Sulla pronuncia aperta o chiusa della «e» e della «o» accentate nelle parole di origine greca

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Anaxicrates
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Sulla pronuncia aperta o chiusa della «e» e della «o» accentate nelle parole di origine greca

Intervento di Anaxicrates »

La questione che vi propongo è sicuramente minuta ma nondimeno ha suscitato la mia curiosità.

Normalmente, le parole italiane di derivazione greca antica sono accentate secondo le regole latine (e non greche), onde diciamo Sòcrate e non Socràte.
Mentre italianizzavo i nomi di alcune località minori della Grecia classica, siccome volevo segnalare altresí l'ortotonia, mi sono chiesto in quali casi dovessi usare una ò aperta piuttosto che una ó chiusa, ed inoltre quando una è aperta piuttosto che una é chiusa.
Generalmente, per quanto riguarda le parole derivanti dal latino, l'evoluzione naturale della lingua parlata, in italiano, ha dato questi esiti:
ē, oe → /é/
ĕ, ae → /è/
ō → /ó/
ŏ → /ò/
(tralascio qui di parlare di "u" ed "i" brevi perché andrei fuori tema)
Mi sono dunque chiesto se qualcosa di simile valesse anche per le parole di origine greca. In particolare, mi chiedevo che esito avessero la ò lunga aperta (ω) e la è lunga aperta (η) greche: dovevano essere pronunciate chiuse perché lunghe oppure aperte come nella lingua originale? Inoltre, ho voluto controllare anche le altre casistiche.
Ho cercato numerose parole di origine greca sul mio dizionario e, con stupore, mi sono accorto che sempre (o quasi) l'esito era aperto. Le uniche eccezioni che ho trovate erano dovute all'attrazione di una desinenza italiana chiusa (-óne).
Mi ha stupito specialmente l'esito del falso dittongo greco "ει" (pronuncia greca d'età classica: ē; pronuncia di epoca romana: ī): anch'esso dà esito aperto, come in mouseion → musèo; gynaikeion → ginecèo (curiosamente, invece, la desinenza femminile "-eia" viene solitamente trasposta in italiano secondo la pronuncia piú tarda "-ía": es. autarkeia → autarchía)
Sfogliando le pagine di questo fòro, mi sono reso conto che ciò, con tutta probabilità, sia dovuto all'influenza del "2º sistema fonologico italiano".

È, dunque, giusto affermare che la regola generale, valida per le parole d'origine greca classica, è questa?
η, ε, αι, οι → /è/
ει → /è/ oppure /i/, a seconda dei casi
ω, ο → /ò/ (salvo le desinenze -óne -ónte)

In quali casi dovrei traslitterare "ει" con "e" ed in quali con "i"? Mi pare che la regola generale voglia "i" e che quantomeno la desinenza "-ειον" → "-èo" faccia eccezione (di solito); anche se, in realtà, ci sono svariati casi particolari e molta arbitrarietà, mi par di notare (in alcuni casi, ho visto perfino "ει" traslitterato meccanicamente in "ei"). Nel mio lavoro, però, vorrei scampare l'arbitrarietà e seguire sempre la stessa regola, la piú ragionevole possibile.
Grazie mille per il vostro interesse!
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andrea scoppa
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Re: Sulla pronuncia aperta o chiusa della «e» e della «o» accentate nelle parole di origine greca

Intervento di andrea scoppa »

Anaxicrates ha scritto: dom, 10 lug 2022 0:53 Mi sono dunque chiesto se qualcosa di simile valesse anche per le parole di origine greca.
L'italiano è il figliolo del fiorentino trecentesco. Il fiorentino risale al latino volgare. Gli esiti che lei ha bene scritto riguardano solo le parole di tradizione ininterrotta. Le neoformazioni, i cultismi e compagnia bella seguono regole a parte: non appena si ha che fare con termini nuovi o estranei all'uso, per un principio d'incertezza, cioè in assenza di forti attrazioni analogiche, l'e e l'o toniche vengono pronunciate aperte. È una tendenza spontanea nel favellare del Centro linguistico, di cui è parte [quasi tutta] la maggior parte della Toscana, inclusa Firenze.
Ciò detto, il criterio italiano di traslitterazione e accentuazione dei grecismi generalmente segue [o dovrebbe seguire] il canone del latino classico.
Ultima modifica di andrea scoppa in data dom, 10 lug 2022 15:46, modificato 1 volta in totale.
lasciatemi cosí
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata
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Carnby
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Re: Sulla pronuncia aperta o chiusa della «e» e della «o» accentate nelle parole di origine greca

Intervento di Carnby »

andrea scoppa ha scritto: dom, 10 lug 2022 4:02 Ciò detto, il criterio italiano di traslitterazione e accentuazione dei grecismi generalmente segue [o dovrebbe seguire] il canone del latino classico.
Sì, ma è una regola molto disturbata dal prestigio dell’accentazione alla greca, un fenomeno non solo recente. C’è qualcuno che dice Òrfeo (latino Orphe͡us; greco Ὀρφεύς)? Anche per la semplice traslitterazione non sono assenti casi devianti: glucosio invece di *gleucosio o glicosio (attestato, ma meno frequente), dal francese glucose, greco γλεῦκος.
Ultima modifica di Carnby in data dom, 10 lug 2022 19:40, modificato 1 volta in totale.
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G.B.
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Re: Sulla pronuncia aperta o chiusa della «e» e della «o» accentate nelle parole di origine greca

Intervento di G.B. »

Carnby ha scritto: dom, 10 lug 2022 6:40
andrea scoppa ha scritto: dom, 10 lug 2022 4:02 Ciò detto, il criterio italiano di traslitterazione e accentuazione dei grecismi generalmente segue [o dovrebbe seguire] il canone del latino classico.
C’è qualcuno che dice Òrfeo (latino Orphe͡us; greco Ὀρφεύς)?
Tutti coloro che non vogliano dire Aristotéle, Androméda, Aristofàne... :wink:
G.B.
Graffiacane
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Re: Sulla pronuncia aperta o chiusa della «e» e della «o» accentate nelle parole di origine greca

Intervento di Graffiacane »

Carnby ha scritto: dom, 10 lug 2022 6:40 glucosio invece di [...] *glicosio.
Segnalo che glicosio è a lemma nel Treccani.
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Carnby
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Re: Sulla pronuncia aperta o chiusa della «e» e della «o» accentate nelle parole di origine greca

Intervento di Carnby »

Graffiacane ha scritto: dom, 10 lug 2022 18:10 Segnalo che glicosio è a lemma nel Treccani.
Allora si può togliere l’asterisco. :)
Anaxicrates
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Re: Sulla pronuncia aperta o chiusa della «e» e della «o» accentate nelle parole di origine greca

Intervento di Anaxicrates »

Carnby ha scritto: dom, 10 lug 2022 6:40
andrea scoppa ha scritto: dom, 10 lug 2022 4:02 Ciò detto, il criterio italiano di traslitterazione e accentuazione dei grecismi generalmente segue [o dovrebbe seguire] il canone del latino classico.
Sì, ma è una regola molto disturbata dal prestigio dell’accentazione alla greca, un fenomeno non solo recente. C’è qualcuno che dice Òrfeo (latino Orphe͡us; greco Ὀρφεύς)? Anche per la semplice traslitterazione non sono assenti casi devianti: glucosio invece di *gleucosio o glicosio (attestato, ma meno frequente), dal francese glucose, greco γλεῦκος.
Piú che l'accentazione greca, la mia impressione è che spesso influiscano desinenze italiane come -èo ed -óne, a deviare la pronuncia di nomi come Òrfeo, Tèseo e Giàsone, che comunque sono le forme da preferire (la forma Tèseo s'ode anche nel bellissimo Lamento di Arianna di Monteverdi-Rinuccini). D'altronde, non mi pare valga la pena di lanciare crociate contro pronuncie etimologicamente sbagliate ma ormai molto diffuse.

Tornando al tema, vada allora per l'accentazione sempre grave (salva la desinenza -one -onte)!
Riguardo alla traslitterazione del falso dittongo "ει", penso che mi baserò sulla tendenza del latino dell'età aurea, che rispecchiava il greco koinè: in quell'epoca, "ει" manteneva ancora la pronuncia /ē/ davanti a vocale ma si chiudeva già in /ī/ davanti a consonante.

Vi propongo alcune casistiche:

Davanti a vocale:

Desinenza -eia:
Arkeseia → Arcesèa
Boutheia → Butèa
Lamponeia → Lamponèa
Neandreia → Neandrèa
Azeia → Azèa
Myrleia → Mirlèa
Eurymacheia → Eurimachèa
Aineia → Enèa
Zereia → Zerèa


Ecco alcuni esempî che avvalorano questa soluzione:
Mantineia → Mantinèa
Maroneia → Maronèa
Rheneia → Renèa

Ma:
Alexandreia → Alessandria (quest'esito mi sembra dovuto alla permanenza del lemma e alla sua evoluzione naturale nella lingua volgare)

Desinenza -eion:
Gryneion → Grinèo
Daskyleion → Dascilèo
Darieion → Darièo
Posideion → Posidèo
Aioleion → Eolèo
Erakleion → Eraclèo
Palamedeion → Palamedèo
Ophryneion → Ofrinèo


Ecco alcuni esempî che avvalorano questa soluzione:
Sigeion → Sigèo
Rhoiteion → Retèo

Ma:
Laureion → Làurio
Gytheion → Gízio o Gitèo

(in questi due casi, la forma meno latineggiante non sembra dovuta ad una permanenza della parola nell'uso volgare ma, piú probabilmente, ad una volgarizzazione a posteriori)

Desinenza -eiai:
Kedreiai → Cedrèe

Davanti a consonante:

Didymon teichos → Didimotíco
Artaiou teichos → Arteutíco
Daunion teichos → Dauniotíco


Ecco alcuni esempî:
Stageira → Stagíra
Poteidaia → Potidèa
Pontos Euxeinos → Pònto Eusíno


Che cosa ne pensate?
Avatara utente
G. M.
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Re: Sulla pronuncia aperta o chiusa della «e» e della «o» accentate nelle parole di origine greca

Intervento di G. M. »

Non conosco il greco quindi purtroppo non sono in grado di aiutarla nel dettaglio, ma le faccio un plauso: approvo molto e mi piace l'italianizzazione dei toponimi. :wink:
Anaxicrates ha scritto: dom, 10 lug 2022 0:53 [...] con stupore, mi sono accorto che sempre (o quasi) l'esito era aperto. [...]
Aggiungo, per darle modo di approfondire, che il principio generale che lei ha desunto, poi confermato da Andrea Scoppa, è sintetizzato nell'adagio di Migliorini «vocale incerta, vocale aperta» (B. Migliorini, Pronunzia fiorentina o pronunzia romana?, Sansoni, Firenze 1945, p. 46): se lo cerca all'interno del fòro trova che se ne è parlato a più riprese. Gli fa da compagno «consonante che s'ignora, consonante sonora» (messo così in rima dal nostro Infarinato).
Anaxicrates
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Re: Sulla pronuncia aperta o chiusa della «e» e della «o» accentate nelle parole di origine greca

Intervento di Anaxicrates »

G. M. ha scritto: lun, 11 lug 2022 18:13 Aggiungo, per darle modo di approfondire, che il principio generale che lei ha desunto, poi confermato da Andrea Scoppa, è sintetizzato nell'adagio di Migliorini «vocale incerta, vocale aperta»
La ringrazio per l'indicazione!
Mi fa piacere che abbia gradito l'italianizzazione. Del resto, è bella consuetudine italianizzare i toponimi greci classici, in onore dell'Umanesimo e della lunga vicinanza tra queste due civiltà; inoltre, considerato che esiste uno schema consolidato di conversione, sarebbe stato, a mio parere, incoerente lasciare in greco solo i nomi dei luoghi minori.
Ho solo dovuto apprendere meglio questo schema perché, pur essendo piú o meno formalizzato, non ne ho trovata un'esposizione completa ed i casi concreti spesso si discostano da esso (lo stesso dizionario Montanari propone italianizzazioni "nuove" e devianti, che talora definirei proprio strampalate, dacché non tengono conto della tradizione latina e sono influenzate dall'antistorica pronuncia scolastica del greco, argomento su cui sarà meglio ora non addentrarci...).
Avatara utente
G.B.
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Re: Sulla pronuncia aperta o chiusa della «e» e della «o» accentate nelle parole di origine greca

Intervento di G.B. »

Anaxicrates ha scritto: mar, 12 lug 2022 2:42 (lo stesso dizionario Montanari propone italianizzazioni "nuove" e devianti, che talora definirei proprio strampalate, dacché non tengono conto della tradizione latina e sono influenzate dall'antistorica pronuncia scolastica del greco...).
Potrebbe far qualche esempio?
G.B.
Anaxicrates
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Iscritto in data: dom, 10 lug 2022 0:21

Re: Sulla pronuncia aperta o chiusa della «e» e della «o» accentate nelle parole di origine greca

Intervento di Anaxicrates »

G.B. ha scritto: mar, 12 lug 2022 6:59 Potrebbe far qualche esempio?
Certamente! Ecco un esempio: io che non sono nessuno mi sono posto il problema di come italianizzare il falso dittongo "ει"; sarebbe logico che un dizionario si ponesse questo problema con attenzione molto maggiore della mia. Invece, costoro non seguono alcuno schema, e senza regola talora italianizzano in "i", talora in "e", talaltra perfino in "ei", antistoricamente. Nel fare questo, non mantengono nemmeno una minima coerenza interna: ad esempio, italianizzano giustamente Δηιάνειρα [Dēianeira], sposa di Eracle, in Deianíra (questa resa rispecchia la pronuncia greca di I secolo a.C.), ma Ἀντιάνειρα [Antianeira] (si noti che la desinenza è la medesima) in Antianeira (questa resa rispecchia l'odierna pronuncia scolastica del greco, che magari avrà qualche utilità didattica ma non ha alcuna radice storica).
Ci sono diversi casi in cui si abbandonano a questa pratica, senza seguire principio alcuno: un altro esempio è Ἀτλαντείη [Atlanteiē] italianizzato in Atlanteia anziché in Atlantèa. Ancora, italianizzano Άμφίκλεια [Amphikleia], discepola di Plotino, in Anficlia (non so quale accentazione consiglierebbero) ma Ἀντίκλεια [Antikleia] (stessa desinenza), madre di Ulisse, in Anticlèa, e ancora Καλλίκλεια [Kallikleia], in Callicleia: il capolavoro è compiuto! Tre rese diverse per una medesima desinenza!
Comunque, in generale le loro italianizzazioni mostrano trascuratezza, anche quando non coinvolgono il falso dittongo "ει". Facendo una ricerca nemmeno troppo raffinata potrei sicuramente (ri)trovare altri esempî.
Ligure
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Re: Sulla pronuncia aperta o chiusa della «e» e della «o» accentate nelle parole di origine greca

Intervento di Ligure »

Mi consento soltanto di fare una piccola osservazione, ma, dal momento che essa riguarda la lingua greca e qui siamo nell'ambito d'un foro dedicato all'italiano, cercherò d'essere estremamente sintetico.

Intervengo soltanto in quanto, leggendo, sembrerebbe di dover desumere che ει rappresenti - di per sé - un "falso dittongo".

Le cose - come "quasi sempre" - sono un po' più complesse ...

E qui mi fermo per i motivi che ho esposto. Senza includere riferimenti.

Tuttavia, per quanto l'aggettivo "falso" possa - forse - non essere ritenuto quello più appropriato, già scorrendo le indicazioni più agevolmente reperibili in rete si possono riscontrare "indizi" e "indicazioni" per poter approcciare la materia linguistica in modalità meno "indiscriminate".

Ad es., su un sito tra i più genericamente (e frequentemente) consultati:

"... I dittonghi greci si leggono come sono scritti, ma esiste tuttavia un'eccezione: i cosiddetti "falsi dittonghi". Convenzionalmente, il dittongo ου è letto come un'u lunga, /u:/; in realtà è noto che nel V e nel IV secolo a. C. il dittongo ου era pronunciato come un'o lunga chiusa, /o:/, mentre il dittongo ει poteva trascrivere un'e lunga chiusa, /e:/, derivante da contrazione (*ἐφίλεε > ἐφίλει), il cui suono era in opposizione fonemica rispetto alla η, una e lunga aperta /ε:/, oppure il vero dittongo ει (per es., dativo di πόλις: πόλε-ι > πόλει). ...".

Utile potrebbe anche risultare leggere quanto scrive, sul proprio sito, il Canepari in merito al greco "classico" (e non solo). A patto d'avere chiari concetti elementari propedeutici quali, ad es., quello di dittongo o di consonante approssimante.

Non includo il riferimento in conformità a quanto esposto, ma il sito dell'autore risulta agevolmente rintracciabile in rete e risulta immediato - all'interno del sito - poter trovare il testo dedicato alla lingua greca.
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Infarinato
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Re: Sulla pronuncia aperta o chiusa della «e» e della «o» accentate nelle parole di origine greca

Intervento di Infarinato »

Ligure ha scritto: dom, 17 lug 2022 12:59 "in realtà è noto che nel V e nel IV secolo a. C. […] il dittongo ει poteva trascrivere […] il vero dittongo ει (per es., dativo di πόλις: πόλε-ι > πόλει). ...".
Falso. :) E anche l’amico Luciano ogni tanto sbaglia. :P
Nel V sec. a.C. l’antico dittongo d’origine indoeuropea ει (originariamente /ei/, ad es. in δείκνυμι ~ lat. arc. deico > lat. class. dīco) si era già monottongato in /eː/ (≠ η /ɛː/), e proprio per questo il digramma ει si rende disponibile per indicare la contrazione di due ε /e/. ;)

Questo era già chiaro nel 1968 (1987³) all’Allen (Vox Graeca) e nel 1972 al Lejeune (Phonétique historique du mycénien et du grec ancien). Riporto il prospetto riassuntivo dell’Allen:
E688C37E-1FA8-4D5D-9E6E-DC329E85DD54.jpeg
E688C37E-1FA8-4D5D-9E6E-DC329E85DD54.jpeg (374.16 KiB) Visualizzato 154 volte
Ma siamo fuori fòro: chiudiamola qui. Grazie. :)
Ligure
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Re: Sulla pronuncia aperta o chiusa della «e» e della «o» accentate nelle parole di origine greca

Intervento di Ligure »

Grazie a lei, come sempre.

Infatti, se si va sulla guichipedia in italiano, si può riscontrare una nota, che, effettivamente, non compare nel testo da me riferito, ma che rimanda alla Vox Graeca dell'Allen.

Inoltre, nella Bibliography del Canepari, il libro Vox Graeca dell'Allen è il primo che compare (per ovvi motivi).

La menzione precisa risulta: Allen,W.S. (1987) Vox Graeca. CUP; a constantly mentioned thick book, but rather
simple; non-IPA.


Ovviamente, il giudizio espresso mediante l'aggettivo "simple" si riferisce alle caratteristiche della trascrizione adottate dall'autore inglese per le voci greche. Non implica affatto che il testo non sia valido.

Infatti, l'autore chiarisce esplicitamente che: Of course, many less useful (or, rather, useless) books and ar-
ticles do not appear here
(nella sua bibliografia).

P.S.: se pure l'automatismo applicativo relativo ai messaggi non può che far apparire l'enunciato Ligure ha scritto, si tratta, chiaramente, del testo della guichipedia italiana: https://it.wikipedia.org/wiki/Fonologia ... _dittonghi. Ma la citazione da me effettuata non riportava il numero della nota che, su guichipedia, fa riferimento al testo di Vox Graeca.

Ritengo, pertanto, di aver diritto a un "ravvedimento operoso" e inserisco - mentre prima non l'ho fatto - il collegamento diretto relativo al testo dell'Allen, che illustra l'evoluzione della pronuncia dell'originario dittongo, la cronologia e le possibili confusioni, spiegandone le motivazioni:
 ! Messaggio da: Infarinato
Rimosso collegamento: violazione del diritto d’autore.
Tutte le informazioni risultano, così, completamente e direttamente disponibili (pag. 70-76 e pag. 83,84, in cui l'autore scrive che: "These developments are most easily understood if one assumes that in the classical period ει before vowels, unlike before consonants (see p. 71), stands for [eyy], 61 in which only later does the [ey] portion develop to monophthongal [ẹ̅] (with the second [y] then becoming an automatic glide)."
Anaxicrates
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Iscritto in data: dom, 10 lug 2022 0:21

Re: Sulla pronuncia aperta o chiusa della «e» e della «o» accentate nelle parole di origine greca

Intervento di Anaxicrates »

La mia espressione "falso dittongo" era riferita alla pronuncia di ει come /ē/ o come /ī/. Non mi sfugge però che, per molto tempo, il greco conservò anche un vero dittongo ει; tuttavia, se non già in età classica, certamente in epoca ellenistica esso non sopravviveva piú. Per l'Atene classica, in effetti, non sembrano esservi certezze assolute: se, da un lato, la riforma dell'alfabeto promossa da Euclide nel 403/2 a.C. sembra indicare una precoce scomparsa del dittongo /ei/ (come ben ha osservato anche l'Infarinato), dall'altro Allen nelle pagine da Te gentilmente indicate individua tracce che suggerirebbero una sua conservazione (solo in posizione prevocalica) fino al IV secolo a.C. (anche se, sinceramente - spero non per ottusità - non riesco a comprendere perché la compresenza delle forme ιερεα ἱέρεια e πλείων πλέον dovrebbe provare la conservazione del dittongo: non capisco perché non possa indicare, invece, semplicemente un'oscillazione tra ĕ breve ed ē lunga).
 ! Messaggio da: Infarinato
In questo fòro ci si dà del «Lei»: Decalogo, regola n. 10.
Infine, è perfino difficile desumere la posizione "finale" di Allen, siccome nelle pagine precedenti aveva affermato: "It is virtually certain that by the 5 c. B.C. all words which are now written with ει had the same sound, i.e. a long close mid vowel [e]". È evidente che lo stesso Allen non è sicuro della propria ipotesi di conservazione del dittongo, siccome usa l'espressione "could well be".

In ogni caso, qualunque fosse la pronuncia ateniese classica, ai fini della presente discussione è necessario conoscere solamente la resa latina (da cui dipende l'italiana), che non traduce mai* "ει" con "ei" (*in realtà, il mio dizionario di latino registra due eccezioni, elegeion e trochaeides, ma entrambe sono attestate solo in autori tardoantichi, per cui è evidente che tali grafie non rispecchiano una reale pronuncia greca del tempo, bensí sono mere traslitterazioni).

Voglio anche precisare che le italianizzazioni "devianti" del dizionario Montanari di cui sopra non sono basate su sofisticate ipotesi sulla pronuncia greca classica, assunta ad alternativo modello contro il latino, bensí sono semplicemente risultato di trascuratezza: infatti, le italianizzazioni in "ei" coinvolgono anche degli "ει" in posizione preconsonantica (di certo, dunque, questi erano "falsi dittonghi" già in età classica): ad es. Μειδυλίδης → Meidilide, Ποθεινός → Poteino
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