Dizionario dell'economia, della banca e della finanza

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Roberto Crivello
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Dizionario dell'economia, della banca e della finanza

Intervento di Roberto Crivello » mer, 28 giu 2006 5:13

La necessità di consultare questo dizionario per cercarvi il termine private equity ai fini di una traduzione mi ha dato l'occasione di leggere la presentazione di Tommaso Padoa-Schioppa e la premessa dell'autore, Francesco Cesari; le ritengo interessanti, quindi le riporto qui, insieme alla pagina del dizionario con il termine suddetto. Eventuali errori ortografici sono dovuti all'uso dello scanner.

Presentazione
Viene qui presentato, in una versione arricchita, rinnovata e aggiornata, il Dizionario dell’economia, della banca e della finanza in inglese, italiano, francese e tedesco, che l’ISEDI pubblicò nel 1997: uno strumento indispensabile di lavoro e di conoscenza per la sempre più numerosa comunità di studiosi, investitori, intermediari, pubblicisti che opera nel mondo plurinazionale e poliglotta dell’economia e della finanza.

L’utopia di una lingua comune a tutto il genere umano è antica quanto la civiltà: l’idea stessa della perfezione e della verità. Una comune parlata è segno di una comune appartenenza: dà fiducia e ben dispone verso l’altro. Dante concepì, oltre all’ideale di una monarchia universale, quello di una lingua comune. Pur non disperando di riuscire un giorno a riscattarsi dal castigo di Babele, gli uomini hanno continuato a soffrire la molteplicità e, spesso, la confusione delle lingue. Ecco allora l’esercizio di raccogliere le parole, di definirle, ordinarle, classificarle, tradurle da una lingua all’altra.

Sembra sia stato l’umanista aretino Leonardo Bruni a introdurre, agli inizi del Quattrocento, il neologismo traducere, con il quale nelle lingue romanze si indica l’attività del tradurre: la necessità di questo esercizio era dunque avvertita anche in tempi in cui il latino consentiva ancora, almeno ai ceti più colti, una comunicazione pressoché universale.

Nel corso del tempo certe lingue hanno, volta a volta, esercitato sulle altre una sorta di egemonia, nata da una superiore cultura, dalla potenza politica e militare, dalla capacità di innovazione tecnica e scientifica. È accaduto al greco e al latino, delle cui impronte sono ancora disseminati linguaggi di tutte le discipline scientifiche, tecniche e umanistiche: sino a pochi anni fa lo studio del greco antico era richiesto, in Italia, per iscriversi alla Facoltà di Medicina. E poi accaduto per il francese, matrice di tanti neologismi entrati nella lingua italiana negli ultimi due secoli. E accade oggi per l’inglese, veicolo d’elezione in ogni campo, non solo per l’economia e la finanza: ci sono termini, locuzioni, perfino concetti, il cui uso nella forma inglese è talmente consolidato da apparire privi di un corrispondente nelle altre lingue. Se le parole appartengono a un mestiere, a un’arte, a una disciplina, il lessico deve farsi ancor più attento, deve trovare un codice cui tutti possano fare riferimento II linguaggio settoriale, tecnico-scientifico richiede una regola precisa della propria terminologia. Nel linguaggio militare, ma anche in quello dei mercati, che operano per tutte le ventiquattro ore lungo il filo del telefono o sullo schermo telematico, non solo i vocaboli, ma intere frasi sono codificate secondo un preciso «pacchetto d’ordini». Francesco Cesari, l’autore di questo dizionario, ha affrontato il difficile compito del traducere, estendendolo all’arco di quattro lingue e concentrandosi su un segmento di esse che è in costante e rapida evoluzione: ha raccolto, definito, ordinato e tradotto un lessico in espansione magmatica, tanto rapida da lasciare poco tempo a riscontri e verifiche. L’impegno che vi ha profuso è da ammirare per più ragioni: la scelta delle parole e delle locuzioni, l’analisi ampia eppur precisa del contesto in cui sono usate, la definizione nella lingua italiana - chiara e rigorosa a un tempo -, la ricerca della corrispondenza terminologica tra quattro lingue. Sono attività che presuppongono competenza, esperienza, sensibilità, cultura.

L’autore ha operato per molti anni essendone stato il responsabile dei servizi di traduzione nella Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), l’istituzione creata negli anni trenta per amministrare le riparazioni della Germania conseguenti alla prima guerra mondiale e divenuta, soprattutto dopo la seconda, una delle sedi più efficienti della cooperazione fra le banche centrali del mondo. Chi ha frequentato la BRI per anni può dire quanto, nella moderna torre di Basilea che ne è la sede la perizia linguistica, l’arte dei traduttori e degli interpreti, abbiano saputo, all’opposto di Babele, creare un luogo privilegiato della comunicazione e della reciproca comprensione. L’autore è attualmente docente di traduzione economica presso la prestigiosa Ecole de traduction et interprétation dell’Università di Ginevra.

In lunghi anni di residenza all’estero la consapevolezza dei valori della propria lingua può appannarsi o, all’opposto, esasperarsi, trasformandosi in sterile difesa di un'impossibile purezza. La lingua è invece cosa viva, che segue, adattandovi le necessita di coloro che la usano; che subisce contaminazioni; che si altera; che «naturalizza» il vocabolo immigrato così come la società fa con le persone, arricchendo se stessa senza respingere il nuovo venuto.

All’impoverimento del senso di appartenenza nazionale con cui la società e la cultura italiana hanno reagito, per quasi mezzo secolo, alla retorica e all’abuso che di quel senso era stato fatto, non è sfuggita la lingua, l’espressione forse più compiuta di una storia nazionale. A differenza di altri paesi, più consapevoli della propria stona unitaria e del ruolo dello Stato, in Italia la tutela della lingua come quella di altri beni pubblici è lasciata all’iniziativa di singoli, istituzioni o anche persone.

Italiano all’estero, Francesco Cesari ha saputo onorare il suo paese curandone la lingua, coniando o scegliendo per essa i termini adatti a esprimere concetti, prodotti, azioni che, nati in altri luoghi e in altre lingue, erano costretti ancora, nella nostra al corsivo del termine straniero. Con discernimento ed equilibrio ha setacciato il lessico economico-finanziario, delimitandone gli ambiti; con gusto e misura ha compiuto la scelta mai ovvia tra cedimenti anglofili e irrigidimenti puristi; ha, insomma, esercitato con maestria il suo mestiere. E giacché si tratta di un dizionario: mestiere è parola che evoca la passione dell’artigiano nel dare forma al suo oggetto; la perizia accumulata in un lungo tirocinio; la modestia con cui applica il proprio talento per offrire un utensile che, passando di mano in mano, diviene indispensabile e prezioso. Di tutto ciò saranno grati all’autore coloro che useranno questo dizionario.

Tommaso Padoa-Schioppa

Francoforte, marzo 2003
Premessa
Uno degli aspetti caratterizzanti del contesto economico italiano nell’ultimo decennio è stato l’intensificarsi del processo di integrazione internazionale, sia a livello dell’economia reale, sia in campo finanziario. In particolare, l’integrazione finanziaria, unitamente all’innovazione e alla diversificazione degli strumenti e delle tecniche, ha determinato un’accresciuta esigenza conoscitiva a riguardo dei mercati esteri, e soprattutto di quelli degli Stati Uniti e del Regno Unito. Tali mercati permangono il punto di riferimento fondamentale, in considerazione della loro posizione di preminenza sia per quanto concerne il volume e la complessità delle transizioni, sia in termini di capacita innovativa. In questo, come in altri settori dell’economia, il primato dei paesi anglosassoni è rispecchiato dal ruolo di leadership della lingua inglese, con la quale sono inevitabilmente confrontati tutti coloro che, con finalità e in contesti differenti, abbiano ad occuparsi dei vari aspetti dell attività economica. D’altra parte, con la realizzazione dell’Unione economica e monetaria europea si afferma altresì l’esigenza di disporre di strumenti terminologici allargati ad altre importanti lingue europee.

Questo dizionario intende contribuire a soddisfare tale fabbisogno di mezzi lessicografici e informativi mettendo a disposizione degli studiosi e degli operatori economici e finanziari, nonché ai discenti delle scuole superiori e delle università, le conoscenze e l’esperienza professionale acquisiti dall’autore durante un periodo quasi trentennale di attività, dapprima come traduttore, quindi come responsabile dei servizi linguistici della Banca dei regolamenti internazionali di Basilea e infine come consulente linguistico per vane istituzioni internazionali e docente di traduzione economica presso l’Ècole de traduction et interprétation dell Università di Ginevra.

Il dizionario è costituito da una raccolta ampia, ma al tempo stesso selettiva, di termini tecnici economico-finanziari in lingua inglese e dei corrispondenti termini in italiano, francese e tedesco. Numerosi sono anche i concetti di statistica, stante la sempre maggiore importanza assunta da questa disciplina nell’analisi economica. Ciascun lemma è accompagnato da una definizione. Quest’ultima non ha intenti « enciclopedistici », bensì intende soprattutto fornire, in forma volutamente sintetica., le informazioni necessarie a individuare e delimitare l’ambito di applicazione del termine in questione. Sia le voci nelle diverse lingue, sia le corrispondenti definizioni, sono tratte in massima parte da fonti ufficiali, o comunque altamente affidabili.

Il dizionario ha un’impostazione eminentemente macroeconomica., anche se non sono ovviamente trascurati gli aspetti « micro » rilevanti. Uno spazio notevole è dedicato alla politica monetaria, ai sistemi di pagamento, alla vigilanza bancaria, all’economia internazionale e ai mercati finanziari (specie agli strumenti innovativi), in considerazione sia dell’esperienza professionale dell’autore, sia della relativa carenza di raccolte terminologiche in questi ambiti.

Su un piano più strettamente linguistico, e per quanto concerne in particolare la terminologia italiana, l’opera riflette l’intento di attingere al linguaggio economico correntemente in uso nella letteratura specializzata, senza tuttavia accondiscendere in modo acritico alla tendenza a impiegare termini e locuzioni in inglese anche laddove ciò appare ingiustificato, se non addirittura pregiudizievole, ai fini della chiarezza comunicativa. In effetti, se da un lato costituisce uno sterile esercizio di purismo il volere tradurre «a tutti i costi» espressioni in lingua inglese che sono ormai radicate nella pratica italiana o, a maggior ragione, che si riferiscono a concetti o istituti non aventi riscontro nel nostro sistema, dall’altro non può non essere auspicabile uno sforzo nel senso della ricerca del vocabolo italiano allorché questo è in grado di rendere in modo chiaro e preciso la nozione di cui si tratta. Questo criterio, solo apparentemente ovvio, è uno dei principi cui si è fatto coerentemente riferimento nella compilazione del dizionario.

Francesco Cesari
Pagina 467 del dizionario
prime rate
prime rate – tasso attivo minimo – tasso primario
taux de base
Prime Rate – Zinsatz für Kredite an erste Adressen

In senso generale, tasso di interesse applicato dalle banche sui crediti erogati alla clientela di prim’ordine. In Italia, tasso di interesse attivo minimo di riferimento calcolato dall'Associazione bancaria italiana (ABI) come media campionaria dei tassi applicati sui crediti in bianco alla clientela primaria utilizzabili in conto corrente.

principal-agency relationship
relazione mandante-mandatario
relation mandant-mandataire
Verfretungsverhäitnis

Nella teoria dei contratti, relazione che si istituisce allorché un soggetto opera nell'interesse di un altro soggetto, in contropartita di un compenso solitamente monetario.

principal risk
rischio di capitale
risque de principal
Kopitalverlustrisiko

Riferito ad esempio a un investimento finanziario, rischio di perdere l'intero valore di capitale (contrapposto al rischio di mercato associato alle possibili variazioni dei tassi d'interesse), per lo più a causa dell'insolvenza della controparte.

prisoner's dilemma
dilemma del prigioniero
dilemme du prisonnier
Gefangenen-Dilemma

Illustrazione tipica di una situazione di gioco non cooperativo, nella quale la ricerca dell'interesse individuale da parte di ciascun giocatore, in assenza di informazione sulla scelta dell'altro, porta a risultati complessivamente svantaggiosi.

private banking
private banking
private banking
Private Banking

Attività bancaria rivolta soprattutto verso la clientela privata abbiente offrendo, accanto alle operazioni tradizionali, servizi di consulenza e di gestione patrimoniale.

private consumption
consumi privati
consommation privée
private Konsumausgaben

Spesa complessiva per beni di consumo delle famiglie.

private ECUs
ECU privati
Écus privés
private ECU

ECU (European Currency Unit) creati sul mercato (attraverso emissioni di prestiti, costituzione di depositi ecc.), in contrapposizione a quelli che risultavano dalle operazioni di swap con le banche centrali partecipanti allo SME (European Monetary System).

private equity
private equity
private equity - capital-investissement
Private Equity

Attività consistente nel finanziamento del capitale di rischio di imprese di nuova creazione o con buone potenzialità di sviluppo, accompagnato spesso dall'apporto di know-how manageriale, con l'obiettivo di realizzare nel medio periodo plusvalenze latenti.

private limited company (UK)
società a responsabilità limitata

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Intervento di Incarcato » mer, 28 giu 2006 10:39

Si potrebbe tentare assieme di tradurli tutti. :wink:

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Intervento di Federico » mer, 28 giu 2006 13:47

Ma il private equity non è quello esercitato da fondi di investimento gestiti da esperti dirigenti con commissioni salatissime per clienti estremamente danarosi?

A giudicare dalle definizioni trovate con Google, ha a che fare con venture capital e
*merchant bank: banca d'affari; banca d'investimento, banca di credito finanziario, banca mercantile
Si potrebbe sfruttare... :roll:

P.s.: fossero tutti come Padoa Schioppa, i banchieri!

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Intervento di Incarcato » mer, 28 giu 2006 14:43

Quello è il private banking, traducibile per esempio con gestione individuale di portafoglio.

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Intervento di Federico » sab, 26 ago 2006 6:28

Incarcato ha scritto:Quello è il private banking, traducibile per esempio con gestione individuale di portafoglio.
Ho trovato oggi in un giornale (non ricordo quale) la semplicissima espressione fondo chiuso, che mi sembra chiudere definitivamente la questione della traduzione di private equity.

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Intervento di Incarcato » sab, 26 ago 2006 19:38

No, la questione non si può chiudere.
Nella traduzione dei termini tecnici bisogna essere molto accurati, pena la totale inutilità dello sforzo di traduzione.
Non si può tradurre private equity con ‘fondo chiuso’, che ha molte accezioni differenti: un tecnico non assocerebbe mai.

Non vorrei ripetermi, ma i (numerosi) forestierismi da discipline come finanza e informatica — per citarne due — non andrebbero tradotti in blocco, ma solo quelli ormai ben diffusi.

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Intervento di Federico » dom, 27 ago 2006 8:58

Private equity è appunto molto diffuso, e fondo chiuso è un ottimo traducente, anche se non valido per tutte le occasioni, perché mi sembra che renda due caratteristiche di tale tipo di investimento, e cioè che (a quanto ho capito) gli investitori sono una cerchia ristretta di persone danarose che affidano il proprio denaro a un abile finanziere che poi acquisisce quote di aziende non presenti in Borsa (o le ritira dalla Borsa) per farne crescere il valore attraverso un'iniezione di competenze: cioè è chiuso sia l'investimento nel fondo, sia l'investimento del fondo.

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Intervento di Incarcato » dom, 27 ago 2006 13:44

Non occorre essere (troppo) danarosi per partecipare a un fondo chiuso. Quelli cui allude sono una particolare tipologia di fondi chiusi.

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Intervento di Federico » lun, 28 ago 2006 0:28

Se questo è l'unico problema allora siamo a cavallo.

kaesar
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Intervento di kaesar » lun, 04 set 2006 17:53

Federico ha scritto:Private equity è appunto molto diffuso, e fondo chiuso è un ottimo traducente, anche se non valido per tutte le occasioni, perché mi sembra che renda due caratteristiche di tale tipo di investimento, e cioè che (a quanto ho capito) gli investitori sono una cerchia ristretta di persone danarose che affidano il proprio denaro a un abile finanziere che poi acquisisce quote di aziende non presenti in Borsa (o le ritira dalla Borsa) per farne crescere il valore attraverso un'iniezione di competenze: cioè è chiuso sia l'investimento nel fondo, sia l'investimento del fondo.
Fondo chiuso è il traducente di close-end fund.
Fondo aperto di open-end fund.

Fondo di Private Equity allude alla seconda parte di quanto lei diceva: a come viene gestito il fondo e in che cosa investe.
In genere si intende un fondo che investe in partecipazioni, solitamente rilevanti, di aziende, generalmente non quotate.
E' abbastanza naturale confondere questo tipo di fondi con i fondi chiusi in quanto i fondi "aperti" non possono investire in genere i titoli non quotati e pertanto il fondo di Private Equity "classico" è un fondo chiuso.
Tuttavia anche i fondi immobiliari sono devono essere chiusi, ma ovviamente non sono fondi di Private Equity.[/b]

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Federico
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Intervento di Federico » mar, 05 set 2006 23:37

Dunque quel giornalista ha commesso solo una leggerezza? Strano, in genere quelli di CorrierEconomia non sono incompetenti.
Se è semplicemente un'imprecisione, un termine generico, allora mi sembra accettabile, almeno in un contesto non tecnico.

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