Lo stile giornalistico «brillante»

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Ferdinand Bardamu
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Lo stile giornalistico «brillante»

Intervento di Ferdinand Bardamu »

brg ha scritto: lun, 20 giu 2022 19:10
Ferdinand Bardamu ha scritto: lun, 20 giu 2022 11:29 [...] orchestrato nelle storie di Instagram della casa di moda di fronte all’ormai consueto abbuio prima e dopo la sfilata [...]
Non mi piace. Al posto di "di fronte", impiegherei un più comune e meno straniante "attraverso" o "tramite". Qui "blackout" è usato in senso figurato e credo che ci sia di meglio in italiano per rendere lo stesso concetto, ad esempio, che so, "coprifuoco" o "silenzio". Inoltre il "post pre-sfilata" è il tempo tra il "pre-sfilata" e la sfilata stessa. Quindi io direi "orchestrato nelle storie di Instagram della casa di moda, tramite l'ormai consueto silenzio stampa dopo il pre-sfilata".
Si tratta comunque di una lingua ostica ad interpretarsi, perché conta molto di più l'impressione che suscita del significato che intende trasmettere, ma senza impegno.

Ferdinand Bardamu ha scritto: lun, 20 giu 2022 11:29 [...] Come i girocollo portati sulle tenute in nerototale. [...]
"Come i girocollo (stile "Salò o le 120 giornate di Sodoma") portati sugli abiti in nero (stesso stile)". Più semplice.
G. M. ha scritto: dom, 19 giu 2022 21:47 Sì. L'ho scoperto solo di recente (non è il primo testo siffatto che incontro): non immaginavo che si potesse battere l'aziendalese o il gergo della tecnologia. Mi sbagliavo. :shock:
Questo articolo viene da Milano Finanza: è una mostruosa chimera composta di aziendalese, gergo pseudotecnico per pseudointellettuali e parlantina da imbrocco all'aperitivo sui Navigli.
Apro un nuovo filone qui perché mi pare molto interessante approfondire la questione, e ringrazio Brg per le sue considerazioni.

L’articolo citato è un esempio (molto infelice) di stile giornalistico brillante: lo dimostra, oltre che l’uso «esornativo» dell’inglese (qui al parossismo), la commistione fra elementi colti —per esempio l’abusatissimo verso di Quasimodo «Ed è subito sera», riadattato al contesto, oppure climax— e colloquiali (i «bigliettoni», il proverbio «Tutte le strade portano a Roma» riformulato), la punteggiatura che frange il periodo, le frasi nominali, l’uso di metafore cinematografiche («Stacco di camera e la co-lab […] si materializza»).

Com’è stato già osservato qui da G.B., si può notare la presenza di forestierismi quasi suddivisi per strati. Se anglicismi e gallicismi che designano capi d’abbigliamento non hanno, nella mente dell’articolista, alternative italiane, altri anglicismi come yellow cab, so much, subway, spring, stock exchange, wealth, American way of life, coffee-to-go, ecc. sono del tutto gratuiti, e servono soltanto a rendere «brillante» la prosa.

L’effetto che si ottiene cosí facendo, invece, è l’autoparodia: il testo è un guazzabuglio illeggibile, che stucca già dal primo capoverso, e brilla sí, ma di pretenziosità. L’obiettivo mi sembra non già quello d’informare, ma di evocare l’atmosfera della sfilata nella città piú alla moda del mondo, e per farlo si è imboccata una facile scorciatoia, ingleseggiando senza freni.
brg
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Re: Lo stile giornalistico «brillante»

Intervento di brg »

Non credo che la discussione sullo stile "brillante" fosse del tutto fuori luogo nella sezione "forestierismi". Mi pare, infatti, che l'heimat di codesto linguaggio sia l'America settentrionale, patria della cosiddetta "scrittura creativa". Da laggiù, tale linguaggio si è diffuso tramite la cinematografia e gli scrittori popolari di romanzetti ben pubblicizzati.

Tuttavia non ho mai fatto ricerche specifiche sulle origini del fenomeno e sulla sua diffusione in Italia.
Credo però che uno dei primi scrittori "creativi" italiani sia stato Baricco, quindi la mia impressione è che sia una diffusione relativamente recente.

A parte questo, l'uso estenuante di parole straniere, in un esercizio di superficiale erudizione, è più tipicamente italiano. Insomma, quella potrebbe essere "scrittura creativa italiana".
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Ferdinand Bardamu
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Re: Lo stile giornalistico «brillante»

Intervento di Ferdinand Bardamu »

Mah, non credo che sia possibile rintracciare con tanta precisione l’origine di questo stile, che non è necessariamente legato al mondo anglosassone, e non è per forza infarcito —come il testo di cui parliamo— di anglicismi a vanvera.

In un certo senso, poi, anche lo stile di Gadda è brillante, se con questo termine ci riferiamo alla commistione tra «alto» e «basso», tra codici diversi (certamente però Gadda non fu, orrore!, uno «scrittore creativo»).

Ad ogni modo ha ragione nel dire che l’uso di anglicismi esornativi e «nobilitanti» è un fenomeno tutto italiano.
domna charola
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Re: Lo stile giornalistico «brillante»

Intervento di domna charola »

Concordo, gli anglicismi sono fenomeno italiano, secondo me collegato alla scarsa conoscenza media dell'inglese che si ha in Italia, a partire dai politici che dovendo interagire col mondo esterno dovrebbero saper parlare agevolmente più lingue.
Si sopperisce quindi a questa lacuna cercando di mostrare che l'inglese lo si conosce - eccome! - infilando termini captati al volo laddove sembra che possano starci. Mediamente, chi parla e scrive inglese correntemente, usa pochi anglicismi in italiano, ho notato, mentre chi conosce poco la lingua raccatta qua e là dai mezzi di comunicazione quanto viene utilizzato e già lì a sproposito. Salta fuori così l'itanglese, in cui molte definizioni che per il parlante medio fanno "colto", in realtà per gli inglesi vogliono dire tutt'altro, sono incomprensibili o comunque non vengono usate.
brg
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Re: Lo stile giornalistico «brillante»

Intervento di brg »

Ho recentemente letto un paio di articoli di Patrick Lawrence sul "collasso del giornalismo", nei quali le caratteristiche (altro discorso per le cause) di tale rapida decadenza sono descritte in maniera interessante e rilevante per questo filone. Infatti tra queste caratteristiche c'è il rifiuto di riportare pensieri, perlomeno come tali, a favore di sentimenti, impressioni, convinzioni; tra queste caratteristiche c'è l'emergere di giornalisti nuovi come Tina Brown o Thomas Friedman, che è noto per infarcire la propria prosa di aneddoti, metafore, scenette e sentenze.
Insomma il linguaggio giornalistico si fa, o tenta di farsi, immaginifico; come la televisione, cioè, mostra immagini, perlopiù in una maniera che tenta di essere maggiormente evocativa che descrittiva. Ritornano alla mente le parole di Giovanni Sartori: "l’immagine non dà, di per sé, quasi nessuna intelligibilità" e, ancora, "la «forza di veridicità» insita nell'immagine ne rende la menzogna più efficace e quindi più pericolosa". Insomma l'intento immaginifico da una parte rafforza l'immediatezza e la vividezza della narrazione a scopo persuasivo, dall'altra consente di scrivere lungamente senza aver veramente bisogno di dire alcunché. L'articolo da cui è partita questa discussione ne è certamente un esempio, seppur innocuo nel contenuto.

Facendo un po' di ricerca mi sono imbattuto in un interessante articolo di Riccardo Gualdo: "la lingua dei giornali italiani". In tale articolo si menziona un libro di Maurizio Dardano, il quale già nel lontano 1986 aveva descritto un linguaggio giornalistico da lui definito brillante. Si nota che accanto ad un sostanziale impoverimento del linguaggio, sempre più formulare, compare sempre più insistentemente, come osservato anche da Lawrence, il virgolettato, il discorso citato senza rielaborazione. Ciò è un parallelo del servizio televisivo, in cui si mostra una sequela di opinioni, magari inframezzate da qualche immagine evocativa.

Insomma, negli scritti giornalistici il cattivo uso del linguaggio si accompagna ad un contenuto pessimo. Trovo allora appropriato rammentare la tesi di Max Lüthi, secondo cui il linguaggio delle fiabe è un linguaggio che descrive sequenze di scene, senza riportare pensieri, senza fornire contesto, senza cercare profondità. Ecco, il giornalista di oggi si avvicina ad essere un moderno contafole, anche se spesso non è altrettanto divertente, né istruttivo.
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