«Lupa» (malattia dell’ulivo)

Spazio di discussione dedicato alla storia della lingua italiana, alla sua evoluzione e a questioni etimologiche

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Ligure
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Re: «Lupa» (malattia dell’ulivo)

Intervento di Ligure »

u merlu rucà ha scritto: mar, 07 giu 2022 18:59 Forse l'etimo potrebbe essere dal latino lippus 'cisposo', con labializzazione -i- > -ü-, da cui le forme con ü tipo lüppa. Da un influsso di lupo deriverebbero le forme di tipo luppa.
Non può essere così. Un'ipercorrezione sarebbe stata possibile se nel dialetto vi fosse stato /i/. Ma il fonema /i/ nel dialetto non c'è mai stato in quanto l'evoluzione di lĭppŭ(m) ha comportato /'-e-/. Infatti, a "e lungo" e a "i breve" - in sillaba chiusa - corrisponde /e/, mentre in sillaba aperta, nei dialetti di tipo genovese, s'ebbe il dittongo /ei/.

E dal fonema /e/ - che va già presupposto anche in una fase aurorale romanza proto-ligure (altrimenti, si sarebbe ancora in un contesto di lingua latina!) - non si può ottenere /y/.

In questo caso, infatti, tutto verte sulla transizione dal vocalismo latino - fondato sulla quantità - a quello romanzo - basato su differenze di timbro (che potevano anche raggruppare classi vocaliche precedentemente distinte) -.

Tant'è vero che gli etimologisti indicano léppegu = untume e l'aggettivo leppegûzu = viscido quali derivati locali del latino lĭppŭ(m). Pertanto, come etimo, lĭppŭ(m) risulta già "saturato".

P.S.: per altro, se si consulta il Vocabolario "latino" dell'Aprosio - disponibile in linea - si può verificare che l'autore recepisce "lupatus" e "luposus" a proposito di carni guaste (da "lupo") e "lupum" - neutro - quale "malattia della pelle", collegata alla voce del dialetto "luppa". I riferimenti a "lupo", inoltre, si possono anche riscontrare nel suo Vocabolario ligure, corredato di citazioni e date - esattamente come quello latino -.

P.P.S.: nel dominio semantico i derivati locali di lĭppŭ(m) non oltrepassano l'accezione di fastidio tattile: 'ste puêle sun sempre leppegûze! = queste padelle sono sempre unte/appiccicose! (perché, ad es., non vengono lavate accuratamente) e non giungono mai a indicare una patologia, sia pure vegetale.
Ligure
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Re: «Lupa» (malattia dell’ulivo)

Intervento di Ligure »

u merlu rucà ha scritto: dom, 05 giu 2022 22:30 1) Nel mio dialetto, la (stessa) malattia si chiama luppa.
2) La forma ligure richiede una forma con -pp-, che si può rinvenire nel ...
Nel filone sono stati affrontati - prevalentemente - aspetti etimologici in conseguenza del tipo di quesito posto dal messaggio iniziale di cui ho riportato sopra due affermazioni contrassegnate mediante numeri (che non compaiono nel testo originale e che mi sono permesso d'inserire per semplificare i relativi riferimenti).

Ovviamente, ho provveduto a chiarire che l'enunciato contrassegnato da 2) è errato, illustrando che, nel caso di voci di tradizione non ininterrotta quali, ad es., fratte = frate o surdattu = soldato e infinite altre (letteralmente!) non va affatto ricercato un etimo in /-tt-/. Sarebbe - con tutta evidenza - una sciocchezza!

Non m'ero espresso sul punto 1) - che (solo "apparentemente") sembra accurato -, ma non desidererei incorrere nel peccato d'ignavia.

Evito di scendere nei dettagli e, pur ammettendo in piena consapevolezza, che si tratta d'un'affermazione errata, scrivo che merita - quanto meno - un "premio di consolazione". Perché? In quanto ha il pregio di confutare il "pregiudizio accademico" in base al quale i dialetti settentrionali sarebbero totalmente privi di variabilità della durata consonantica. Ciò, ad es., è certamente vero per i dialetti veneti, ma non può essere affatto generalizzato e durata consonantica lunga - tautosillabica - è usuale, ad es., nei dialetti emiliani. Ma non solo.

Infatti, la maggiore affinità rispetto alle condizioni della lingua italiana si può riscontrare in Liguria, dove la geminazione consonantica etrosillabica - pur diversa da quella della pronuncia neutra - si può riscontrare, ad es., in quasi tutti i dialetti di tipo genovese.

M'ero ripromesso di non entrare in dettagli specifici e non lo farò.

Non discuterò, ad es., se - almeno nell'intenzioni - una scrizione (per altro, sbagliata) quale luppa risulti più adeguata a rappresentare i dialetti intemeli o quelli genovesi, tenendo conto che essa sottintende (del tutto indipendentemente, a volte, dall'esatta consapevolezza di chi l'adopera) l'eterosillabicità della consonante geminata - cioè la distribuzione tra le due sillabe contigue - e una particolare brevità (almeno, rispetto al successivo) del fonema consonantico posto all'esponente.

Prendo una voce più semplice e usuale per chiarire la mia osservazione, cioè "gatta" = gatta e indico le due sillabe. Foneticamente, se s'intende effettuare un confronto coll'italiano in cui si ha - secondo il Canepari - ['gat:ta], occorre una suddivisione in sillabe quale gat-ta. Non certamente gatta! So benissimo che alcuni studiosi scrivono così. Ma non si può sempre "iurare in verba magistri". Se anche un riverito aiatollà mi specificasse che la radice cubica di 27 è 9 non gli presterei alcun'attenzione. Ciò che davvero s'è capito è ciò che s'è capito colla propria testa! Risulta del tutto evidente che la differenza rispetto alla lingua italiana non risiede nella seconda sillaba che, in genovese o in "vernacolo" fiorentino (a meno di differenze specifiche del timbro vocalico), è sempre e soltanto [ta] (né altro potrebbe essere - per quanto concerne il fonema consonantico - almeno finché si abbia una "distribuzione eterosillabica" della consonante geminata), ma nella differenza della durata del [-t] della prima delle due sillabe. Attualmente rappresentabile come ['-t:] nella pronuncia neutra e come ['-t] nel dialetto genovese se si desidera essere molto precisi e segnalare al lettore la presenza d'una consonante ultrabreve. Caratteristica della pronuncia attuale del dialetto, mentre soltanto in persone molto anziane si poteva ancora ascoltare la pronuncia ['gat-ta], ancora più simile a quella fiorentina, ma, per altro, contraddistinta dalla simmetria - nell'eterosillabicità -, dal momento che la pronuncia neutra avrebbe implicato una maggior durata della prima delle due consonanti (esplicitata mediante il ricorso grafico al crono, letteralm. "tempo" - [:] -).

P.S.: si può notare come nessun dialettofono riuscirebbe mai a pronunciare una parola semplicissima quale "gatta" col secondo [t] ultrabreve, esercizio al di là delle "capacità umane" e neppure ne sarebbero capaci gli studiosi che pure s'avvalgono di questa trascrizione. Se s'intende fornire una trascrizione molto accurata della pronuncia del dialetto, occorre far comprendere che il fonema "ultrabreve" è il primo dei due.

P.P.S.: l'esempio dei dialetti liguri, molti dei quali (per quanto non tutti!) conservano ancora la geminazione consonantica etimologica eterosillabica serve a illustrare l'estrema eterogeneità della situazione linguistica settentrionale originale, in cui la Liguria ha conservato quasi tutte le vocali finali di parola e la geminazione, potendo così rappresentare un interessante stadio evolutivo, meritevole di studi e approfondimenti, sebbene ulteriormente superato - nel corso dell'evoluzione storica - negli altri territori.

Tutto quanto finora chiarito vale, ovviamente, soltanto in posizione immediatamente postaccentuale in quanto, nei linguaggi settentrionali - ligure incluso - la durata consonantica non risulta indipendente dalla posizione dell'accento della parola. In tutti questi dialetti, infatti, la geminazione non postaccentuale è andata interamente perduta. Anche in Liguria, all'esito italiano [at'tak:ko] corrisponderebbe, al massimo, [a'takku]. E chi pronunciasse [-tt-] lo farebbe unicamente per influenza della lingua di cultura, ma non si tratterebbe di pronuncia genuina del dialetto locale, mentre la pronuncia dei vecchi era [a'takku], dal momento che [-tt-] poteva appartenere soltanto a una fase aurorale del linguaggio neolatino locale.

Mentre, ad es., la Lunigiana, pur amministrativamente toscana, presenta parlate tradizionali in cui la caratteristica rappresentata dalla geminazione consonantica è andata completamente perduta in tutte le situazioni (e lo stesso vale per il territorio degli effettivi dialetti spezzini - più piccolo rispetto all'estensione della provincia, nella quale si parlano anche dialetti di tipo genovese -).

Per altro, è vero che oltre l'isoglossa la Spezia - Rimini (o "fascio d'isoglosse" o comunque si preferisca definirla) la geminazione fonetica non immediatamente postaccentuale - nelle parlate tradizionali - non si può più riscontrare. Ciò, tuttavia, non implica che non esistano dialetti (anche in Emilia, ad es.) in cui il contrasto fonologico non vada attribuito alla durata consonantica - in questo caso la sola lunghezza tautosillabica - anziché alla quantità vocalica.

Ma è un aspetto che trascende ampiamente la piccola precisazione - qui inclusa - sul trattamento tradizionale dell'eterosillabicità delle consonanti geminate immediatamente postaccentuali nel territorio linguisticamente ligure.

Per altro, i testi italiani di dialettologia continuano ad affermare che i dialetti settentrionali risultano caratterizzati da degeminazione consonantica completa, mentre ciò in generale (eccezion fatta, ad es., per quelli veneti) non è affatto vero, ma rappresenta semplicemente la rappresentazione in modalità dicotomiche - quindi, estremizzata e non corrispondente all'effettiva realtà fonetica (né fonologica) - di un panorama linguistico assai più complesso e sfumato.

Dove gli aspetti di "continuità" con tutto il rimanente dominio linguistico italiano risultano tutt'altro che poco evidenti o scarsamente importanti in confronto con quelli caratterizzati da diversità.

Tuttavia, le considerazioni degli accademici italiani in merito si possono far risalire alla classificazione dell'Ascoli (1829 - 1907) secondo il quale i dialetti gallo-italici (nomenclatura di chiara ispirazione sostratistica come usava all'epoca) non appartengono allo stesso gruppo linguistico del toscano.

Nel 1936 il von Wartburg propose la linea la Spezia - Rimini quale confine tra una "Romània occidentale" e una "Romània orientale" nella quale venne situata l'Italia centro-meridionale.

Negli anni 1967-69 il Lausberg ribadì che la "Romània occidentale" comprende - sotto il profilo linguistico - l'Italia settentrionale fino a un confine che s'estende dalla Spezia a Pesaro.

Tuttavia, non tutte le effettive caratteristiche dei dialetti settentrionali risultano davvero comuni con quelle delle lingue della "Romània occidentale" (che include i territori della penisola iberica e quelle che un tempo furono le Gallie), mentre gli aspetti di effettiva continuità col resto del territorio italiano peninsulare non possono essere "semplicisticamente" ignorati o sottovalutati.

Comunque, la "polarizzazione storica" iniziale che ha informato questi studi è rimasta sempre presente e - nel 1996 - venne anche introdotto il concetto di "Romània settentrionale" (a opera di Gsell), la quale risulterebbe delimitata dai Pirenei e dalla linea la Spezia - Rimini. In essa alle caratteristiche specifiche della "Romània occidentale" (degeminazione e lenizione delle consonanti intervocaliche) si sommerebbero l'apocope delle vocali finali (tranne /a/) - coll'eccezione dei dialetti liguri e di molti dialetti veneti - e il consolidarsi di una "nuova" quantità vocalica fonologicamente distintiva ("QVD" secondo il Loporcaro).

Altri autori - a dire il vero meno seguiti - quali il Monteverdi - 1952 - e il Tagliavini - 1972 - posero i dialetti italiani - congiuntamente col ladino e il sardo - in un gruppo globalmente denominato "italo-romanzo". Tuttavia le differenze vennero sempre maggiormente valorizzate rispetto alle caratteristiche che rivelano "continuità" e, ad es., il Monteverdi osserva che la differenza tra i dialetti settentrionali italiani e gli altri non risulta inferiore a quella che intercorre tra i dialetti provenzali e quelli francesi (separati dalla storia letteraria) né rispetto a quella che si può apprezzare tra dialetti castigliani e portoghesi (distinti a motivo della storia letteraria e di quella politica). Si può, inoltre, osservare, nella corretta prospettiva storica, che Angelo Monteverdi ("Manuale di avviamento agli studi romanzi") scriveva nel 1952, mentre - attualmente - il provenzale non è più parlato, i dialetti del francese - concretamente - non esistono più e le varietà linguistiche gallo-italiche sono, ormai, state ampiamente tralasciate dai loro precedenti locutori in favore dell'italiano locale.
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