(Prima di tutto chiedo scusa se ho modificato il mio precedente intervento ma ho dovuto inserire l'oggetto che, non so come mai, non è stato riportato dal sistema del fòro quando ho scritto il suddetto.)
Mi rendo conto di avere turbato con il mio intervento un filone vecchio e importantissimo come questo, ma l'ho fatto unicamente per capire. Avendo letto bene tutti gli interventi del filone, io sono sicuro di avere capito questo: L. Canepari nel suo
canIPA utilizza i simboli [kç, ɡʝ] per rappresentare i suoni che l'
IPA (l'alfabeto fonetico internazionale ufficiale) riporta con i simboli [c, ɟ], come scritto
qui.
Tuttavia, per quanto riguarda i fonemi ricostruiti da P. Larson per l'italiano antico, cioè /c, ɟ/, non riesco ancora a capire se siano occlusive palatali sorda e sonora (come scrive Larson stesso rifacendosi, suppongo, all'
IPA) oppure affricate palatali sorda e sonora /kç, ɡʝ/ come afferma Infarinato
qui. In base a quali criteri uno può sostenere la ricostruzione di Larson o quella di Infarinato? Le finalità della mia domanda sono tanto teoriche quanto pratiche: infatti, se devo leggere un testo del fiorentino del Duecento (o del Trecento e anche oltre), che suoni devo usare? Occlusive palatali o affricate palatali? Oppure, semplicemente, seguendo quello che ho detto prima, i suoni che Larson chiama "occlusive palatali" Canepari li chiama "affricate palatali" e sono quindi la stessa cosa?
Carnby ha scritto: sab, 28 feb 2026 15:23
Il ghego (variante dell’albanese)?
Vi è un'intera tesi di dottorato (almeno: credo che sia così) in merito all'argomento:
Palatalization in Albanian: An acoustic investigation of stops and affricates di J. M. Kolgjini. In ghego − e anche in alcune varietà di tosco − /c, ɟ/ confluiscono in /t͡ʃ, d͡ʒ/; inoltre, nelle varietà dell'abanese /c, ɟ/ possono essere realizzati non solo come [c, ɟ] ma anche come [c͡ç, ɟ͡ʝ].
Ringrazio tutti per l'attenzione.