«Arèmme»

Spazio di discussione su questioni di carattere morfologico

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Marco1971
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«Arèmme»

Intervento di Marco1971 »

Il Tommaseo-Bellini ha scritto:AREMME, e AREM e AREME (in un trad. vivente). [T.] S. m. Luogo dove il Sultano e i Turchi più ricchi tengono le loro donne. In Nahum profeta è una voce ebr. di suono sim. denotante il Palazzo e il Recinto per donne. Dalla radice Ar, Costruzione alta in gen. arab. e turc. [T.] Donna destinata all’aremme. – Le voluttà, Le noje, I raggiri dell’aremme.

2. Le donne rinchiuse. [T.] Il novello Sultano scioglie l’aremme; non ritiene che le madri dei principi. Poi lo rifà
Plur. [T.] Aremmi, e un trad. vivente: Aremi.

3. D’altri che di Turchi, dicesi fam., ha l’aremme, di Chi ha a’ suoi piaceri più donne, anco che non le tenga insieme, e non pensi a mantenerle.
La usò, naturalmente, quel cultore della lingua che fu D’Annunzio (tre occorrenze nelle sue opere presenti nella LIZ[a]) – ricordo che, sempre seguendo il gusto dell’estetica che gli era proprio, adoperò anche i bellissimi zènito e azzimutto.

Che faceva egli sul tappeto d’aremme ove la voluttà pareva regolata dal flauto di Amar? (Forse che sí, forse che no)

E gioisco e patisco di lei più misteriosamente che s’ella fosse nel mio letto ignuda o sopra i miei cuscini d’aremme seminuda. (Pagine del Libro segreto)

...ne li atrii de l’Arèmme mormoravano
sommesse le fontane,
de l’Atar-gul fuggivano per l’aria
via le fragranze arcane...
(Primo vere)

In Rovani troviamo la forma aremi:

E come amava l’arte, così prediligeva la beltà femminile, nella stima della quale poteva sostenere la discussione con un intero corpo d’artisti accademici; e la giudicava anche di sotto alle dubbie apparenze del colpo d’occhio d’un trafficante di schiave, commissionario d’aremi; o come un mercante di puledre, estimatore infallibile d’incollature e terga e fianchi e popliti e garretti. (Cento anni)

Certo, lo so, oggi la filologia è di tutti, dal direttore di banca all’operatore ecologico, e si preferisce hàrem. Solo che, se si facesse vera filologia, allora bisognerebbe dire harèm.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

Fausto Raso
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Intervento di Fausto Raso »

Parole "sante", cortese Marco.
Peccato che il De Mauro, il DISC, il Gabrielli, la Garzantina (tutti in rete) riportino harem, dando "arem" come variante. Il Garzanti, addirittura, dà harèm come non comune.
«Nostra lingua, un giorno tanto in pregio, è ridotta ormai un bastardume» (Carlo Gozzi)
«Musa, tu che sei grande e potente, dall'alto della tua magniloquenza non ci indurre in marronate ma liberaci dalle parole errate»

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bubu7
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Re: «Arèmme»

Intervento di bubu7 »

Marco1971 ha scritto: Certo, lo so, oggi la filologia è di tutti, dal direttore di banca all’operatore ecologico, e si preferisce hàrem. Solo che, se si facesse vera filologia, allora bisognerebbe dire harèm.
Fausto Raso ha scritto:Parole "sante"...
Più che di "parole sante", caro Fausto, si tratta di considerazioni inadeguate.
Qui si sta facendo violenza alla storia della parola. La preferenza per la forma harem non è caratteristica delle categorie professionali riportate da Marco, che hanno scarse occasioni di usare il termine, quanto piuttosto della maggioranza dei letterati del presente e del recente passato.
Anche lo spostamento di accento è un fenomeno consueto nella lingua la quale giustamente rifugge, nella sua evoluzione, da troppo stretti camici etimologici.

Aremme, infine, è ormai solo un idiotismo.
La lingua è un guado attraverso il fiume del tempo. Essa ci conduce alla dimora dei nostri antenati.
V. M. Illič-Svitič

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

bubu7 ha scritto:La preferenza per la forma harem non è caratteristica delle categorie professionali riportate da Marco, che hanno scarse occasioni di usare il termine...
Certo che come fischifiascaro lei non isfigura certo! :D Ma sono convinto che ben aveva inteso le mie parole. :)
bubu7 ha scritto:Anche lo spostamento di accento è un fenomeno consueto nella lingua la quale giustamente rifugge, nella sua evoluzione, da troppo stretti camici etimologici.
Ma che attinenza ha questo con il mio discorso? Tutti sanno di questo fenomeno, che ci ha portati a fégato e simili. Io, invece, piuttosto che «far violenza» alla storia della parola intendevo illustrarne una parte, portando alla conoscenza di chi lo ignorasse l’esistenza della forma arèmme, messa a lemma nel piú grande dizionario italiano dell’Ottocento.

Già che ci siamo, ecco la trattazione del DELI:
harèm, s. m. ‘parte dell’abitazione musulmana riservata alle donne e ai bambini’ (haremme: av. 1764, F. Algarotti; es. piú ant., dei sec. XV-XVII, ha procurato lo Zacc. Ra. 16, 242, 308, registrando le var. arin(o), carame, haram), est. ‘insieme delle donne dell’harem’ (1965, Garz., s.v. arem).

Vc. turca di orig. araba (da harām, propr. ‘proibito’).
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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Intervento di bubu7 »

Marco1971 ha scritto: Certo che come fischifiascaro lei non isfigura certo! :D Ma sono convinto che ben aveva inteso le mie parole. :)
Beh, non escludiamo completamente la possibilità che lei non si sia espresso con chiarezza. :D Per quanto mi riguarda le garantisco la completa assenza di malizia nella mia interpretazione delle sue parole.

Ho solo cercato di replicare alle sue seguenti affermazioni conclusive:
Marco1971 ha scritto: Certo, lo so, oggi la filologia è di tutti, dal direttore di banca all’operatore ecologico, e si preferisce hàrem.
Ho chiarito che la categoria professionale che ha determinato questa preferenza è stata quella dei letterati [moderni].
Marco1971 ha scritto: Solo che, se si facesse vera filologia, allora bisognerebbe dire harèm.
Ho replicato che l’etimologismo non è qualcosa che ci si deve aspettare o auspicare da una lingua: i più vari motivi possono portare alle modifiche più disparate (ma sempre ragionevoli e comprensibili).

Infine ho specificato l’ambito d’uso della variante aremme che non si poteva evincere dal suo intervento.
Marco1971 ha scritto: Io, invece, piuttosto che «far violenza» alla storia della parola intendevo illustrarne una parte, portando alla conoscenza di chi lo ignorasse l’esistenza della forma arèmme, messa a lemma nel piú grande dizionario italiano dell’Ottocento.
Se era solo questo il suo intento allora sì che l’ho frainteso ma in questo caso mi chiedo perché non ha creduto opportuno replicare all’intervento di Fausto che più di me mi sembra aver fraintreso il senso esclusivamente storico delle sue parole.

Grazie, infine, per aver riportato la citazione del DELI. Solo una piccola avvertenza per chi ci legge: l’indicazione univoca della pronuncia harèm, ripresa dal vecchio Zingarelli, non è corretta. Oggi la pronuncia moderna raccomandabile è senz’altro hàrem mentre harèm è pronuncia tradizionale e poco comune.
La lingua è un guado attraverso il fiume del tempo. Essa ci conduce alla dimora dei nostri antenati.
V. M. Illič-Svitič

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

bubu7 ha scritto:Ho chiarito che la categoria professionale che ha determinato questa preferenza è stata quella dei letterati [moderni].
Ne abbiamo le prove? O lo desume dalla nota in calce alla sezione etimologica del Battaglia (‘La lingua letteraria continua a preferire la forma esotica harem.’)? A ogni modo, la preferenza per la grafia coll’acca etimologica dev’essere alquanto recente, perché i dizionari degli anni Sessanta sembrano preferire arem (Garzanti 1965, vol. I del Battaglia – che non riporta alcun esempio di harem), e non escluderei che anche qui, in questa propensione per le grafie esotiche, ci sia lo zampino di inglese e francese.
bubu7 ha scritto:...i più vari motivi possono portare alle modifiche più disparate (ma sempre ragionevoli e comprensibili).
Comprensibili sí, ragionevoli non sempre.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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Intervento di bubu7 »

Marco1971 ha scritto:
bubu7 ha scritto:Ho chiarito che la categoria professionale che ha determinato questa preferenza è stata quella dei letterati [moderni].
Ne abbiamo le prove? O lo desume dalla nota in calce alla sezione etimologica del Battaglia (‘La lingua letteraria continua a preferire la forma esotica harem.’)? A ogni modo, la preferenza per la grafia coll’acca etimologica dev’essere alquanto recente, perché i dizionari degli anni Sessanta sembrano preferire arem (Garzanti 1965, vol. I del Battaglia – che non riporta alcun esempio di harem), e non escluderei che anche qui, in questa propensione per le grafie esotiche, ci sia lo zampino di inglese e francese.
Una nota riportata da un dizionario autorevole come il Battaglia è già una prova; sicuramente più attendibile dell'ipotesi che la grafia possa essersi diffusa ad opera di spazzini e direttori di banca...

Molto probabilmente la maggiore diffusione della forma con l'acca è moderna visto che i dizionari del secolo scorso danno la preferenza alla forma senz'acca (maggiore diffusione, perché nel DELI, come vede anche lei, sono riportati esempi antichi). Ricordiamoci però che i dizionari, soprattutto quelli di ieri (meno i dizionari dichiaratamente controcorrente come quello del Panzini), non fotografano la situazione del momento ma hanno sempre una certa inerzia conservatrice.
Certo, non è esclusa l'influenza esotica, com'è esplicitamente dichiarato dal Battaglia e dal Panzini (1918) stesso, ma l'ipotizzata influenza francese si è verificata con più probabilità sui letterati rispetto ad altre categorie di parlanti.
La lingua è un guado attraverso il fiume del tempo. Essa ci conduce alla dimora dei nostri antenati.
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Intervento di Marco1971 »

bubu7 ha scritto:Una nota riportata da un dizionario autorevole come il Battaglia è già una prova...
Prova del fatto che la forma ricorra nell’attuale letteratura; non prova del fatto che siano stati gli scrittori odierni a decidere di optare per essa. L’affermarsi della grafia etimologica potrebbe anche essere avvenuto attraverso libri di storia e geografia, scolastici o no, ad esempio.
bubu7 ha scritto:...sicuramente più attendibile dell'ipotesi che la grafia possa essersi diffusa ad opera di spazzini e direttori di banca...
Tanto oscura era quella mia frase? Mi stupisco della sua interpretazione letterale... :D
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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Intervento di bubu7 »

Marco1971 ha scritto:
bubu7 ha scritto:Una nota riportata da un dizionario autorevole come il Battaglia è già una prova...
Prova del fatto che la forma ricorra nell’attuale letteratura; non prova del fatto che siano stati gli scrittori odierni a decidere di optare per essa. L’affermarsi della grafia etimologica potrebbe anche essere avvenuto attraverso libri di storia e geografia, scolastici o no, ad esempio.
Non sono d'accordo.
Una nota nella sezione etimologica in cui si afferma che "la lingua letteraria continua a preferire..." secondo me significa che, a dispetto della maggiore diffusione del termine senz'acca, nella lingua letteraria (che non comprende i libri di storia, geografia, scolastici ecc.) i letterati hanno deciso di optare, in maggioranza, per la forma con l'acca.
Marco1971 ha scritto:
bubu7 ha scritto:...sicuramente più attendibile dell'ipotesi che la grafia possa essersi diffusa ad opera di spazzini e direttori di banca...
Tanto oscura era quella mia frase? Mi stupisco della sua interpretazione letterale... :D
La mia interpretazione è che lei si stia riferendo genericamente a categorie di persone lontane dalla frequentazione della nostra letteratura e su questo le ho obiettato.
Se la mia interpretazione non fosse corretta, la pregherei di rendere più esplicito il senso delle sue parole. :)
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Intervento di Marco1971 »

La discussione si sta imbizantinendo (è il caso di dirlo :D), per cui non ritengo opportuno proseguire. Mi perdoni se ho perso ogni interesse per questo filone.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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imbizantire

Intervento di Roberto Crivello »

Secondo me, e lo dico in via del tutto amichevole, un eventuale effetto della coniazione o dell'uso di un verbo come imbizantire sarebbe più efficace e duraturo senza l'aggiunta di note e faccine, che stanno quasi a dire "guardate quanto sono bravo e coraggioso a usare questo verbo". I migliori effetti stilistici sono quelli che non si sottolineano apertamente, lasciando che il lettore li afferri da sé, senza lanciare ammiccamenti.

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Re: imbizantire

Intervento di Marco1971 »

Roberto Crivello ha scritto:Secondo me, e lo dico in via del tutto amichevole, un eventuale effetto della coniazione o dell'uso di un verbo come imbizantire sarebbe più efficace e duraturo senza l'aggiunta di note e faccine, che stanno quasi a dire "guardate quanto sono bravo e coraggioso a usare questo verbo". I migliori effetti stilistici sono quelli che non si sottolineano apertamente, lasciando che il lettore li afferri da sé, senza lanciare ammiccamenti.
Non era un effetto stilistico: l’ho controllato prima di scriverlo (come controllo sempre tutto). È registrato nel GRADIT (1887) e lo usò Carducci, mentre non esiste *imbizantire. Ma ovviamente nessuno perde un’occasione per saltarmi addosso...

Quanto alla faccina, era riferita al fatto che harem e la cultura bizantina sono in qualche modo correlati. Mi scusi se sono stato troppo criptico.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

CarloB
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Intervento di CarloB »

A me pare che la faccina usata da Marco fosse del tutto innocente dei sottintesi ai quali allude Roberto Crivello.
Ma, per prendere la palla al balzo, e magari calciarla in un altro filone, imbizantinire (diventare bizantino) è una bella trovata. E perché non anche imbizantinare (far diventare bizantino, dare una piega bizantina: ad esempio, [a] una discussione)? E bizantineggiare esiste già? (Troppo pigro per controllare sui dizionari a quest'ora: chiedo venia).
Il tutto con buona pace dei bizantinisti, beninteso.

CarloB
Interventi: 444
Iscritto in data: mar, 01 feb 2005 18:23

Intervento di CarloB »

E' evidente che ho scritto quando la risposta di Marco non era ancora comparsa sullo schermo.
Dunque imbizantinire esiste da tempo: non l'avevo verificato; e mi fa piacere che si trovi nel Carducci, cara lettura dei miei verdi anni (ebbene sì: nonostante la sentenza di Sapegno [era lui, vero?] rifiuto di considerarlo "minore").
Dispero a questo punto che anche gli altri vocaboli siano inediti. Scusate.

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

Sí, caro Carlo, bizantineggiare è anche registrato e la prima attestazione risale al 1905. La ringrazio dell’intervento. :)

La penso come lei: imbizantinare sarebbe una formazione del tutto regolare come verbo transitivo, e non è vietato adoperare neoformazioni di questo genere! Pensiamo ai tanti verbi del tipo im-bianc-are, ecc.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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