«Il topo[lino]»

Spazio di discussione su prestiti e forestierismi

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fabbe
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Intervento di fabbe » mer, 21 giu 2006 9:00

Io non sono d'accordo con lei (Bue) su questo punto, ma non importa. Tutti hanno le loro opinioni.

fabbe
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Intervento di fabbe » mer, 21 giu 2006 9:02

arianna ha scritto:Concordo con quanto appena detto da Uri Burton (sempre brillanti i suoi interventi!).

Io per mouse adopero topolino e il contesto non mi richiama mai al topo vero e proprio!
(Eh sì che i topi fanno parte delle mie fobie :wink: ).
Si funziona benissimo, anzi direi quasi che è accolto spesso con simpatia.

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 » mer, 21 giu 2006 14:09

Bue ha scritto:Quanto alle metafore animali, avevo pensato anch'io al cane della pistola (ma si dice dog in inglese o chien in francese?)
In francese sí:
Le Petit Robert ha scritto:chien II 2. Pièce coudée de certaines armes à feu qui portait le silex et de nos jours guide le percuteur. Le chien d’un fusil de chasse.
In inglese è hammer o cock (e nessuno pensa al pisello ;)).

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Federico
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Re: Barrel

Intervento di Federico » mer, 21 giu 2006 14:46

Bue ha scritto:Ripeto per l'ennesima volta che dal mio punto di vista fa molta più violenza alla lingua introdurvi un'analogia estranea che una parola straniera usata come parola nuova per indicare un oggetto nuovo.
Parole sacrosante, anche se non bisogna esagerare rifiutando a priori lo strumento del calco, pratica che mi sembra perfettamente normale e naturalissima.
Ma soprattutto non bisogna sfociare in eccessive astrazioni. Ha senso fino a un certo punto parlare di violenza fatta a una lingua: piú logico parlare di violenza fatta al singolo parlante. Quello che voglio dire è che il singolo individuo può benissimo, ad esempio, chiamare topolino il mouse anche se questa potrebbe essere una forzatura: quello che non si può fare è imporlo (o vietarlo) a tutta la comunità dei parlanti. Ma nessuno qui pretende nulla di simile.

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Marco1971
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Re: Barrel

Intervento di Marco1971 » mer, 21 giu 2006 15:49

Federico ha scritto:Parole sacrosante, anche se non bisogna esagerare rifiutando a priori lo strumento del calco, pratica che mi sembra perfettamente normale e naturalissima.
Sí, e nel caso in esame si crea un parallelismo con le altre lingue neolatine.

Raffaele Ruberto
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Intervento di Raffaele Ruberto » ven, 23 giu 2006 0:47

Topolino per mouse? Era ora, anche se e' solo l'inizio.
Vorrei far notare che in inglese "manager" deriva dal verbo "manage" che a sua volta deriva dall'italiano "maneggiare", allargandone il significato e quindi l'uso.

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Federico
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Intervento di Federico » ven, 23 giu 2006 1:18

Per cui dovremmo chiamare i manager maneggiatori, o meglio ancora maneggioni! Ma sí, bando all'ipocrisia! Però non sono mica tutti cosí...

P.s.: è un po' che non la si vedeva, Raffaele: temevo che non sarebbe tornato piú.

Raffaele Ruberto
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Intervento di Raffaele Ruberto » ven, 23 giu 2006 1:41

Verissimo, maneggiatori ma non maneggioni. Ma direttori andrebbe benissimo. Mi viene da ridere quando vedo top manager usato per direttore generale in italiano. Chissa' che direbbe Gates se un italiano lo chamasse top manager

P.S: infatti, per varie ragioni, sono stato lontano dal sito (anche dal mio), ma spero di ritornarci piu' regolarmente.

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Intervento di Federico » ven, 23 giu 2006 8:14

Raffaele Ruberto ha scritto:Chissa' che direbbe Gates se un italiano lo chamasse top manager
Risponderebbe che va in pensione. :D

Comunque non credo che lo chiamerebbero top manager: "l'uomo piú ricco del mondo" è già abbastanza altisonante. :)

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Intervento di promessainfranta » lun, 13 ott 2008 14:58

Non per rinfocolare l'annosa questione :D ; vorrei proporre alla vostra attenzione "mosino". Che cosa ne pensate?

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 » lun, 13 ott 2008 15:25

Se è un tentativo d’adattamento di mouse, non può andar bene. Le uniche possibilità sarebbero mauso e mause (coi relativi diminutivi), e ben sappiamo la sorte riservata a questo tipo d’adattamento in campo informatico...
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 » ven, 23 nov 2012 1:11

Propongo un’alternativa, solo cosí, per gioco, perché si sa bene che si parla ormai non piú di lingua italiana ma di un irrecuperabile profluvio indistinto e quasi indistinguibile. Si potrebbe chiamare muso (e il riferimento al topo sarebbe opacizzato per le signore musofobe non greciste). D’altra parte, si riallaccerebbe all’accezione 2 del Treccani, e agli esempi del GRADIT, il muso del treno, di un’auto, di un missile, oggetti che ricordano la forma dell’aggeggio ormai comune che non ci siamo presi la briga di tradurre.

Ma, come dicevo, è piú per gioco. :)
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

PersOnLine
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Intervento di PersOnLine » ven, 23 nov 2012 2:04

Chissà, forse si risolverà tutto da sé quando, fra vent'anni, non avremmo più quei buffi così sulle nostre scrivanie, e il mouse rimarrà soltanto come una cicatrice rimarginata nella memoria della lingua.

Carnby
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Intervento di Carnby » ven, 23 nov 2012 11:46

PersOnLine ha scritto:Chissà, forse si risolverà tutto da sé quando, fra vent'anni, non avremmo più quei buffi così sulle nostre scrivanie, e il mouse rimarrà soltanto come una cicatrice rimarginata nella memoria della lingua.
Ci sarà il finger touchless screen o qualche altra cosa del genere.

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Zabob
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Intervento di Zabob » mar, 16 apr 2013 20:58

Marco1971 ha scritto:In francese, in portoghese, in spagnolo e in rumeno, mouse è stato tradotto letteralmente (come anche computer) e riveste carattere tecnico: non fa sorridere nessuno.
Mi spiace doverla contraddire ma, in rumeno, questo aggeggio non si chiama șoarece, ma maus*: cfr. anche la Wikipedia in rumeno.

* Peraltro (giustamente) con 's' sorda, non come pronunciamo noi con la sonora.
Oggi com'oggi non si sente dire dieci parole, cinque delle quali non sieno o d'oltremonte o nuove, dando un calcio alle proprie e native. (Fanfani-Arlìa, 1877)

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