«Un viaggio nell'Italia dei dialetti»

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Ferdinand Bardamu
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Intervento di Ferdinand Bardamu » gio, 24 dic 2015 11:44

Beh, sí, che ostrega, con le sue varianti, sia un eufemismo ce lo dice anche il Treccani, che mette a lemma il vocabolo, dandoci cosí una misura della sua notorietà al di fuori del Veneto. Noti dalle Alpi a Sicilia sono anche mona e schei, ma sulla questione degli stereotipi regionali bisognerebbe fare una lunga digressione, che ci potrerebbe ampiamente non solo fuori tema ma fuori fòro.

Cembalaro
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Intervento di Cembalaro » mar, 29 dic 2015 11:41

Per quanto riguarda la grafia del napoletano, noto due cose:

1. Uhé per . Non capisco la -h- che non ho mai trovato in letteratura e che non ha troppa ragion d'essere poiché la parola deriva dal francese ouais.

2. La costante resa della schwa con un apice (oppure è un apostrofo per segnalare la caduta della vocale? In tal caso sarebbe un errore vero e proprio). È un uso consentito? Io so solo che è una grafia che non si ritrova nella letteratura d'arte.

Ma quest'apice lo mettono anche in 'uaglió, dove la schwa proprio non c'è.

Carnby
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Intervento di Carnby » mar, 29 dic 2015 14:17

Cembalaro ha scritto:La costante resa della schwa con un apice (oppure è un apostrofo per segnalare la caduta della vocale? In tal caso sarebbe un errore vero e proprio). È un uso consentito?
Non lo so e credo che sia sbagliato: la grafia tradizionale mi pare che sia con e; una grafia più «moderna» potrebbe essere ë o ə ma non ' dato che la vocale c'è eccome (a parte usi gergali e qualche dialetto «estremo» dove forse cade davvero) anche se è centralizzata/desonorizzata.
Cembalaro ha scritto:Ma quest'apice lo mettono anche in 'uaglió, dove la schwa proprio non c'è.
In questo caso l'uso è legittimo dato che la forma «piena» è (g)uaglio(ne).

Avatara utente
Millermann
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Intervento di Millermann » mar, 29 dic 2015 19:39

In effetti non esiste, in questo documento, una grande uniformità nel trascrivere i fonemi simili tra un dialetto e l'altro.

Per quanto riguarda «Uhé» penso sia stato scritto cosí per ricalcare le equivalenti interiezioni italiane (ehi, ohé). Comunque si tratta di una forma di richiamo tipica dell'intera area alto-meridionale, che in altre regioni è stata scritta diversamente: si noti, nella zona abruzzese, «ué, quatrà!» e in quella pugliese «uh, cumbà!» (e qui un inciso: entrambe queste espressioni si usano anche dalle mie parti, in Calabria! :D). Comunque penso anch'io che «ué» sia la forma piú corretta :)

Quella dell'apice al posto dello scevà è una "convenzione" adottata un po' ovunque nella scrittura informale dei dialetti alto-meridionali. A mio parere l'uso della cosiddetta "e capovolta" qui sarebbe improponibile; quello della «ë», invece, è plausibile, e anch'io lo adotto spesso: sono sicuro che, se avesse un po' piú di diffusione, sarebbe facilmente accettato. Che ne pensate?

A proposito di schwa o scevà, secondo il Treccani è maschile:
Il Vocabolario Treccani ha scritto:Voce: schwa
Schwa ‹švàa› s. neutro ted., usato in ital. al masch.
– Trascrizione tedesca del termine grammaticale ebraico shĕvā ’: v. scevà.

Voce: scevà
scevà s. m. [dall’ebr. shĕwā , der. di shaw «niente»]. –
Tuttavia, facendo una ricerca in rete delle occorrenze in italiano, risulta che il forestierismo è spesso impiegato al femminile (forse perché considerato una vocale):
«lo/la schwa» 1050/579
«uno/una schwa» 485/373
«dello/della schwa» 538/120
Invece il termine italiano (meno diffuso) quasi esclusivamente al maschile:
«lo/la scevà» 220/8
«uno/una scevà» 111/7
«dello/della scevà» 9/3
Mi chiedo, perciò, se l'uso al femminile sia da considerare accettabile. :?

Tra l'altro, la versione italianizzata, secondo me, è preferibile anche perché l'altra mi viene spontaneamente (ed erroneamente) di pronunciarla all'inglese «sciuà» :roll: anziché alla tedesca, come prescrive il Treccani! :D
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