Vorrei provare a dire anch'io la mia su quest'argomento, sperando di aggiungere qualcosa d'interessante. Premetto che sono tra quelli che preferiscono scrivere sempre «ci ho», anche perché raramente sento il bisogno del
ci «attualizzante».
Dalle mie parti, infatti, non s'usa: in dialetto, «ci ho fame, ci ho caldo, ecc.» si dicono «mi fa fame, mi fa caldo…»; per il senso di possesso, si dice (sempre in dialetto)
tengo, per cui passando all'italiano viene spontaneo renderlo con un semplice
ho; il verbo
avere è usato esclusivamente come ausiliare, quindi al massimo potrei dire che nel panino
ci ho messo il formaggio: ma qui la forma intera (di
ci, non del formaggio) ci sta benissimo.
Perché vi racconto questo? Perché anche a me dà parecchio fastidio vedere grafie come
c'ho, ma, allo stesso tempo, non riesco proprio a farmi piacere neanche
cj ho. Sarà un mio limite, ma mi appare come una grafia «errata», o perlomeno «forzata», in italiano. A voi non fa questo effetto?
Eppure –mi sono detto– se è la preferita dei linguisti piú esperti, un motivo ci sarà. Riflettendoci un po', sono giunto alla conclusione che, affinché tale scrizione sia accettabile, dovrebbero valere le seguenti «regole», ognuna dipendente dalla precedente:
- Quando una parola che termini con i è seguita da altra parola che inizi per vocale, è [talvolta] lecito sostituire tale i con j. Esempio: ti amo ~ tj amo.
- Questa sostituzione forzerà la pronuncia semiconsonantica /j/ in fonosintassi. Nell'esempio: /ˈtjamo/ (non /ˈtamo/, né /tiˈamo/).
- Qualora la i in questione sia preceduta da uno dei grafemi ⟨c, g, sc, gl⟩ la semiconsonante /j/ verrà «assorbita», anche in fonosintassi, e dunque non sarà pronunciata, ma al contempo garantirà il suono palatale dei fonemi /t͡ʃ, d͡ʒ, ʃ, ʎ/. Esempi:
- gli altri → glj altri → /ˈʎjaltri/ → /ˈʎaltri/
- ci abbiamo → cj abbiamo → /t͡ʃjabˈbjamo/ → /t͡ʃabˈbjamo/
- ci ho → cj ho → /ˈt͡ʃjo/ → /ˈt͡ʃo/
Sembra perfetto, ma… esistono davvero queste regole? Specie la prima mi sembra un po' arbitraria; e la terza non è affatto immediata, se non si è esperti di fonetica e fonologia. Ma, se non esiste la prima, non possono valere neanche le altre; possiamo ugualmente applicarle di nostra iniziativa, o commetteremmo lo stesso errore che compie chi scrive
c'ho, credendo che valga una banale regola del tipo:
«Il suono palatale o velare delle consonanti
c e
g apostrofate dipende dalla vocale elisa»?
In ogni caso, se davvero pensiamo di applicarle, io aggiungerei una quarta regola:
- La sostituzione della i con j dev'essere accompagnata da un apostrofo che segnali la (parziale) elisione della vocale, la quale assume ruolo (semi)consonantico. Dunque:
- Ti amo → Tj'amo → /ˈtjamo/
- gli altri → glj'altri → /ˈʎaltri/
- ci abbiamo → cj'abbiamo → /t͡ʃabˈbjamo/
- ci ho → cj'ho → /ˈt͡ʃo/
Ecco: cosí mi convince molto di piú, per la maggiore coerenza ortografica e fonetica. E confesso che l'idea m'è venuta leggendo, poco piú sopra, la proposta di Anaxicrates, che ringrazio per lo spunto: la grafia
ci'ho, in cui l'apostrofo rappresenterebbe una specie di
tratto d'unione fra le due parole, che «costringerebbe» a pronunciarle come fossero una. In tale scrizione la
i avrebbe unicamente il ruolo d'indicare il suono palatale, ma non ci sarebbe una vera e propria elisione, a giustificare la presenza dell'apostrofo (lo stesso autore parla di elisione «invisibile»); di qui l'idea della semiconsonante, in cui si «elide», almeno idealmente, una parte della vocale.
Ora, vorrei capire se questo approccio (che non mi sembra d'aver visto da nessuna parte; se sbaglio correggetemi) ha un senso, o è fondamentalmente errato. Voi che cosa ne pensate?
