Il «che» congiunzione omesso
Moderatore: Cruscanti
Il «che» congiunzione omesso
Esemplifico qui alcuni usi storici della mancanza del che congiunzione, riallacciandomi a questo filone. Segnalo il che omesso con il simbolo « _ ».
Eo non credo _ sia quello ch’avia, / lo spirito che porto. (Guido delle Colonne)
Alcuni dissono, _ il detto messer Andrea n’avea avuti fiorini quattromila; e alcuni dissono _ gli furono dati dal Comune di Firenze. (Compagni)
Allor con li occhi vergognosi e bassi, / temendo _ no ’l mio dir li fosse grave, / infino al fiume del parlar mi trassi. (Dante, Inf., 3-80)
Ch’i’ temo _, lasso, no ’l soverchio affanno / distruga ’l cor che triegua non ha mai. (Petrarca)
Li due fratelli... dubitavan forte _ non ser Ciappelletto gl’ingannasse. (Boccaccio)
Perch’io avevo Rinaldo sbandito / quand’io pensai _ tu mi fussi fedele, / a Montalban con lui ti se’ fuggito, / e fatto un uom micidiale e crudele. (Pulci)
Volendo il popolo vivere secondo le leggi, e i potenti comandare a quelle, non è possibile _ càpino insieme. (Machiavelli)
Deh come il signor mio soffra e consente, / _ del suo lacciuol piú forte altri il disarmi? (Della Casa)
Non mi sarebbe neanche stata a sentire, era troppo abituata a vedere tutto dall’alto e le circostanze meschine di cui era intessuta la mia vita era naturale _ le sfuggissero. (Calvino)
Spero [che] bastino questi pochi esempi a dimostrare che è del tutto accettabile omettere il che in quei pochi casi in cui oggi si fa.
P.S. Dopo lo scambio con Decimo, che si può leggere sotto, ho rettificato la posizione dell’omissione negli esempi di Dante e Petrarca.
Eo non credo _ sia quello ch’avia, / lo spirito che porto. (Guido delle Colonne)
Alcuni dissono, _ il detto messer Andrea n’avea avuti fiorini quattromila; e alcuni dissono _ gli furono dati dal Comune di Firenze. (Compagni)
Allor con li occhi vergognosi e bassi, / temendo _ no ’l mio dir li fosse grave, / infino al fiume del parlar mi trassi. (Dante, Inf., 3-80)
Ch’i’ temo _, lasso, no ’l soverchio affanno / distruga ’l cor che triegua non ha mai. (Petrarca)
Li due fratelli... dubitavan forte _ non ser Ciappelletto gl’ingannasse. (Boccaccio)
Perch’io avevo Rinaldo sbandito / quand’io pensai _ tu mi fussi fedele, / a Montalban con lui ti se’ fuggito, / e fatto un uom micidiale e crudele. (Pulci)
Volendo il popolo vivere secondo le leggi, e i potenti comandare a quelle, non è possibile _ càpino insieme. (Machiavelli)
Deh come il signor mio soffra e consente, / _ del suo lacciuol piú forte altri il disarmi? (Della Casa)
Non mi sarebbe neanche stata a sentire, era troppo abituata a vedere tutto dall’alto e le circostanze meschine di cui era intessuta la mia vita era naturale _ le sfuggissero. (Calvino)
Spero [che] bastino questi pochi esempi a dimostrare che è del tutto accettabile omettere il che in quei pochi casi in cui oggi si fa.
P.S. Dopo lo scambio con Decimo, che si può leggere sotto, ho rettificato la posizione dell’omissione negli esempi di Dante e Petrarca.
Ultima modifica di Marco1971 in data lun, 08 feb 2010 0:34, modificato 1 volta in totale.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
E, aggiungerei, a documentare abbastanza bene il dominio della paratassi subordinante (vs. ellissi) nell'italiano classico (che è la prima più 'nobile' trascrizione della nostra lingua)... [seguirebbe il collegamento all'altro filone, quello appunto sulla «paratassi e ipotassi» – ma il rimando ipertestuale è per me impresa non agevole].
- Black Mamba
- Interventi: 95
- Iscritto in data: sab, 13 ott 2007 19:41
Non so se sia corretto inserire il mio intervento in questo filone.
Nel caso non lo fosse, me ne scuso in anticipo.
Quale di queste due proposizioni è da preferire?
"guarda che bravo violinista che è diventato Pietro."
"guarda che bravo violinista è diventato Pietro.
Personalmente preferisco la seconda, perché piú lineare e gradevole nel suono. Ma sospetto che quella corretta sia la prima.
Nel caso non lo fosse, me ne scuso in anticipo.
Quale di queste due proposizioni è da preferire?
"guarda che bravo violinista che è diventato Pietro."
"guarda che bravo violinista è diventato Pietro.
Personalmente preferisco la seconda, perché piú lineare e gradevole nel suono. Ma sospetto che quella corretta sia la prima.
Hoc unum scio, me nihil scire.
Ambo le frasi sono corrette, in uno stile colloquiale, ma anch’io preferisco la seconda, meno pesante. Ecco due esempi:
Un giovane che sa far cosí bene i conti, che bravo procuratore _ sarebbe! (Jacopo Ferretti, librettista di Olivo e Pasquale, opera di Gaetano Donizetti)
Che bravo sbirro che era, Mimi Augello! (Camilleri, La paura di Montalbano)
Il ‘che’ appare invece obbligatorio col solo aggettivo:
Che bravo che sei!
*Che bravo sei!
Un giovane che sa far cosí bene i conti, che bravo procuratore _ sarebbe! (Jacopo Ferretti, librettista di Olivo e Pasquale, opera di Gaetano Donizetti)
Che bravo sbirro che era, Mimi Augello! (Camilleri, La paura di Montalbano)
Il ‘che’ appare invece obbligatorio col solo aggettivo:
Che bravo che sei!
*Che bravo sei!
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
- Black Mamba
- Interventi: 95
- Iscritto in data: sab, 13 ott 2007 19:41
Re: Il «che» congiunzione omesso
Questi due esempi però non sono pertinenti, dacché si tratterebbe della costruzione latineggiante dei verba timendi, colla particella negativa (timeo ne + cong. = ‘temo che’). Ovviamente mi rimetto a maggiori delucidazioni, se dovessi scoprirmi in errore…Marco1971 ha scritto:Allor con li occhi vergognosi e bassi, / temendo no _ ’l mio dir li fosse grave, / infino al fiume del parlar mi trassi. (Dante, Inf., 3-80)
Ch’i’ temo, lasso, no _ ’l soverchio affanno / distruga ’l cor che triegua non ha mai. (Petrarca)
V’ha grand’uopo, a dirlavi con ischiettezza, di restaurar l’Erario nostro, già per somma inopia o sia di voci scelte dal buon Secolo, o sia d’altre voci di novello trovato.
Re: Il «che» congiunzione omesso
Lo dica a Salvatore Battaglia.Decimo ha scritto:Questi due esempi però non sono pertinenti...

Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
Re: Il «che» congiunzione omesso
Comprendo il principio di autorità, ma codesta —di per sé— non è una delucidazione, né per me, né per chiunque altro passi di qui. Aveva proprio ragione il caro professor Fano, quando ci diceva ch’è spesso preferibile essere scrupolosi e inesatti, anziché esatti ma vaghi…Marco1971 ha scritto:Lo dica a Salvatore Battaglia.
V’ha grand’uopo, a dirlavi con ischiettezza, di restaurar l’Erario nostro, già per somma inopia o sia di voci scelte dal buon Secolo, o sia d’altre voci di novello trovato.
In realtà ho sbagliato nel collocare l’omissione del ‘che’: va prima del ‘no’, non dopo. Il fatto che di omissione si tratti è comprovato dagli esempi in cui il ‘che’ è espresso:
...guardo sempre cogli occhi del cuore e sì mi dà pena e tômi tutto bene, però che ove altri à tutto suo desiderio, sempre teme che no ’l perda. (Andrea Cappellano, De Amore)
Egli parla da cattolico, ma io temo che no ’l sia. (Storia letteraria di Sardegna)
...temendo che no si credesse... (Lettere di M. Claudio Tolomei)
...guardo sempre cogli occhi del cuore e sì mi dà pena e tômi tutto bene, però che ove altri à tutto suo desiderio, sempre teme che no ’l perda. (Andrea Cappellano, De Amore)
Egli parla da cattolico, ma io temo che no ’l sia. (Storia letteraria di Sardegna)
...temendo che no si credesse... (Lettere di M. Claudio Tolomei)
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
Ora è tutto piú chiaro. Ho sovrapposto i due costrutti, associando assurdamente a ‘no’ lo stesso valore del ne latino (poco importa che il mio strafalcione sia stato facilitato dall’errore di collocazione del ‘che’).Marco1971 ha scritto:Il fatto che di omissione si tratti è comprovato dagli esempi in cui il ‘che’ è espresso:
Ammetto che avrei dovuto, com’avevo fatto in una prima stesura del messaggio, limitarmi a un «non paiono pertinenti», piuttosto che a un arrogante «non sono». Marco ben conosce il piacere che provo nell’essere corretto e nell’apprendere. Mi sia di lezione per i prossimi interventi!

V’ha grand’uopo, a dirlavi con ischiettezza, di restaurar l’Erario nostro, già per somma inopia o sia di voci scelte dal buon Secolo, o sia d’altre voci di novello trovato.
Ricalco l’esitazione di Decimo, che non avrebbe ragione d’esser petente di troppa venia (e toglierei senz’altro l’«assurdamente»).
La negazione coi [verba] timendi, per le nostre Origini, è costrutto [auspicabilmente] latineggiante (prova ne sarebbe l’eredità italiana, che ha reinterpretato ampiamente l’indole latina, vedendo un pleonasmo là dove era un preciso istituto sintattico).
Nella coscienza di un autore [volgare] che volesse latineggiare, la «soppressione» del «che» e l’uso della negazione era, oltre che un mezzo metrico (in Dante e in Petrarca), un esito qualificante e succedaneo di una più nobile tradizione.
Se il latino subordina spontaneamente col ne appetto alla paura per qualcosa che non si desidera (si veda l’uso virgiliano – il primo che mi viene alla memoria – di vereri, il cui valore originario è «vedere», poi ‘guardare con timore’, accogliendo la struttura tipica dei […] timendi: Ipse… ne me sibi praeferat illa veretur), l’italiano riceve la negazione per omeosi stilistica… spuria:
… temendo di non mostrare la mia vile vita (ancora Dante, Vita Nuova, XXXV)
… dubitava che non lo occidessi con soie mano (cronista anonimo romano del Trecento)
e schietta:
temendo _ no ’l mio dir li fosse grave
Ch’i’ temo _, lasso, no ’l soverchio affanno
Li due fratelli... dubitavan [= temevano] forte _ non ser Ciappelletto gl’ingannasse.
Per queste tre ultime occorrenze, non sarebbe del tutto fuorviante vedere nella negazione un valore sintattico pari a quello del ne latino – il latinismo altro non è che l’aver guardato in latino coll’italiano (e cioè, qui, accogliere la legittima struttura latina, rifunzionalizzando elementi romanzi).
Così il «che» non resterebbe nella penna: non sarebbe nella lingua (per uno sguardo più attento e scrupoloso di quello del Battaglia… che comunque non sba[tta]glia)!
La negazione coi [verba] timendi, per le nostre Origini, è costrutto [auspicabilmente] latineggiante (prova ne sarebbe l’eredità italiana, che ha reinterpretato ampiamente l’indole latina, vedendo un pleonasmo là dove era un preciso istituto sintattico).
Nella coscienza di un autore [volgare] che volesse latineggiare, la «soppressione» del «che» e l’uso della negazione era, oltre che un mezzo metrico (in Dante e in Petrarca), un esito qualificante e succedaneo di una più nobile tradizione.
Se il latino subordina spontaneamente col ne appetto alla paura per qualcosa che non si desidera (si veda l’uso virgiliano – il primo che mi viene alla memoria – di vereri, il cui valore originario è «vedere», poi ‘guardare con timore’, accogliendo la struttura tipica dei […] timendi: Ipse… ne me sibi praeferat illa veretur), l’italiano riceve la negazione per omeosi stilistica… spuria:
… temendo di non mostrare la mia vile vita (ancora Dante, Vita Nuova, XXXV)
… dubitava che non lo occidessi con soie mano (cronista anonimo romano del Trecento)
e schietta:
temendo _ no ’l mio dir li fosse grave
Ch’i’ temo _, lasso, no ’l soverchio affanno
Li due fratelli... dubitavan [= temevano] forte _ non ser Ciappelletto gl’ingannasse.
Per queste tre ultime occorrenze, non sarebbe del tutto fuorviante vedere nella negazione un valore sintattico pari a quello del ne latino – il latinismo altro non è che l’aver guardato in latino coll’italiano (e cioè, qui, accogliere la legittima struttura latina, rifunzionalizzando elementi romanzi).
Così il «che» non resterebbe nella penna: non sarebbe nella lingua (per uno sguardo più attento e scrupoloso di quello del Battaglia… che comunque non sba[tta]glia)!
- u merlu rucà
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