Del sociolinguisticamente accettabile

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Marco1971
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Del sociolinguisticamente accettabile

Intervento di Marco1971 »

Apro questo filone affinché chi si sente competente in materia possa esporre, a beneficio di tutti coloro che s’affacciano su questa piazza, noti e ignoti, come si determina l’accettabilità sociolinguistica d’una parola. E prego sin d’ora chi vorrà esprimersi di non restare nelle affermazioni vaghe del tipo «è un fenomeno molto complesso dalle mille propaggini» e di entrare, invece, nel concreto, magari sfruttando le neoformazioni citate altrove e analizzandone l’accettabilità sociolinguistica sul metro di criteri esplicitati.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

Nell’attesa delle dimostrazioni da me richieste mi permetto di citare il giudizio che l’Accademica della Crusca Ornella Castellani Pollidori ha espresso su alcune mie neoformazioni. Ritiene accettabili, fra quelle che menzionavo nella mia lettera, nevepattino, ludomanetta, elle e perfóro; esprime riserve su stendibirilli (proponendo in forma dubitativa spazzabirilli o bocciabirilli); reputa infine un po’ pomposo ampliaseno, per il quale sarebbe stato acconcio tiramisú se non ci fosse il dolce. Per nessuno di questi termini, tuttavia, parla di «sociolinguisticamente inaccettabile», e il suo parere non può certo essere considerato privo d’autorevolezza linguistica.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
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Roberto Crivello
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Intervento di Roberto Crivello »

Per che cosa stanno perfóro e stendibirilli?
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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

Piercing e bowling.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
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Intervento di Roberto Crivello »

Comincerei rifacendomi a quanto già detto decenni fa da Bruno Migliorini sul fatto che l'assimilazione dei forestierismi mediante finale vocalica non è più accettata dalle persone per il fatto che la diffusione della forma scritta fa apparire toscaneggiante o paesana la forma con la vocale finale.

Marco mi risponde che
Nel filone 'Cocktail' Marco1971 ha scritto:Falso, mi dispiace. La finale vocalica non appare strana se viene diffusa. Né mi pare che Bruno abbia mai detto che la finale vocalica sia considerata inaccettabile (se non in certe parole, tipo vèrmutte, ecc., in cui si raddoppia la consonante).

Qui bisogna ricordare che la terminazione vocalica o consonantica non ha alcun impatto sociolinguistico. Gl’italiani considerano accettabile quello che gli propinano i mèdia; è cosí, e bisogna rendersene conto. Va bene tutto, basta che sia detto per televisione.
al che ribatto:
Deve rovesciare la sua affermazione e tutto le si chiarirà: la finale vocalica non si diffonde perché appare strana. Ed è falso che Migliorini parlasse solo del raddoppiamento consonantico; ha scritto per esempio
In La lingua italiana nel Novecento Bruno Migliorini ha scritto:Golf resta straniero, perché non si osa farne golfe, mentre golfetto e golfino non urtano.
Lasci perdere i media, per lei sono la causa di tutto. Invece stiamo parlando del fatto che la diffusione della forma scritta blocca l'adattamento come si faceva una volta con bistecca o lanzichenecco.
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bubu7
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Ludomanetta per joystick: analisi sociolinguistica

Intervento di bubu7 »

Ludomanetta per joystick: analisi sociolinguistica.

Riporto la definizione di joystick dal GRADIT:
«Esotismo dall'inglese e termine tecnico-specialistico del settore informatico; in un elaboratore elettronico, dispositivo, munito di una cloche, con cui si controlla il movimento delle immagini sullo schermo, usato specialmente nei videogiochi».

Si tratta quindi di un apparato che ha due ambiti sociali d'elezione: il campo tecnico-informatico e il campo giovanile.

Nel campo informatico non è molto diffuso, lo si ritrova solo in applicazioni di alta tecnologia dove le persone conoscono molto bene l'inglese e sono costrette a parlare inglese perché le conoscenze di queste tecnologie hanno una diffusione planetaria.
In campo giovanile è invece molto diffuso, ed essendo uno strumento di giochi che rubano molto tempo, azzarderei l'affermazione che è diffuso soprattutto tra i ragazzi non particolarmente secchioni.

Il campo tecnico-informatico è uno dei campi che accoglie con più facilità i forestierismi crudi, è abituato a fare ciò e considera l'uso degli anglicismi un mezzo per distinguersi socialmente.

Il secondo, quello giovanile, non ha, per motivi oggettivi, una cultura molto profonda.

Il confisso ludo- è presente in soli sette termini (di questi, il più diffuso mi sembra ludoteca, che scommetto sia un termine oscuro, nel suo significato, alla maggior parte delle persone). Esso deriva da un termine, ludo, che non è molto diffuso ed è marcato, nell'accezione che c'interessa, come letterario (il GRADIT spiega la marca d'uso: "vocabolo di uso solo letterario, noto a chi ha più dimestichezza con i classici della nostra letteratura").
Proviene quindi da un campo lontano mille miglia sia dagli ambiti tecnici di cui stiamo parlando sia dal linguaggio comune, da quel linguaggio cioè comprensibile a persone di cultura non profonda, come sono i giovanissimi.

Manetta, in italiano, non è usato come confisso. Quindi una novità.
Il termine poi ha due significati principali. Quello che purtroppo si ascolta quotidianamente è relativo all'oggetto che si mette al polso dei prigionieri. Il termine è anche usato per indicare il rubinetto che regola il flusso in una conduttura (ma in quest'ultimo caso si tratta di un geosinonimo, non proprio un regionalismo in senso stretto, che condivide con rubinetto e manopola la definizione dell'oggetto). Lontano quindi, per forma e funzione, dalla manopola del joystick. Infine, nel linguaggio giovanile (dove principalmente vorremmo diffondere il termine) è diffusa la locuzione a manetta che, nel gergo giovanile, significa a tutta velocità, a tutto gas.

Nessuno dei due elementi che formano la parola ha il minimo appiglio con gli ambiti sociali dove si pretenderebbe di diffonderla.

Ludomanetta (solo al plurale, le ludomanette) avrebbe potuto essere un termine sociolinguisticamente accettabile solo se fosse stato usato, in uno dei suoi romanzi, da Gabriele D'Annunzio, a indicare uno strumento dei suoi giochi sado-maso.
La lingua è un guado attraverso il fiume del tempo. Essa ci conduce alla dimora dei nostri antenati.
V. M. Illič-Svitič
Uri Burton
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Re: Ludomanetta per joystick: analisi sociolinguistica

Intervento di Uri Burton »

Chissà però se questi informatici che sanno l’inglese così bene sanno anche che joystick vuol dire pure, oltre a leva di comando dell’aeroplano, 1) pene, 2) spinello e 3) pipa per fumare l’oppio.
Uri Burton
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bubu7
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Intervento di bubu7 »

Giusto, Uri, "molto bene" è eccessivo. Diciamo che lo conoscono a sufficienza per farsi capire e che però ci tengono molto a far sapere che lo conoscono molto bene. :)
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V. M. Illič-Svitič
Ladim
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Intervento di Ladim »

Con «sociolinguisticamente accettabile» non intenderei un'analisi 'limitata' alla preesistente configurazione d'uso degli elementi lessicali (analisi comunque ben portata e, sotto un certo punto di vista, utile); quanto forse un 'parere' sulla più o meno resistenza all'uso di una parola da parte dei parlanti (e qui il consueto si alterna all'inconsueto: certe parole vincono perché sentite familiari, altre perché sentite estranee – il contesto sociale e l'ambito d'uso, nonché il legame tra segno e denotato concorrono a definire un principio ordinatore comunque polivalente). Sicché, le considerazioni di Bubu7 possono essere condivise, un po' meno alcune delle sue argomentazioni [gentile Bubu7, spero vorrà perdonarmi il ruolo impostomi dalle mie opinioni]: dire che «ludo-» è poco diffuso, e per questo poco spendibile, mi pare un'affermazione debolmente sorvegliata (ché altrimenti gli stessi anglismi esordienti non attecchirebbero come attecchiscono). All'opposto, l'uso diffuso ed espressivo di «manetta», per i giovani, non costituirebbe un vero e proprio ostacolo; lo stesso direi per l'eterogeneità compositiva – del resto è inimmaginabile postulare, onomaturgicamente, una qualche forma di aseità neologistica: è sempre in questione, io credo, un certo aspetto estetico, implicato socialmente e culturalmente. Semmai, come sottolinea Uri Burton, resta un compito arduo definire un termine che possa assumere un valore espressivistico (anche indipendente, non necessariamente disfemico) solo dopo aver conosciuto un percorso normalizzato e serenamente denotato – il processo contrario è già meno probabile (e qui Bubu7 avrebbe le sue buone ragioni: i 'tecnici' potrebbero adottare un termine accettato dai 'giovani'?! – l'inglese, per noi, diversamente dall'italiano, pone sullo stesso piano tecnici, giovani, banchieri e commercianti... anche se poi le 'intenzioni sociolinguistiche' divergono enormemente).
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bubu7
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Intervento di bubu7 »

Ladim ha scritto: Sicché, le considerazioni di Bubu7 possono essere condivise, un po' meno alcune delle sue argomentazioni [gentile Bubu7, spero vorrà perdonarmi il ruolo impostomi dalle mie opinioni]: dire che «ludo-» è poco diffuso, e per questo poco spendibile, mi pare un'affermazione debolmente sorvegliata (ché altrimenti gli stessi anglismi esordienti non attecchirebbero come attecchiscono).
Grazie, Ladim, del suo intervento. È sempre un piacere leggere le sue riflessioni.
Solo una piccola difesa delle mie affermazioni su ludo-. È vero che la scarsa diffusione è condivisa dagli anglicismi. Ma l'accettabilità sociolinguistica è un fenomeno molto complesso dalle mille propaggini. L'anglicismo viene sostenuto nella sua diffusione da un insieme di fattori (creazione dell'oggetto denominato, potenza culturale e economica...) che non sostengono il nostro traducente. Quest'ultimo dovrà trovare la forza per cercare di soppiantare il forestierismo da qualche altra parte. Proporre nel traducente l'uso di affissi poco diffusi nella varietà linguistica in cui vorremmo diffonderlo aumenta la reticenza del parlante all'accettazione del termine. Questa reticenza si somma a quella legata all'accettazione di un qualsiasi neologismo e si somma alla difficoltà derivante dal fatto che questo neologismo dovrebbe sostituire un termine preesistente, seppur ostico come joystick. Questi sono alcuni dei fattori che azzerano, a mio parere, le già scarse probabilità che il termine venga accettato come sostituto.

Riguardo all'osservazione di Uri aggiungo, ma tutti noi già lo sappiamo, che un prestito entra in una lingua in un'accezione particolare. Poco importano le eventuali altre accezioni nella lingua d'origine. Nella nuova sede esso potrà, eventualmente, ampliare il suo campo semantico non necessariamente nelle stesse direzioni del suo antenato.
La lingua è un guado attraverso il fiume del tempo. Essa ci conduce alla dimora dei nostri antenati.
V. M. Illič-Svitič
Ladim
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Intervento di Ladim »

Aggiungo due righe. Il ragionare intorno a un 'sostituto' vorrebbe, io credo, escludere quegli aspetti che investono la diffusione di una nuova forma. Si è nel giusto (leggo in altri interventi) quando, pensando alla nostra lingua, si parla del ruolo dei media (specie della televisione): le 'nostre' proposte, con una presunzione ad ogni modo amabile, punterebbero allora a delineare l'ipotesi di un'alternativa cui i 'divulgatori', i 'comunicatori', i 'giornalisti' etc., in rosea prospettiva, potrebbero attingere per risciacquare il proprio eloquio (il dato, ovviamente, è la coscienza, linguistica e no, di chi parla – ma su questo siamo tutti d'accordo, mi pare). Questa è un'operazione in vitro che si interroga sulla legittimità dei propri esiti, pur ignorando deliberatamente alcune doverose premesse sociali e culturali...
Uri Burton
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INCULTURA

Intervento di Uri Burton »

bubu7 ha scritto:Riguardo all'osservazione di Uri aggiungo, ma tutti noi già lo sappiamo, che un prestito entra in una lingua in un'accezione particolare. Poco importano le eventuali altre accezioni nella lingua d'origine. Nella nuova sede esso potrà, eventualmente, ampliare il suo campo semantico non necessariamente nelle stesse direzioni del suo antenato.
E questa vecchia storia, questa diffusione che nasce e si consolida per incultura, giustificherebbe il sussiego di chi adopera a tutto spiano gli anglismi senza dominare l’inglese – e per soprammercato con «poche idee ma confuse» sulle società e le istituzioni anglosassoni – verso quell’individuo «casereccio» che rispolvera parole e modi di dire italiani?
Uri Burton
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Intervento di Marco1971 »

Roberto Crivello ha scritto:Ed è falso che Migliorini parlasse solo del raddoppiamento consonantico...
Errore di lettura: non ho detto che parlasse solo di questo.
bubu7 ha scritto:Manetta, in italiano, non è usato come confisso. Quindi una novità.
E per creare una parola ci si deve per forza avvalere solo di confissi?
bubu7 ha scritto: Infine, nel linguaggio giovanile (dove principalmente vorremmo diffondere il termine) è diffusa la locuzione a manetta che, nel gergo giovanile, significa a tutta velocità, a tutto gas.
E proprio quest’espressione deporrebbe a favore della mia proposta presso il giovane pubblico: la ludomanetta è infatti adoperata spesso in videogiochi in cui si seguono percorsi a tutta velocità. Inoltre ludo- non mi pare oscuro, e stenterei a credere che un giovane appassionato di videogiochi non conosca né ludoteca né l’aggettivo ludico. In definitiva, tutte le nostre considerazioni sono ipotesi e per dare un valido giudizio sull’accettabilità del termine bisognerebbe interrogare appunto chi di quest’aggeggio fa un uso quotidiano.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
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Intervento di bubu7 »

Uri Burton ha scritto: E questa vecchia storia, questa diffusione che nasce e si consolida per incultura...
Teniamo presente, caro Uri, che questa non è solo una vecchia storia ma la storia del prestito, sia esso crudo o più o meno adattato, in qualsiasi lingua e in qualsiasi periodo.

Uri Burton ha scritto:...giustificherebbe il sussiego di chi adopera a tutto spiano gli anglismi senza dominare l’inglese – e per soprammercato con «poche idee ma confuse» sulle società e le istituzioni anglosassoni – verso quell’individuo «casereccio» che rispolvera parole e modi di dire italiani?
No, non lo giustifica, ovviamente, ma lo può spiegare. Questo però dovrebbe essere il nostro primo obiettivo, se vogliamo avere più probabilità di modificare la situazione.
Per questo non è ammissibile (e con questo rispondo al buon Ladim) che si escludano deliberatamente (ma sulla coscienza di queste esclusioni mi permetto di avere, in molti casi, dei dubbi) alcune doverose premesse sociali e culturali.
Ladim ha scritto:Il ragionare intorno a un 'sostituto' vorrebbe, io credo, escludere quegli aspetti che investono la diffusione di una nuova forma.
Non penso però che questa esclusione sia giusta.
Avrebbe ragione in parte, ché sempre di nuova accezione di un termine si tratterebbe, se il sostituto fosse un termine corrente o una locuzione costruita con termini correnti
(di questo tipo di sostituti vi sono molti esempi nella lista, sono la maggior parte; essi non soffrono di questa censura sociolinguistica di cui parliamo, anche se rimangono ancora per essi notevoli ostacoli sempre di natura sociolinguistica).
Ma quando si reintroducono termini desueti o, a maggior ragione, quando si conia un nuovo termine e soprattutto, direi a ragione ancora maggiore, quando gli elementi costitutivi di questo nuovo termine sono distanti dai settori in cui vogliamo inserire il neologismo, prendere in considerazione gli aspetti che influenzano la diffusione di una nuova forma è, secondo me, indispensabile.
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Intervento di Ladim »

bubu7 ha scritto:Non penso però che questa esclusione sia giusta.
Non 'giusto' o 'sbagliato': è un fatto di metodo. Non è possibile immaginare un sostituto pensando ai relativi canali di diffusione (la cultura di riferimento, i mezzi di divulgazione etc., tutti aspetti alieni alla morfologia). Se vogliamo auspicare la sostituzione di un anglismo, dobbiamo incominciare a immaginarne un corrispettivo nostrale, tenendo conto di quei fattori sì sociali e culturali che possono indirizzare opportunamente la nostra creatività (espressività per i giovani, un blasone dotto, oppure meccanicamente trasparente per i tecnici etc.), ma escludendo, ad esempio, gli elementi orbitanti intorno alla forza extralinguistica dell'inglese (la cultura dominante), ché altrimenti bisognerebbe pensare soltanto a irreggimentare la culturalizzazione della nostra lingua (e allora i sostituti verrebbero spontanei, come un tempo – qualcuno mi raccontava che, recentemente, un presentatore televisivo avrebbe detto «sex simbolo» per sex simbol, sortendo l'effetto di vedersi fugacemente dileggiato... quando il dileggio potrebbe 'anche' gravare sulla forma barbara).

E l'interrogazione dei parlanti sarebbe un buon metodo.
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