Instabile o istabile ?

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Moderatore: Cruscanti

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massimo
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Instabile o istabile ?

Intervento di massimo »

Esistono numerose parole che iniziao per ins- in cui la "n" si può omettre ma esiste una regola generale o un modo più giusto dell'altro?

Esempi:

installare - istallare
instaurare - istaurare
instradare - istradare
...
CarloB
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Iscritto in data: mar, 01 feb 2005 18:23

Intervento di CarloB »

Son sobbalzato sulla sedia, pensando di primo acchito che la forma iniziante con in- fosse la regola, per ovvie ragioni etimologiche. Poi ho consultato lo Zingarelli undicesima edizione e scoperto che scrive: instradare o istradare; installare o istallare; instaurare o istaurare.
Però non mi rassegno: a me la forma tradizionale e colta, con l'in- iniziale, pare preferibile. Snobismo? Tradizionalismo?
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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

La variante in in- è quella dòtta, s’intende. In certi casi tuttavia vediamo che l’uso ha stabilito una distinzione: ci si iscrive a un corso, ma una figura geomatrica si inscrive in un cerchio.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
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Black Mamba
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Intervento di Black Mamba »

Credo che la forma in in- sia comunque da preferire.
Al lemma senza n molti dizionari* rimandano a quello in in- per la consultazione della definizione.

È possibile che la variante in is- sia derivata da una difficoltà di pronuncia delle consonanti nst?


*Garzanti Linguistica, De Mauro in linea, DISC, Devoto Oli.
Treccani in linea e Lessico Universale Treccani indicano le versioni senza n come varianti meno comuni di quelle in in-.
Hoc unum scio, me nihil scire.
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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

Vediamo che nelle parole d’uso comune, pur d’origine dòtta, come iscrivere, ispirare, istante, la n è stata tolta per renderle conformi alla genuina fonotassi italiana, che rifugge naturalmente da nessi pluriconsonantici come -nsc-, -nsp-, -nst-, ecc. Ma son parole che rimontano a epoche in cui non ci si peritava di adattare persino i latinismi (rispettivamente 1342, 1667, sec. XIV). Oggi le parole straniere son considerate sacre e intoccabili, secondo una filosofia che, a ben guardare, ha pochissimo di filologico.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
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bubu7
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Intervento di bubu7 »

Black Mamba ha scritto: È possibile che la variante in is- sia derivata da una difficoltà di pronuncia delle consonanti nst?
Certo; come ha spiegato Marco.
Personalmente propendo, nella pronuncia e nella grafia, per le varianti senza n anche se i nostri migliori dizionari di pronuncia raccomandano, più o meno esplicitamente, le varianti con la n.
La lingua è un guado attraverso il fiume del tempo. Essa ci conduce alla dimora dei nostri antenati.
V. M. Illič-Svitič
Bue
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Intervento di Bue »

Marco1971 ha scritto: Ma son parole che rimontano a epoche in cui non ci si peritava di adattare persino i latinismi…
Né ci si peritava, per altro, di adattare (saccheggiare) le costruzioni romane per farne chiese cristiane, o il bronzo del Pantheon per fare le colonne del baldacchino di S.Pietro, eccetera. I tempi cambiano e così le mentalità, e la percezione di ciò che è più o meno violabile.
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bubu7
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Intervento di bubu7 »

Bue ha scritto: I tempi cambiano...
...ma i saccheggi ci sono sempre stati. Pensa solo agli obelischi e a i bottini di guerra...
Questo non significa che non si possano riprovare certi comportamenti (parlo in generale, naturalmente...).
La lingua è un guado attraverso il fiume del tempo. Essa ci conduce alla dimora dei nostri antenati.
V. M. Illič-Svitič
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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

Bue ha scritto:Né ci si peritava, per altro, di adattare (saccheggiare) le costruzioni romane per farne chiese cristiane, o il bronzo del Pantheon per fare le colonne del baldacchino di S.Pietro, eccetera. I tempi cambiano e così le mentalità, e la percezione di ciò che è più o meno violabile.
Non capisco quest’ostinarsi in paragoni strampalati: le parole non sono opere d’arte, sono sequenze foniche che servono alla comunicazione verbale, e in quanto tali si possono riplasmare.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
Bue
Interventi: 866
Iscritto in data: lun, 08 nov 2004 11:20

Intervento di Bue »

Anche il Colosseo, all'epoca in cui veniva usato come cava di marmo, non era considerato un'opera d'arte.

Le parole si possono riplasmare perché non sono opere d'arte? Anche la fonomorfosintassi o come diavolo si chiama dell'italiano - che invece qui si vuole sacra e inviolabile - non è un'opera d'arte, ma un sistema convenzionale che permette la comunicazione (e, anche, la creazione di opere d'arte).

Quel che volevo dire è che la percezione di cosa sia o non sia sacro e inviolabile - in tutte le cose umane - non è oggettiva né assoluta, ma può differire da individuo a individuo e cambiare nel corso della storia; né il fatto che essa cambi è necessariamente indice di deprecabile decadenza dei costumi (o meglio, se vogliamo ricordarlo ancora una volta: sappiamo bene che ogni cambiamento, di qualunque segno e in qualunque campo, è sempre stato visto da una parte della società come sintomo di decadenza e conseguentemente deprecato, generalmente senza alcun effetto sul cambiamento in questione).

Anch'io non capisco un certo ostinarsi, ma - al solito - è quasi certamente inutile rimestare le braci di un'ultratrita polemica che va avanti da anni (e anni, e anni).
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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

Bue ha scritto:Anch'io non capisco un certo ostinarsi, ma - al solito - è quasi certamente inutile rimestare le braci di un'ultratrita polemica che va avanti da anni (e anni, e anni).
...da lei monotonamente e puntualmente riproposta.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
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bubu7
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Intervento di bubu7 »

Caro Bue, l’abbiamo ripetuto tante volte.

Come la lingua non può rimanere cristallizzata così non può privarsi della necessaria dialettica tra conservazione e innovazione: pena la creazione di un organismo artificiale oppure la perdita dei necessari punti di riferimento culturali.
Ben vengano quindi i puristi e i modernisti. L’obiettivo, a mio parere, sarebbe sempre quello di permettere che le scelte di qualsiasi persona siano fondate sulla conoscenza e non sull’ignoranza.
Naturalmente anche quest’ultimo può essere un obiettivo discutibile, come molte convinzioni soggettive…
La lingua è un guado attraverso il fiume del tempo. Essa ci conduce alla dimora dei nostri antenati.
V. M. Illič-Svitič
Bue
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Intervento di Bue »

Marco1971 ha scritto:
Bue ha scritto:Anch'io non capisco un certo ostinarsi, ma - al solito - è quasi certamente inutile rimestare le braci di un'ultratrita polemica che va avanti da anni (e anni, e anni).
...da lei monotonamente e puntualmente riproposta.
Almeno si ode un - sia pur monotono e puntuale - alternarsi di due note diverse, anziché l'ossessiva, martellante (e alienante) ripetizione della stessa.
Avatara utente
Marco1971
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Iscritto in data: gio, 04 nov 2004 12:37

Intervento di Marco1971 »

Basta cosí. Siamo fuori tema.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
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