[LIJ] Gabibbo

Spazio di discussione su questioni di dialettologia italiana e italoromanza

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CarloB
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[LIJ] Gabibbo

Intervento di CarloB » ven, 01 lug 2005 19:10

Non so se se ne sia già discusso in precedenza. Antonio Ricci, creatore del Gabibbo, disse che dalle sue parti (Albenga) gabibbo era sinonimo di "dritto", tipo svelto, furbo. In bocca a parlanti liguri anziani della riviera di levante e anche di Genova l'ho sentito usare come sinonimo di "meridionale", e ho congetturato che in precedenza volesse dire "levantino". Qualcuno può darmi delucidazioni?

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Intervento di u merlu rucà » sab, 02 lug 2005 13:59

Gabibbo (gabibu in dialetto) deriva dall'arabo habib 'amico'. Dalle mie parti (Liguria occidentale) significa sia 'meridionale' sia 'persona furba, scaltra'.
Caro CarloB, per il momento posso dirle questo. Farò altre ricerche quando potrò consultare i miei 'sacri testi'.

CarloB
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Gabibbo

Intervento di CarloB » dom, 03 lug 2005 10:39

Grazie, caro U merlu rucà.
Personalmente ho sempre sospettato che Ricci sapesse benissimo che "gabibbo" ha anche un significato che potrebbe risultare, se non proprio offensivo, almeno un po' irritante per molti concittadini, e abbia fatto finta che il significato corrente dalle sue parti sia soltanto quello di "persona scaltra".
Quando ho spiegato ad alcuni giovani l'ambivalenza di significato, quelli di loro che provengono dalle regioni del Sud non mi sono sembrati molto contenti.

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bubu7
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Intervento di bubu7 » ven, 23 mar 2007 17:19

Riporto una citazione tratta da E. Ferrero - Dizionario storico dei gerghi italiani (Dal Quattrocento a oggi), 1991, alla voce gabibbo:
Individuo nato nell'Italia del Sud, meridionale; per estensione, primitivo, selvaggio (Genova); probabilmente dall'arabo habib, felice, amico, caro (M. Dolcino - E parolle do gatto, Genova 1977).
La lingua è un guado attraverso il fiume del tempo. Essa ci conduce alla dimora dei nostri antenati.
V. M. Illič-Svitič

CarloB
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Intervento di CarloB » dom, 01 apr 2007 23:59

Grazie, caro Bubu7.
Non ho consultato il libro di Dolcino, che conferma in parte quello che sostenevo. In parte, perché l'uso di gabibbo per primitivo, selvaggio mi era del tutto ignoto.
Aggiungo che gabibbo per meridionale l'ho sempre sentito usare in tono più scherzoso che offensivo, come bauscia per milanese. «Sei proprio un gabibbo!». «Non fare il bauscia»!
Tutto molto lontano, comunque, dal Gabibbo di Ricci.

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Intervento di bubu7 » lun, 02 apr 2007 10:36

CarloB ha scritto:Grazie, caro Bubu7.
[...]
Aggiungo che gabibbo per meridionale l'ho sempre sentito usare in tono più scherzoso che offensivo...
Prego, caro CarloB. :)
Prendo atto della sua esperienza personale ma le altre definizioni che si accompagnano a meridionale, sotto la voce gabibbo, non mi sembrano molto lusinghiere.

Anche Manlio Cortelazzo, nel volume I dialetti italiani - Dizionario etimologico (1998), scrive:
gabìbu: (ligure), 'uomo scaltro , ed anche malfido', 'sciocco', 'meridionale, terrone'; (veneto e veneto giuliano: cabibo) 'meridionale'.
La lingua è un guado attraverso il fiume del tempo. Essa ci conduce alla dimora dei nostri antenati.
V. M. Illič-Svitič

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Laüstic
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Intervento di Laüstic » sab, 06 mar 2010 22:03

Esordisco con un saluto a tutti essendo questo il mio primo intervento.

Tiro su questa discussione di qualche tempo fa per condividere una riflessione sull'etimo di gabibbo (che io a dire il vero a Genova ho sentito più spesso nella variante non sonorizzata 'cabibbo'); accertata la derivazione dall'arabo habib mi sono sempre chiesto quale fosse la trafila semantica. Il passaggio a cui avevo pensato presuppone che la parola dovesse indicare inizialmente lo straniero o il forestiero (il riferimento all'immigrato meridionale sarebbe una specializzazione successiva) e che la parola araba per 'amico' avesse assunto questo significato forse per il fatto che arabi con cui si veniva a contatto la pronunciassero come formula fissa di cortesia (un po' come capita, e credo sia esperienza comune, con molti venditori africani che ci apostrofano con 'amigo, amigo' e simili). Quindi la parola habib > gabibbo sarebbe passata a indicare senz'altro la persona a cui la parola stessa si sentiva in bocca così spesso e così meccanicamente (quindi lo straniero). Per chiarire ulteriormente: il meccanismo sarebbe lo stesso secondo il quale qualche tempo fa si è diffuso vu' cumpra' per riferirisi ai venditori ambulanti (dubito però che quest'ultimo sia mai stato un conio veramente popolare e non piuttosto una creazione tutta artificiale).
Che vi pare, pura fantasia o può reggere?
Tra l'altro qualcuno conosce un po' di documentazione non moderna del termine (che non è nel Casaccia).

Saluti a tutti

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 » sab, 06 mar 2010 23:44

Non ho nulla di particolare da dire in proposito, mi sembra plausibile; intervengo solo per darle un caloroso benvenuto fra noi. :)
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

michelefurio
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Intervento di michelefurio » dom, 07 mar 2010 1:36

A Trieste, città in cui sono nato e cresciuto, cabibo è senz'altro sinonimo non lusinghiero di meridionale. Essendo pure di padre calabrese, vi lascio immaginare il resto.

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u merlu rucà
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Intervento di u merlu rucà » dom, 07 mar 2010 20:37

Pare che, al momento, non esistano documentazioni storiche prima del novecento.

ippogrifo
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ABERRAZIONI ACUSTICHE & PARONIMIE

Intervento di ippogrifo » mer, 18 set 2013 20:05

Laüstic ha scritto:Tiro su questa discussione di qualche tempo fa per condividere una riflessione sull'etimo di gabibbo (che io a dire il vero a Genova ho sentito più spesso nella variante non sonorizzata 'cabibbo')
A Genova nessuno pronuncia né ha mai pronunciato “cabibbu” . La pronuncia riferita può solo essere l’effetto del primo termine inserito nel titolo. Può accadere benissimo quando si ascoltano una o più parole di una lingua, una parlata che non si padroneggia completamente e di cui, quindi, ci manca la corrispondente rappresentazione mentale fonetica nel lessico interno – che possediamo, invece, per le lingue note - .
Ascoltare non è solo “sentire” , anzi, soprattutto “Riconoscere” … La smetto …
A Genova si dice esclusivamente “gabibbu” .
Il Pellegrini - che lo riporta correttamente come “gabibbu” - lo riferisce come arabismo - “habib” = amico - e può benissimo essere stato così. Si potrebbe paragonare - nell'uso - al lombardo “terun” che, essendo noto e godendo di una fonetica perfettamente compatibile col genovese, viene talora usato, anche se – evidentemente – non si tratta di “vero” genovese. Di “gabibbu” non esistono attestazioni antiche e potrebbe anche essere derivato da qualche altro dialetto. Solitamente gli studiosi fanno riferimento a lingue straniere, ma esistono e sono esistite circolazioni e prestiti anche tra un dialetto e l’altro, il quale, ad esempio, poteva essere quello che aveva mutuato direttamente il vocabolo da una lingua straniera per, poi, trasferirlo ad altre parlate. Non è detto che i genovesi avessero l’esclusiva delle relazioni con i “mondi” di cultura e lingua araba, ma, nel caso del genovese, un arabismo diretto può sembrare plausibile.
La pronuncia – s’è scritto – è “gabibbu” perché … è così … e NON può essere “cabibbu” - inesistente - anche per due altre specifiche motivazioni - ed è qui che interviene l’effetto della paronimia - .
Il parlante genuino, “ingenuo” , che utilizzava il vocabolo, vi “sentiva” – nel suo interno – il dileggio e il disprezzo.
Il dileggio è relativo alle sonorizzazioni – “g”,”b” & “bb” – tipiche delle parlate meridionali e alla geminazione di “b” , fenomeno fonetico anch’esso caratteristico del Meridione ( e non solo ) - “possibbile” , “Robberto” & c. … - . Il “gabibbu” è colui che non sa parlare in modo appropriato, col quale non si può comunicare correttamente. L’esecrato “bàrbaros” … !
Il disprezzo è insito nella “radice” della parola. Il “gabibbu” è colui che gabba - dal verbo “gabâ” = gabbare ( minoritario in genovese rispetto a sinonimi più “gergali” , ma pur esistente ) - , colui che t’inganna e col quale non si possono e non si devono avere rapporti perché non rispetta il codice etico della comunità che l’ha accolto.
Certamente, con molta probabilità può trattarsi di paronimie e non di effettivi etimi, ma le persone che parlavano abitualmente in dialetto non conoscevano la lingua araba e sicuramente non leggevano le opere del Pellegrini. Se un vecchietto dà irosamente di “gabibbu” a una persona, implica quanto ho scritto e non prende certamente in considerazione alcun riferimento all’inoffensivo pupazzo televisivo. Forse, almeno in questo, aveva ragione Heidegger: non è tanto e/o solo l’uomo che parla, ma è proprio il tipo di linguaggio adottato che parla in lui. In parole povere, se si adotta un certo tipo di dialetto o lingua - e ciò vale (a maggior ragione) per i vocaboli “gergali”- non si possono , poi, prendere le distanze dai campi semantici che – per etimo o paronimie o incrostazioni storiche – il vocabolo stesso veicola. Al di fuori di Genova – o della Liguria – si può benissimo sorridere di un termine che appare e suona buffo, ma in città , a fronte di una società che ci si prospetta - inevitabilmente (che ci piaccia o no) - come multiculturale, potrebbe risultare opportuno affidare il vocabolo all’elucubrazioni degli eruditi.

domna charola
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Intervento di domna charola » gio, 19 set 2013 11:29

Nella versione con la c - Cabibbo - è anche un cognome, diffuso in Italia meridionale. Sulle pagine bianche, su 131 presenze 75 sono in provincia di ragusa, 18 in provincia di Catania; Roma arriva a 8, mentre sporadiche segnalazioni si hanno in numerose province del centro e singole comparse al Nord.
Sarebbe interessante indagare sull'origine del cognome, e vedere se è la medesima del termine dialettale.

Da piccola - in tempi largamente non sospetti - comunque ricordo che i nonni che mi hanno cresciuto usavano il termine in senso bonariamente dispregiativo.
La nonna di Venezia mi diceva "ti xe un cabibo", con una sfumatura difficilmente definibile, però io da bambina mi immaginavo che il "cabibbo" fosse una specie di scimmia, il che dà l'idea del tono e del senso con cui era detto.
Il nonno di Catania invece parlava, in buon italiano, di "essere come i cabibbi" e chiaramente si riferiva a qualcosa come una popolazione nordafricana (ricordo per associazione con cartoline delle ex-colonie che giravano nei cassetti di casa).
Il tutto si svolgeva nella casa di Sanremo, però ho sempre avuto l'impressione che fosse un termine loro, fra l'altro con sfumatura di significato diversa, e non un qualcosa di preso in loco.
Le compagne di scuola alle elementari infatti non capivano il termine.

Carnby
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Intervento di Carnby » gio, 19 set 2013 12:56

domna charola ha scritto:Sarebbe interessante indagare sull'origine del cognome, e vedere se è la medesima del termine dialettale.
Cabibbo è un cognome israelitico, di tradizione sefarditica, introdotto in Italia da popolazioni ebraiche provenienti dal bacino del Mediterraneo (cfr. De Felice, Dizionario dei cognomi d'Italia); l'etimo è l'arabo ḥabīb "caro, amato, amico".

ippogrifo
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MALTA

Intervento di ippogrifo » gio, 19 set 2013 15:52

Infatti, a Malta - dove la lingua locale è di origine semitica (nel caso di Malta araba anziché ebraica), anche se con forti influssi lessicali italiani (o, meglio, siciliani) - amico si dice "habib". Oltre a "friend", ovviamente. :wink:

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Animo Grato
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Intervento di Animo Grato » gio, 19 set 2013 16:28

Mi spiace portare una nota di trivialità in questo filone, ma mi è venuto in mente che qualche anno fa un certo tipo di stampa aveva dato un considerevole rilievo al fenomeno del cosiddetto habibi ("amor mio"), il cicisbeo/gigolò a caccia di (o cacciato da?) generose turiste occidentali (italiane in primis) in località come Sharm el-Sheikh. Non so nulla di arabo e lingue semitiche in generale, ma la parola è sostanzialmente la stessa.
Certo, mi fa sorridere immaginare delle languide signore che si struggono per un rubicondo pupazzo dalle forme non proprio apollinee! :D
«Ed elli avea del cool fatto trombetta». Anonimo del Trecento su Miles Davis
«E non piegherò certo il mio italiano a mere (e francamente discutibili) convenienze sociali». Infarinato
«Prima l'italiano!»

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