ippogrifo ha scritto: mer, 18 set 2013 20:05
Laüstic ha scritto:Tiro su questa discussione di qualche tempo fa per condividere una riflessione sull'etimo di gabibbo (che io a dire il vero a Genova ho sentito più spesso nella variante non sonorizzata 'cabibbo')
A Genova nessuno pronuncia né ha mai pronunciato “cabibbu”.
La pronuncia riferita può solo essere l’effetto del primo termine inserito nel titolo [cioè
gabibbu /ga'bibbu/].
Può accadere benissimo quando si ascoltano una o più parole di una lingua, una parlata che non si padroneggia completamente e di cui, quindi, ci manca la corrispondente rappresentazione mentale fonetica nel lessico interno – che possediamo, invece, per le lingue note -.
Ascoltare non è solo “sentire” , anzi, soprattutto “riconoscere” … La smetto …
A Genova si dice esclusivamente “gabibbu” .
Il Pellegrini - che lo riporta correttamente come “gabibbu” - lo riferisce come arabismo - “habib” = amico - e può benissimo essere stato così.
Si potrebbe paragonare - nell'uso - al lombardo “terun” che, essendo noto e godendo d'una fonetica perfettamente compatibile col genovese, viene talora usato, anche se – evidentemente – non si tratta di “vero” genovese.
Di “gabibbu” non esistono attestazioni antiche e potrebbe anche essere derivato da qualche altro dialetto.
Solitamente gli studiosi fanno riferimento a lingue straniere, ma esistono e sono esistite circolazioni e prestiti anche tra un dialetto e l’altro, il quale, ad esempio, poteva essere quello che aveva mutuato direttamente il vocabolo da una lingua straniera per, poi, trasferirlo ad altre parlate.
Non è detto che i genovesi avessero l’esclusiva delle relazioni con i “mondi” di cultura e lingua araba, ma, nel caso del genovese, un arabismo diretto può sembrare plausibile.
La pronuncia – s’è scritto – è “gabibbu” perché … è così … e NON può essere “cabibbu” - inesistente - anche per due altre specifiche motivazioni - ed è qui che interviene l’effetto della paronimia -.
Il parlante genuino, “ingenuo” , che utilizzava il vocabolo, vi “sentiva” – nel suo interno – il dileggio e il disprezzo.
Il dileggio è relativo alle sonorizzazioni – “g”,”b” & “bb” – tipiche delle parlate meridionali e alla geminazione di “b” , fenomeno fonetico anch’esso caratteristico del Meridione (e non solo) - “possibbile” , “Robberto” et c. … - .
Il “gabibbu” è colui che non sa parlare in modo appropriato, col quale non si può comunicare correttamente.
L’esecrato “bàrbaros” [βάρβαρος] … !
Il disprezzo è insito nella “radice” della parola.
Il “gabibbu” è colui che gabba - dal verbo “gabâ” = gabbare ( minoritario in genovese rispetto a sinonimi più “gergali”, ma pur esistente ) - , colui che t’inganna e col quale non si possono e non si devono avere rapporti perché non rispetta il codice etico della comunità che l’ha accolto.
Certamente, con molta probabilità può trattarsi di paronimie e non di effettivi etimi, ma le persone che parlavano abitualmente in dialetto non conoscevano la lingua araba e sicuramente non leggevano le opere del Pellegrini.
Se un vecchietto dà irosamente di “gabibbu” a una persona, implica quanto ho scritto e non prende certamente in considerazione alcun riferimento all’inoffensivo pupazzo televisivo.
Forse, almeno in questo, aveva ragione Heidegger: non è tanto e/o solo l’uomo che parla, ma è proprio il tipo di linguaggio adottato che parla in lui.
In parole povere, se si adotta un certo tipo di dialetto o lingua - e ciò vale (a maggior ragione) per i vocaboli “gergali”- non si possono, poi, prendere le distanze dai campi semantici che – per etimo o paronimie o incrostazioni storiche – il vocabolo stesso veicola.
Al di fuori di Genova – o della Liguria – si può benissimo sorridere di un termine che appare e suona buffo, ma in città , a fronte di una società che ci si prospetta - inevitabilmente (che ci piaccia o no) - come multiculturale, potrebbe risultare opportuno affidare il vocabolo all’elucubrazioni degli eruditi.