«Menfi» ~ «Memfi»
Inviato: mar, 06 gen 2026 17:10
Quale delle 2 grafie del nome dell'antica città egizia sarebbe quella corretta da usare, Menfi o Memfi?
Io nelle opere di L. Canfora trovo scritto Memfi, e non mi permetto di correggere un filologo del suo calibro; tuttavia, mi permetto di esprimere il mio dubbio in merito alla grafia di questo nome proprio di città, poiché a me hanno sempre insegnato a scrivere Menfi, ed è questa la forma che mi sembra più diffusa - e anche più corretta, come tenterò di dimostrare.
Senza andare indietro fino all'antico egizio, partiamo dal greco antico: ἡ Μέμφις, τῆς Μέμφιδος.
In latino abbiamo, con la dovuta traslitterazione dell'alfabeto greco, Memphis, Memphidos, femminile. Posto che in latino "volgare" (so che questo termine è improprio) l'occlusiva bilabiale sorda aspirata [pʰ] era pronunciata [f], col passare del tempo la scrittura si adattò alla pronuncia, dando origine a Menfi: questo perché in latino non era ammesso il nesso grafico ‹mf› - che rappresenterebbe i suoni [mf] -, ma era ammesso invece ‹nf›, che in origine (latino antico) sarà stato pronunciato [ɱf], poi (latino classico) la nasale labiodentale ha nasalizzato la vocale precedente allungandola, così da scomparire, e poi (latino "volgare") la suddetta è ritornata a essere pronunciata. A testimonianza di ciò si veda proprio l'italiano [standard], in cui non esiste - in quanto non può esistere a causa di regole grafiche che derivano appunto dal latino - il nesso grafico ‹mf›, ma esiste ‹nf›, che equivale sempre a [ɱf].
Caso analogo: trionfo < triumphu(m). Nessuno oggi scriverebbe mai triomfo…
Sbaglio oppure ho ragione? Non so se mi sono espresso bene, ma ho fatto del mio meglio.
Ci tengo a dire che non so se i vari dialetti dell'italiano - e anche le lingue romanze - abbiano sviluppato una pronuncia del nesso grafico ‹nf› diversa da quella che presumibilmente dovrebbe essere [ɱf], o se in tale circostanza il nesso grafico sia stato pure cambiato e quindi adattato alla nuova pronuncia generatasi.
Per completezza, aggiungo che credo che in italiano [standard] una sequenza [ɱf] sia possibile tra una parola che finisce per ‹m›/‹n› e una che inizia per ‹f› - sarebbe un fenomeno di sandhi -, ma credo anche che ciò possa avvenire più che altro in poesia…
Io nelle opere di L. Canfora trovo scritto Memfi, e non mi permetto di correggere un filologo del suo calibro; tuttavia, mi permetto di esprimere il mio dubbio in merito alla grafia di questo nome proprio di città, poiché a me hanno sempre insegnato a scrivere Menfi, ed è questa la forma che mi sembra più diffusa - e anche più corretta, come tenterò di dimostrare.
Senza andare indietro fino all'antico egizio, partiamo dal greco antico: ἡ Μέμφις, τῆς Μέμφιδος.
In latino abbiamo, con la dovuta traslitterazione dell'alfabeto greco, Memphis, Memphidos, femminile. Posto che in latino "volgare" (so che questo termine è improprio) l'occlusiva bilabiale sorda aspirata [pʰ] era pronunciata [f], col passare del tempo la scrittura si adattò alla pronuncia, dando origine a Menfi: questo perché in latino non era ammesso il nesso grafico ‹mf› - che rappresenterebbe i suoni [mf] -, ma era ammesso invece ‹nf›, che in origine (latino antico) sarà stato pronunciato [ɱf], poi (latino classico) la nasale labiodentale ha nasalizzato la vocale precedente allungandola, così da scomparire, e poi (latino "volgare") la suddetta è ritornata a essere pronunciata. A testimonianza di ciò si veda proprio l'italiano [standard], in cui non esiste - in quanto non può esistere a causa di regole grafiche che derivano appunto dal latino - il nesso grafico ‹mf›, ma esiste ‹nf›, che equivale sempre a [ɱf].
Caso analogo: trionfo < triumphu(m). Nessuno oggi scriverebbe mai triomfo…
Sbaglio oppure ho ragione? Non so se mi sono espresso bene, ma ho fatto del mio meglio.
Ci tengo a dire che non so se i vari dialetti dell'italiano - e anche le lingue romanze - abbiano sviluppato una pronuncia del nesso grafico ‹nf› diversa da quella che presumibilmente dovrebbe essere [ɱf], o se in tale circostanza il nesso grafico sia stato pure cambiato e quindi adattato alla nuova pronuncia generatasi.
Per completezza, aggiungo che credo che in italiano [standard] una sequenza [ɱf] sia possibile tra una parola che finisce per ‹m›/‹n› e una che inizia per ‹f› - sarebbe un fenomeno di sandhi -, ma credo anche che ciò possa avvenire più che altro in poesia…