[NAP] Shiaffa vuotta

Spazio di discussione su questioni di dialettologia italiana e italoromanza

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Cembalaro
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[NAP] Shiaffa vuotta

Intervento di Cembalaro » sab, 02 nov 2013 17:09

Poiché non esiste uno spazio dedicato alle presentazioni, mi presento qui allungando forse troppo il mio primo scritto, del che mi scuso.
Due mesi fa ho trovato per caso questo spazio di discussione, e dopo aver soddisfatto la mia curiosità del momento vi sono tornato spesso. Mi sono astenuto finora dal porre domande (che pure urgevano) perché temo di non essere in grado di assicurare corrispettivi culturali. Ma più dell'onor poté il digiuno, e perciò eccomi qua.

Sto conducendo uno studio sulle cantate in napoletano, con un limite superiore fissato al 1750. L'edizione di musica e testi, in origine pensata per l'esecuzione privata (sono infatti musicista, ma non di professione), potrebbe anche avere una pubblicazione ma al momento non c'è un progetto specifico e meno ancora una casa editrice. Inoltre ho cinque o sei passi la cui traduzione mi è ostica. Inizio col chiedervi collaborazione con uno di essi. Ecco i versi come appaiono nell'unico manoscritto che trasmette l'opera (la mia trascrizione finale naturalmente conterrà la punteggiatura, del tutto assente nel codice):

Mò sì ca te prommetto
nnante me shiaffa vuotta
me scenna ['a] lengua 'ncanna
e li diente me cadeno e le mole
si te sguardo o te dico di parole.


Il manoscritto è chiarissimo e non vi sono dubbi sulla lettura.
Il verso difficile è il secondo. I verbi dei primi tre versi sono tutti congiuntivi, e il senso complessivo mi è chiaro: l'amante deluso promette indifferenza alla donna amata: «che io possa [qui c'è il secondo verso] ammutolire e perdere i denti prima di guardarti o parlarti.»

shiaffa: Basile, con parziale seguito, introduce nell'ortografia il nesso -sh- per la sc debole derivata dalla -fl- latina, come in shiore (sciore) da florem) e simili. Ma non sembra questo il caso: vocabolari antichi e moderni di Galiani, Puoti, Altamura, D'Ambra, D'Ascoli, Andreoli, Volpe, non registrano shiaffà, né sciaffà. Né ne ho trovato traccia in letteratura. Forse è necessaria l'integrazione di una -c- ottenendo così s[c]hiaffà?
Avverto che non è certamente schiatta: la doppia -ff- presenta nel manoscritto una caratteristica legatura e il segno complessivo è molto diverso da quello usato per -tt-.

E vuotta che cosa significa? terminale in -a e dittongazione metafonetica mi fanno pensare a un neutro plurale. Se è così, credo che possa essere solo votto «bicchiere, gotto».
Altrimenti esiste votta «botte», che però nelle mie frequentazioni della letteratura non ho mai trovato scritto col dittongo.

Una facile soluzione esiste: schiatta ['a] vozza starebbe per «mi scoppi la gola». Il senso sarebbe accettabile, ma non vi è il minimo fondamento paleografico a sostegno.
Prima di rassegnarmi a non intendere ho pensato di chiedere a voi.
Mi scuso ancora per l'eccessiva lunghezza e vi ringrazio.

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Re: [NAP] Shiaffa vuotta

Intervento di Infarinato » sab, 02 nov 2013 18:10

Grazie a Lei, caro Cembalaro, dell’onore che ci fa riponendo in questo modesto cenacolo sí tanta stima (a proposito, benvenuto! :D), ma temo che qui ci sia bisogno d’uno specialista. :?

Mi permetto quindi di darle solo un suggerimento sul piano metodologico. Lei ci dice che il manoscritto è chiarissimo, bene, ma è anche autografo?

Glielo chiedo perché, se cosí non fosse, il copista (magari nemmeno napoletano) potrebbe aver ricopiato [in intelligibillima grafia] qualcosa di cui però non comprendeva [perfettamente] il senso, col che la sua ricostruzione schiatta ['a] v(u)ozza (schiatte?) potrebbe esser tutt’altro che peregrina… :)

Cembalaro
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Re: [NAP] Shiaffa vuotta

Intervento di Cembalaro » sab, 02 nov 2013 18:44

La ringrazio del benvenuto. Lei ha ragione: ho omesso di illustrare talune condizioni usuali nella trasmissione dei testi musicali. L'autore della cantata, Giulio Cesare Rubino, è noto per averci lasciato due cantate (entrambe in napoletano, entrambe non distanti dal rango di capolavoro) e un adagio per violoncello. Nulla più, né si sa se il manoscritto sia autografo. D'altronde, se anche fosse autografo non sarebbe autografo, se mi si concede il gioco di parole: l'estensore di un manoscritto musicale può magari essere l'autore della musica, ma mai o rarissimamente dei versi (che in questo caso hanno una paternità: un certo Gennaro Caruso). E poi forse persino sugli autografi non bisogna riporre soverchia fiducia, se finanche il Boccaccio copista di sé stesso (codice Hamilton 90) riesce ad essere incredibilmente scorretto.

Insomma, come darle torto? è possibilissimo che sia necessaria un'emendazione, ma vorrei prima tentare in tutti i modi di conservare il testo tràdito.

Grazie anche dell'acuto suggerimento di schiatte. Mi domando solo se promuoverlo a testo o lasciare il suggerimento in nota. Dopo tutto il confine tra l'indicativo e il congiuntivo in napoletano è sempre incerto (Adam Ledgeway, Grammatica diacronica del napoletano, data al principio dell'800 l'inizio della scomparsa del congiuntivo, ma mi pare che ce ne sia qualche segno anche prima), e quindi il verbo potrebbe aver avuto questa forma anche nell'originale.

Se non disturbo, nei prossimi giorni aggiungerei qualche altro passo controverso.

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Intervento di u merlu rucà » sab, 02 nov 2013 18:52

Alcune domande per avere un quadro più preciso:
- a che periodo, più o meno, risale la cantata?
- le rime, nei versi precedenti, sono come in questi?
Prommetto sembra rimare con vuotta, visto che mole rima con parole. Ora se in napoletano la –o finale di prommetto è in realtà una vocale indistinta, anche la –a di vuotta dovrebbe essere una vocale indistinta. Però –a finale in napoletano è praticamente l’unica vocale che resiste e non produce metafonia se non erro.
Considerando i versi successivi: "mi scenda la lingua in gola" e “ i denti mi cadano e i molari" deve trattarsi di qualcosa di grave.
Largu de farina e strentu de brenu.

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Intervento di u merlu rucà » sab, 02 nov 2013 20:57

Il manoscritto è reperibile in rete in formato PDF.

http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCul ... eca+-+ICCU
Largu de farina e strentu de brenu.

Cembalaro
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Intervento di Cembalaro » sab, 02 nov 2013 23:35

Sì, è in rete. L'Italia è la nazione col maggior numero di manoscritti pubblicati in rete, assieme alla Francia.
Dal manoscritto avrà anche le risposte alle altre domande, che comunque sintetizzo.
Metà settecento la composizione e il manoscritto. Per quanto riguarda le rime, come usuale le arie hanno struttura più rigida. I recitativi (è il nostro caso) hanno rime più libere e anzi spessissimo assenza di rima, che torna nelle sedi cadenzali.
Ma non vedo perché prommetto rimi con vuotta, anche se è fondatissima la sua notazione sulle vocali indistinte (-a è infatti meno indistinta). Il problema mi pare che sia la diversità della sillaba tonica.
Infine (se ho capito bene), niente di gravissimo: l'amante irato contro l'amata le si scaglia contro nel primo recitativo e aria; si ravvede e le chiede perdono nel secondo recitativo e aria.

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Intervento di u merlu rucà » dom, 03 nov 2013 9:58

Anche la lettura del documento originale lascia i dubbi.
Largu de farina e strentu de brenu.

Cembalaro
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Intervento di Cembalaro » dom, 03 nov 2013 12:32

Lo temevo, credo proprio che il testo sia corrotto. Grazie comunque.

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Intervento di u merlu rucà » dom, 03 nov 2013 13:20

Ho trovato in rete:
http://www.fondazionechelli.org/sites/d ... b_2011.pdf

‘Nnante me schiatto, vuotto,

http://assodur.altervista.org/Pubblicaz ... o_lena.pdf

‘nnante me schiatta vuotta

Come si vede l'incertezza regna sovrana 8) . Le lettere di shiaffa sono rese come -tt- e non come -ff-. Però anch'io, come Cembalaro, ho seri dubbi che le lettere possano essere rese con -tt-. Vi è notevole differenza con le altre -tt- che compaiono nel testo.
Largu de farina e strentu de brenu.

Cembalaro
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Intervento di Cembalaro » dom, 03 nov 2013 13:36

L'incertezza regna sovrana, e anche purtroppo un notevole livello di approssimazione, tra gli storici della musica. In una pubblicazione 'scientifica' (atti di congresso) il verso di questa stessa cantata n'ha mancato pe ttene è stato trascritto n'ha mancato pettene e tradotto con «non ti è mancato il pettine», senza curarsi dell'insensatezza, del fatto che ttene ha geminazione e sillaba paragogica, e infine del fatto che l'accento nella notazione musicale cade su pe tténe, e quindi non può essere péttene.
Ciò che si legge sui programmi di sala o sui libretti di accompagnamento delle registrazioni in disco è ancora peggio. Eppure si tratta spesso di esecuzioni dal livello artistico molto elevato, cosicché l'incuria nei confronti dei versi stride ancor più.

E' per questo motivo che mi decisi ad affrontare queste opere. Ma ho dovuto rendermi conto di essere anch'io impari al compito (mi consolo pensando che almeno so di non sapere ed appongo cruces sui passi che non comprendo, ma è scarsa consolazione).

ippogrifo
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DUBBI

Intervento di ippogrifo » dom, 03 nov 2013 18:27

Mi scuso per il mio intervento non richiesto.
Premetto che sono lontanissimo - per competenza e per ambiente culturale - dalla "napoletanità". Ciò detto, ho sempre inteso da parte di persone di origine meridionale - non necessariamente napoletane -utilizzare il verbo "abbotta'" - vado a memoria, a orecchio e non so scrivere il napoletano - col significato di "gonfiare, scoppiare". Anche dalle risate in accezione metaforica. Il verbo esiste o è esistito anche a Napoli. Non so se derivi dalla botte o dal nome del rospo. Mi sono state fornite entrambe le versioni. Collo schiattare - a rafforzamento del concetto - potrebbe starci.

P.S.:
non me ne occupo assolutamente, ma le rare volte che ho avuto curiosità in merito al linguaggio partenopeo mi sono sempre rivolto ai diretti interessati - anche in linea - . Lusingati dall'interesse dimostrato, molto disponibili e cortesi. Anche a farsi carico loro della ricerca in assenza di competenza diretta. A Napoli esiste ancora un "culto" della lingua locale che altrove non si riscontra così facilmente. Provi anche a verificare - tramite gli "esperti" - se una forma metrica quale "lo vedi - "tu" generico - qua e là" possa avere senso.

Avatara utente
Scilens
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Intervento di Scilens » dom, 03 nov 2013 19:19

u merlu rucà ha scritto:‘nnante me schiatta vuotta
Innanzi a me schiatta vuota?

Nessuna discendenza mi pare un giuramento grave.

Avatara utente
u merlu rucà
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Intervento di u merlu rucà » dom, 03 nov 2013 21:51

Riprendendo quanto detto da ippogrifo, riporto alcune forme campane per rospo riprese dal LEI. Interessante l'antico napoletano vuotto.
che potrebbe anche avere che fare con i nostri versi.
camp.sett. (Formìcola) wóttə
(p.713), Gallo vúọttə (p.712), Colle Sannita
βóttə (p.714), benevent. uótte (Plomteux,QSe-
mant 3,237), nap. vuotto (ante 1627, CorteseMa-
lato; 1810, Capasso, D'Ambra; Volpe; Andreo-
li),
Largu de farina e strentu de brenu.

Cembalaro
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Intervento di Cembalaro » dom, 03 nov 2013 23:04

Grazie, caro Merlu.
Il fatto è che potrebbe trattarsi di una locuzione, e in tal caso non c'è modo di tradurre se non ritrovandola in letteratura. Magari schiaffarsi il rospo o schiattare il rospo significava, che so, emigrare, o qualcosa di altrettanto lontano (ho trovato molte locuzioni che sono riuscito a tradurre così).
In Sgruttendio l'ho trovata, ma lì è l'equivalente di «inghiottire il rospo».

Ma visto che si parla di anfibi e di schiattare (forse), non ci sarà un legame con la favola di Fedro? quella era una rana, ma in fondo non siamo lontani. «Mi esploda il rospo, prima che io ti guardi»? (ma che significa?)

Scilens, una maledizione dalla violenza shakespeariana! :)

ippogrifo
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ROSPI et C.

Intervento di ippogrifo » dom, 03 nov 2013 23:16

Perché non prende in considerazione anche il verbo col significato di scoppiare che avevo suggerito?
Sarebbe incompatibile col napoletano dell'epoca?

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