominato, in modalità ben poco "militaresca" mediante l'antico vezzeggiativo usato dalle mamme popolane genovesi (ma esclusivamente al vocativo), "pallina". :? :wink:

E mai, dall'epoca di Sparta in poi, vi fu una formazione a carattere "premilitare" contraddistinta da un termine così poco marziale!

In lingua italiana ci si dovette accontentare del plurale "i balilla" (certo, in realtà, derivato dal soprannome del personaggio) formato con un - per altro, regolarissimo - singolare femminile in -a del dialetto, proprio come si ha "pallina" - ma "palline" ! - nella lingua nazionale. A chi non solo parlava, ma - soprattutto - "capiva" il genovese s(u)onava piuttosto strano l'equivalente di "i pallina" ...

Il suffisso -illa, in genovese, rappresenta un antico "ispanismo".

Nel periodo del fascismo si scelse la grafia conforme all'effettiva pronuncia genovese, ma il socioletto aristocratico - pur pronunciando identicamente - presentava la grafia etimologica Ballilla, da balla. Infatti, le geminate - se pure etimologiche - non immediatamente postaccentuali non vengono effettivamente pronunciate.

Non mi riesce difficile ammettere che la presente nota risulta "collaterale" rispetto alla centralità dell'argomento trattato. Tuttavia, essa è stata determinata dalla citazione relativa al termine "balin" - che, come "balilla", omai desueto, può essere impiegato esclusivamente al "vocativo" e non rappresenta assolutamente un "traducente" di "ragazza/-o" -. Infatti, il contenuto della citazione riferita rende saliente un certo tipo di "semplicismo confusivo", che è ben raramente possibile evitare di riscontrare nelle descrizioni di chi si occupa di etimologia e di dialettologia.
Avatara utente
Millermann
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Re: [xCRA] «Quatrano» (parlata aquilana)

Intervento di Millermann »

Gentile Ligure, grazie per l'articolata e approfondita risposta. Come sempre, le sue argomentazioni sono cosí esaurienti che non è facile trovare altro da aggiungere a quanto da lei esposto.

Fra le tante, m'è parsa particolarmente degna di nota l'osservazione sul greco salentino (che non avevo notato).
Ligure ha scritto: lun, 07 set 2020 16:27 Se proprio desiderassimo lasciarci andare a "voli pindarici" potremmo notare - sul foglio 45 dell'atlante AIS riportato nel suo messaggio - la voce del greco del Salento per "ragazza" [...] rappresentabile - in trascrizione fonologica - come /ca'tεra/. Certamente possibile come base fonetica e fonologica. Ma:

1) occorrerebbe - affinché la tesi potesse essere dimostrata fondata - che la voce fosse stata presente anche nel greco di Calabria;

e che

2) esista - o sia esistita - qualche zona dell'areale sul quale si sta focalizzando la nostra attenzione in cui - almeno, originariamente - la voce valesse soltanto al femminile (in quanto la coppia lessicale si sarebbe potuta formare successivamente). Infatti, la voce deriva dall'accusativo θυ(γ)ατέρα di θυ(γ)άτηρ:
[...]

A sua volta, la voce θυ(γ)άτηρ - all'accusativo θυ(γ)ατέρα>/tia'tεra/>/tja'tεra/>/ca'tεra/ - proviene da un etimo ancora abbondantemente rappresentato nel mondo linguistico germanico. Basti pensare all'inglese daughter, all'esito tedesco Tochter ecc..

E ci si ricondurrebbe - assai banalmente - alla radice di "figlia" e all'accezione di "ragazza". Proprio come nel francese fille o nel ligure figgia. Che valgono anche "ragazza".
...E c'è anche, nel calabrese meridionale, figghjòla che ha lo stesso significato. ;)

Trovo anch'io che sia un volo pindarico, però c'è da tener conto che almeno la seconda premessa ha qualche fondamento: esistono, effettivamente, aree in cui quatrara è usato solamente al femminile (in contrapposizione a guaglione), in particolare in Lucania e in Irpinia.

E da questo sito di Sant'Arcangelo (dove l'uso è, appunto, limitato al femminile) viene fuori un'ipotesi per me ancor piú "fantasiosa": che l'origine possa essere legata alle parole greche κόρη ‹fanciulla, giovinetta› e τᾶλις ‹ragazza da marito, sposa›.
Come (e perché) si siano unite poi queste due parole "quasi sinonime" per originare quatrar(a) resta ancora da capire... Al confronto, l'ipotesi θυ(γ)ατέρα mi sembrerebbe assai piú plausibile! :P

Quel che è certo, comunque, è che il termine quatraro era già formato ai tempi di Dante, e da allora ha subito pochissimi cambiamenti, prova ne sia il fatto che esiste come cognome diffuso in gran parte d'Italia e (a causa dell'emigrazione) in Europa e America. Curiosamente, sembra non essere presente proprio in Calabria, mentre il luogo d'origine (o di massima concentrazione) è la Puglia: in particolare il comune di Acquaviva delle Fonti, che ospita piú d'un quarto dei "Quatrari" d'Italia! :)

La ricerca come cognome, poi, fornisce lo spunto secondo cui «Potrebbe derivare da soprannomi basati sul termine medioevale quatrarius, chi abita o frequenta i quadrivi o le piazze, e per estenzione [sic! :roll:] anche ragazzotto o monello.» :?

Comprendo il suo scetticismo riguardo alle origini "numeriche", da lei ben motivato. Non bisogna però, dall'altro lato, escludere le soluzioni piú ovvie in favore di altre troppo complicate, non lo crede anche lei?

A proposito: la sua osservazione su balin mi fa pensare a un caso simile del mio dialetto: l'appellativo dato ai bimbi piccoli, cioè ninnu/a (probabilmente dallo spagnolo niño). Anche questo si usa come vocativo o, piú esattamente, come «nomignolo», a indicare il piú piccolo di casa; non prende mai, cioè, l'articolo. Si usa, infatti, in frasi del tipo «Dov'è ninno?/Come sta ninna?»
L'uso come sostantivo ('u ninnu/'a ninna) non è previsto (tranne in senso... meteorologico :mrgreen: –scherzo, naturalmente!), e per dire «bimbo [piccolo]» si usa invece criatúru/a ‹creatura› o picciríllu/a ‹piccolino›.

Spero d'aver contributo a fornire qualche altra informazione utile: riconosco che, a questo punto, l'argomento è già stato ampiamente analizzato, e perciò la ringrazio ancora una volta per l'impegno e l'interesse che dimostra, anche in dialetti di cui non ha esperienza. :)
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Re: [xCRA] «Quatrano» (parlata aquilana)

Intervento di Ligure »

Millermann ha scritto: mar, 15 set 2020 11:56 Gentile Ligure, grazie per l'articolata e approfondita risposta. Come sempre, le sue argomentazioni sono cosí esaurienti che non è facile trovare altro da aggiungere a quanto da lei esposto.
Gentile Millerman, innanzitutto, sono io a ringraziare lei per l'apprezzamento e l'interesse espressi, che contraccambio.
Millermann ha scritto: mar, 15 set 2020 11:56 Fra le tante, m'è parsa particolarmente degna di nota l'osservazione sul greco salentino (che non avevo notato).
Ligure ha scritto: lun, 07 set 2020 16:27 Se proprio desiderassimo lasciarci andare a "voli pindarici" potremmo notare - sul foglio 45 dell'atlante AIS riportato nel suo messaggio - la voce del greco del Salento per "ragazza" [...] rappresentabile - in trascrizione fonologica - come /ca'tεra/. Certamente possibile come base fonetica e fonologica. Ma:

1) occorrerebbe - affinché la tesi potesse essere dimostrata fondata - che la voce fosse stata presente anche nel greco di Calabria;

e che

2) esista - o sia esistita - qualche zona dell'areale sul quale si sta focalizzando la nostra attenzione in cui - almeno, originariamente - la voce valesse soltanto al femminile (in quanto la coppia lessicale si sarebbe potuta formare successivamente). Infatti, la voce deriva dall'accusativo θυ(γ)ατέρα di θυ(γ)άτηρ:
[...]

A sua volta, la voce θυ(γ)άτηρ - all'accusativo θυ(γ)ατέρα>/tia'tεra/>/tja'tεra/>/ca'tεra/ - proviene da un etimo ancora abbondantemente rappresentato nel mondo linguistico germanico. Basti pensare all'inglese daughter, all'esito tedesco Tochter ecc..

E ci si ricondurrebbe - assai banalmente - alla radice di "figlia" e all'accezione di "ragazza". Proprio come nel francese fille o nel ligure figgia. Che valgono anche "ragazza".
...E c'è anche, nel calabrese meridionale, figghjòla che ha lo stesso significato. ;)

Trovo anch'io che sia un volo pindarico, però c'è da tener conto che almeno la seconda premessa ha qualche fondamento: esistono, effettivamente, aree in cui quatrara è usato solamente al femminile (in contrapposizione a guaglione), in particolare in Lucania e in Irpinia.

E da questo sito di Sant'Arcangelo (dove l'uso è, appunto, limitato al femminile) viene fuori un'ipotesi per me ancor piú "fantasiosa": che l'origine possa essere legata alle parole greche κόρη ‹fanciulla, giovinetta› e τᾶλις ‹ragazza da marito, sposa›.
Come (e perché) si siano unite poi queste due parole "quasi sinonime" per originare quatrar(a) resta ancora da capire... Al confronto, l'ipotesi θυ(γ)ατέρα mi sembrerebbe assai piú plausibile! :P
In realtà - sia pure a un diverso indirizzo - avevo ottenuto anch'io la stessa informazione. Forse, inconsciamente, m'ero censurato e non l'avevo pubblicata per timore di venire valutato ipercritico - relativamente agli eventuali commenti -:

https://www.orsomarsoblues.it/2017/10/o ... quatraroa/

Certo, si tratta prevalentemente del contributo di persone che mirano - soprattutto - a "riscattare" la parlata natia dalla presunta "rozzezza" originaria avvalendosi di reminenescenze "mal digerite" dei loro studi giovanili e proponendo etimologie mirabolanti. Non so se la voce κόρη sia mai appartenuta ai dialetti grecanici della Calabria - da considerarsi, ormai, praticamente estinti -. Nel greco attuale si può riscontrare in un registro formale, mentre, nell'uso, prevale decisamente il diminutivo κορίτσι:

https://en.wiktionary.org/wiki/%CE%BA%C ... F%83%CE%B9

Il diminutivo è ritenuto, da alcuni studiosi, di origine slava, ma queste sono questioni da accademici. Il lettore attento potrebbe aver notato l'indicazione rappresentata da n. Infatti, se pure per un italiano può risultare strano, il genere grammaticale è il neutro (il greco l'ha conservato), come si evince anche dalla forma del plurale.

Sarei ancora più dubbioso nel caso del termine τᾶλις, ma certamente è da escludersi che la voce che stiamo analizzando derivi dall'unione dei due sostantivi greci menzionati.
Millermann ha scritto: mar, 15 set 2020 11:56
Quel che è certo, comunque, è che il termine quatraro era già formato ai tempi di Dante, e da allora ha subito pochissimi cambiamenti, prova ne sia il fatto che esiste come cognome diffuso in gran parte d'Italia e (a causa dell'emigrazione) in Europa e America. Curiosamente, sembra non essere presente proprio in Calabria, mentre il luogo d'origine (o di massima concentrazione) è la Puglia: in particolare il comune di Acquaviva delle Fonti, che ospita piú d'un quarto dei "Quatrari" d'Italia! :)
Occorrerebbero attestazioni antiche - del cognome o della voce - che possano presentare scrizioni un po' diverse rispetto alla sostanziale uniformità del termine pur in un territorio relativamente esteso. In modo da poter fornire qualche indizio o poter consentire qualche ulteriore riflessione. In mancanza anche di questo tipo di riscontro oggettivo l'ipotesi formulabili permangono ampiamente aleatorie.
Millermann ha scritto: mar, 15 set 2020 11:56 La ricerca come cognome, poi, fornisce lo spunto secondo cui «Potrebbe derivare da soprannomi basati sul termine medioevale quatrarius, chi abita o frequenta i quadrivi o le piazze, e per estenzione [sic! :roll:] anche ragazzotto o monello.» :?
Dubito fortemente che quatrariu(m) - ammesso che si possa rivendicare un'origine latina - possa derivare da quadriviu(m). Non conosco se la voce latina quadriviu(m) abbia particolari continuatori in calabrese né quale sia l'eventuale significato. In Liguria un derivato di quadriviu(m) - il caruggiu - indica il "vicolo". Ma carrugêa non significava né "ragazza" né "monella", bensì "prostituta" (anche piuttosto anziana) - se pure si debba ammettere, sotto il profilo storico-sociale della linguistica, che in non poche parlate dialettali italiane non esisteva un confine semantico netto tra il significato di "fanciulla" e quello di "prostituta" veicolato - in epoche diverse - da termini caratterizzati dalla stessa radice etimologica.

Si potrebbe anche osservare come - nonostante la pubblicistica locale presenti caruggi come voce assolutamente tipica - l'origine locale dovrebbe essere posta in dubbio. L'esito locale regolare di /-dr-/ latino dovrebbe essere lo zero fonico - /-0-/, non /-r-/.

A meno che non sia intervenuto un incrocio con carru(m) ... :? :

https://en.wiktionary.org/wiki/carrus#Latin
Millermann ha scritto: mar, 15 set 2020 11:56

Comprendo il suo scetticismo riguardo alle origini "numeriche", da lei ben motivato. Non bisogna però, dall'altro lato, escludere le soluzioni piú ovvie in favore di altre troppo complicate, non lo crede anche lei?
Sono d'accordo, ma non ritengo che il riferimento "assoluto" al numero - in assenza di metafore condivise (e attestate) dalla società che esprime questo tipo di voce - possa essere considerato una "soluzione ovvia". Solo un esempio. In un testo genovese del '700 una popolana si lagna - in versi - del rumore causato dagli artigiani che lavorano e dai richiami dei venditori ambulanti. Esprime il proprio disagio dicendo che, ormai, percepisce la propria testa - traduco letteralmente - "come una quarta". La donna si sente a disagio, frastornata da tanto fracasso e avverte la testa come se fosse "gonfia", tanto "gonfia". Esprime cioè il proprio malessere riferendo una "dilatazione di volume". Grande, ma, ovviamente, del tutto "psicologica". Per esprimere l'iperbolico aumento di volume la persona ricorre a un termine frazionario, non a un "multiplo". La "quarta" era la quarta parte dello staio e il recipiente corrispondente - adoperato per misurare i cereali - era reputato molto grande, grosso, ingombrante.

In questo contesto la "quarta" frazione dell'unità di misura non implicava alcun significato di piccolezza o di tenerezza, ma veicolava esclusivamente il senso di "grande quantità ingombrante".

L'ipotesi, ad es., che quatraro vel sim. potesse essere metatesi di quartaro richiederebbe - per poter essere ritenuta dimostrabile - che esistesse o fosse esistita memoria di un particolare sottomultiplo di un'unità metrica - di misura di aridi o liquidi o monetaria - usata in quel territorio e concordemente impiegata in significato traslato per connotare la "piccolezza". Ma in aree in cui le antiche misure variavano (e anche significativamente) a ogni piè sospinto ciò pare una condizione storicamente ben poco realistica ...

Inoltre, non credo siano state davvero riscontrate attestazioni che possano dimostrare una continuità d'uso - nel territorio - delle voci latine ipotizzate quali etimi.

Millermann ha scritto: mar, 15 set 2020 11:56 A proposito: la sua osservazione su balin mi fa pensare a un caso simile del mio dialetto: l'appellativo dato ai bimbi piccoli, cioè ninnu/a (probabilmente dallo spagnolo niño). Anche questo si usa come vocativo o, piú esattamente, come «nomignolo», a indicare il piú piccolo di casa; non prende mai, cioè, l'articolo. Si usa, infatti, in frasi del tipo «Dov'è ninno?/Come sta ninna?»
L'uso come sostantivo ('u ninnu/'a ninna) non è previsto (tranne in senso... meteorologico :mrgreen: –scherzo, naturalmente!), e per dire «bimbo [piccolo]» si usa invece criatúru/a ‹creatura› o picciríllu/a ‹piccolino›.
Cambiando il filo del discorso, posso confermare che - fino a qualche generazione fa - la voce ninna/ninnu costituiva a Genova un sostantivo - dotato di tutte le usuali proprietà - nel significato di "bambina/bambino". Veniva impiegato anche come soprannome e ricordo vecchietti denominati - singolarmente - u Ninnu anche in età avanzata, dal momento che nessuno aveva mai usato con loro il vero nome di battesimo. "Al femminile" - tanto per complicare le cose - c'erano anche signore denominate a Ninna o a Ninin. Solo chi le avesse effettivamente conosciute avrebbe potuto sapere se davvero si fosse trattato dell'ipocoristico locale di Anna o, banalmente, di un generico soprannome derivato da a ninna = "la bambina" e attribuito - durante la loro fanciullezza - a persone che si sarebbero potute anche chiamare Chiara o Francesca o in qualsiasi altro modo. Ora, permane soltanto il vezzeggiativo ninin:

https://en.wiktionary.org/wiki/nino

https://www.treccani.it/vocabolario/nino/

https://www.treccani.it/vocabolario/ninnolo/ - ? -

Ritengo sia voce ampiamente diffusa. Mi viene in mente il termine delle parlate campane ninnë attribuito - nelle canzoni natalizie - anche al bambino Gesù. In questo caso, in Liguria, si può usare esclusivamente l'italianismo u Banbin. Si dice per antonomasia - dal momento che u banbin non è mai entrato nel dialetto se non per indicare la figurina del presepe e non corrisponde mai a "bambino" - e non s'aggiunge la voce corrispondente a "Gesù".

Per altro, posso aggiungere che ninâ, a Genova, vale "cullare". Tuttavia, "culla" si dice chin-a. Che deriva direttamente dalla voce latina, mentre la parola italiana proviene dal diminutivo della stessa voce:

https://en.wiktionary.org/wiki/cuna#Etymology_2

Si può osservare che, da cūna(m), con /ū/, in genovese, si sarebbe dovuto ottenere cün-a /'kyŋa/, ma chin-a /'kiŋa/ altro non era se non la pronuncia popolare - iotacistica - di questa voce. Che fu adottata anche nell'ambito del socioletto borghese e di quello popolare, dal momento che alcune voci popolari venivano ritenute cariche d'intensità affettiva e accettate anche da chi s'esprimeva mediante diverse varianti del dialetto (anche perché così parlavano le balie, d'estrazione popolare, in epoche in cui i bambini appartenenti alle classi sociali più elevate non venivano accuditi direttamente ...).
Millermann ha scritto: mar, 15 set 2020 11:56
Spero d'aver contributo a fornire qualche altra informazione utile: riconosco che, a questo punto, l'argomento è già stato ampiamente analizzato, e perciò la ringrazio ancora una volta per l'impegno e l'interesse che dimostra, anche in dialetti di cui non ha esperienza. :)
E anch'io ringrazio lei nuovamente. :)

P.S.: francamente, l'unica ipotesi che non ha finora riscontrato evidenti "controindicazioni" - tanto per usare un termine di tipo "terapeutico" - è la voce wahtari proposta - con molto tatto e anche come possibile "incrocio" - dall'Avolio. Non so se l'Avolio l'abbia fatto, ma, ovviamente, occorrerebbe poter essere ragionevolmente certi che, nel territorio in questione, non esista un esito "parallelo" - anche nel significato - all'italiano "sguattero", termine che si ritiene derivato dalla voce longobarda menzionata:

https://en.wiktionary.org/wiki/sguattero

Nei dialetti di tipo genovese, ad es., non si poté avere un esito "parallelo" a sguattero<wahtari nel senso di "servitore" in quanto l'etimo germanico wach(t)en ipotizzato non assunse un significato "funzionale", ma venne usato per indicare un comportamento ritenuto "riprovevole", cioè "guardare senz'essere visto". E s'ebbe aggueitâ = "osservare di nascosto, spiare":

https://en.wiktionary.org/wiki/wachen#Etymology

Mentre, localmente, per "guardare", ormai, ci si può soltanto avvalere di un ispanismo - amiâ /a'mja:/ -:

https://en.wiktionary.org/wiki/mirar#Etymology_7

essendo avvardâ = "proteggere" riservato a usi stereotipati. Del tipo di "Dîu n'avârde" - "n' "<"ne" = "ci" -. Certamente un'invocazione al Cielo - la "protezione" soprattutto come "liberazione" da ciò che si ritiene (il) "male" -, ma, nel suo significato concreto, un corretto, ma perentorio e assoluto rifiuto rispetto alle soluzioni o alle condizioni proposte - assimilate al "male" ( = "Non se ne parla neppure!") -:

https://en.wiktionary.org/wiki/guardare#Etymology
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