Sergio Romano sui forestierismi

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Sergio Romano sui forestierismi

Intervento di bubu7 » mer, 18 gen 2006 10:55

Dal Corriere della Sera di oggi, rubrica Lettere al Corriere.
Le parole straniere e l’italiano: un «barbaro dominio»

È proprio necessario usare tutte queste parole in inglese su tutti i nostri giornali? In Inghilterra fanno altrettanto uso dei nostri vocaboli? Ho fatto questa considerazione perché ci sono tanti lettori che la pensano come me, perché tutto questo mi fa sentire più ignorante di quello che sono. Gradirei gentilmente una risposta.
Mario Folino San Giuliano Milanese

Caro Folino, nel 1932 un quotidiano torinese, la Gazzetta del Popolo, cominciò a pubblicare una rubrica intitolata «Una parola al giorno» che si proponeva di «ripulire il linguaggio dagli esotismi ». Il direttore del giornale era Ermanno Amicucci, un giornalista destinato a una tempestosa carriera: fu direttore del Corriere fra l’ottobre 1943 e l’aprile 1945, venne condannato a morte per collaborazionismo, poi a trent’anni e finalmente amnistiato grazie al decreto Togliatti del 1946. Il redattore della rubrica era Paolo Monelli, un giornalista-letterato di grande talento, autore di libri che ebbero un notevole successo fra cui «Scarpe al sole» sulla vita degli alpini durante la Grande guerra, «Roma 1943» sulla caduta del regime e una biografia aneddotica del capo del fascismo intitolata «Mussolini piccolo borghese». Lo conobbi nel 1949 a Vienna dove fu inviato da La Stampa per una serie di corrispondenze sull’unico Paese in cui i quattro vincitori della Seconda guerra mondiale sembravano avere trovato un modus vivendi e continuavano a perlustrare insieme, sulla stessa jeep, il centro della città. Era piccolo, piuttosto tozzo, ma vestiva elegantemente e ostentava un monocolo dietro il quale guardava il suo giovane interlocutore con ironica benevolenza. Ogni giorno, sulla Gazzetta del Popolo, Monelli sceglieva una parola straniera, ne ricercava l’origine, prendeva in giro quelli che se ne servivano e dimostrava che esisteva quasi sempre una parola italiana equivalente a cui era meglio ricorrere. Era inutile dire «abat-jour»; bastava paralume. Era inutile dire «affiche» o «placard»; bastavano manifesto, avviso, targa. Perché dire «apprendissaggio» (orrendo francesismo) quando noi avevamo tirocinio, noviziato? Perché dire «atelier» quando la parola giusta in italiano era, a seconda delle circostanze, studio o laboratorio? Perché dire «gaffe» quando un’azione goffa si chiama, soprattutto nell’Italia settentrionale, tópica? Per la verità anche Monelli, ogni tanto, si imbatteva in parole difficilmente traducibili. Quando dovette parlare del «bidet» spiegò che la parola significava, in origine, «piccolo cavallo da sella» e che Alfredo Panzini nel suo «Dizionario moderno» (un libro che occorrerebbe ristampare) lo aveva descritto come un cavalluccio che «non corre, benché posi su quattro piedi». Ma anziché suggerire una traduzione si limitò a osservare che l’oggetto stava «scomparendo con la maggiore diffusione del gabinetto da bagno e con la pratica quotidiana delle abluzioni e della doccia». Non è vero.Mentre la Gran Bretagna e gli Stati Uniti non l’hanno mai adottato, l’Europa continentale lo considera sempre utile. Dopo avere tenuto la rubrica per più di un anno, Monelli raccolse gli articoli in un volume, «Barbaro dominio», che apparve presso l’editore Hoepli nel 1933. Mise in epigrafe, per spiegare il titolo, una famosa frase di Machiavelli («A ognuno puzza questo barbaro dominio ») e lo dedicò a Ermanno Amicucci scrivendo tra l’altro, a lode del giornale, queste parole: «La Gazzetta del Popolo ha mostrato che si può fare questa opera di pulizia senza pedanterie, senza vecchiumi, senza purismi, senza il terrore dei neologismi (...). Tale campagna è stata lodata per la chiarezza fascista che l’ha animata: più bella lode non le si poteva fare». Questa citazione spiega in parte, caro Folino, perché sia stato così difficile, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, fare il bucato della lingua italiana e ripulirla dalle molte parole straniere (un tempo prevalentemente francesi, oggi soprattutto inglesi), spesso inutili o superflue, che si sono introdotte nel nostro modo di parlare e di scrivere. Mentre i francesi dedicano a questo compito una seduta settimanale dell’Académie, noi abbiamo il timore di apparire troppo nazionalisti, troppo provinciali, se non addirittura un po’ fascisti.
Sergio Romano

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Re: Sergio Romano sui forestierismi

Intervento di Infarinato » mer, 18 gen 2006 11:11

Mentre i francesi dedicano a questo compito una seduta settimanale dell’Académie, noi abbiamo il timore di apparire troppo nazionalisti, troppo provinciali, se non addirittura un po’ fascisti.
Verissimo. È tempo di sfatare il mito.

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Intervento di LCS » mer, 18 gen 2006 15:03

Mi pare che ci una lista di dardi all'arco; bisogna scoccare. ;-)

Cordiali saluti
ECG

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Intervento di Federico » mer, 18 gen 2006 16:17

Chissà, forse siamo stati troppo pessimisti, sul conto dei giornalisti (pare anche che La Nuova Ecologia - che ha pur sempre un tiratura di 20'000 copie - pubblicherà una mia lettera sull'argomento). Speriamo solo che alle parole seguano i fatti (che sono anch'essi parole, ma tant'è).

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Re: Sergio Romano sui forestierismi

Intervento di bubu7 » mer, 18 gen 2006 17:31

Infarinato ha scritto:
Mentre i francesi dedicano a questo compito una seduta settimanale dell’Académie, noi abbiamo il timore di apparire troppo nazionalisti, troppo provinciali, se non addirittura un po’ fascisti.
Verissimo. È tempo di sfatare il mito.
Quale mito, caro Infarinato?
Lasciamo stare il sentirsi fascista, per la qual cosa, in ambito linguistico, sarebbe necessario conoscere la nostra Storia.
E lasciamo stare anche il nazionalismo, che si esprime da noi quasi esclusivamente nelle forme deteriori.
Ma l’accusa di provincialismo ci sta proprio a pennello. Guardi come veniva (e viene) affrontato il problema degli esotismi. Distillando dagli alambicchi i traducenti italiani.
Quando mai, nella storia delle lingue, una di esse è sopravvissuta con questi sistemi?
Prendiamo il latino. Quali sono stati i fattori che ne hanno provocato il successo? Forse sono serviti a qualcosa gli appelli contro la sua decadenza in età imperiale?
Prendiamo l’inglese. Questo brutto anatroccolo, lingua ibrida per eccellenza, miscuglio di elementi anglosassoni, latini e franco-normanni. Ha affidato alla conservazione le chiavi del suo successo?
In tutti i casi, una lingua e una cultura, si sono conservati e propagati per ragioni politiche e sociali, accompagnando lo sviluppo economico, tecnologico e scientifico.
Anche l’inglese, senza il successo commerciale dell’Inghilterra ottocentesca e l’attuale forza economica e culturale degli Stati Uniti, sarebbe una lingua come tante altre e non sarebbe utilizzata correntemente da più di un miliardo di persone.
Se vogliamo trarre insegnamento dalla Storia, il nostro compito dovrebbe essere quello di aumentare il livello culturale del nostro popolo. In campo linguistico questo significa incentivare lo studio della storia delle lingue e delle forze che le governano, della loro grammatica e delle dinamiche di cambiamento. Certo è più facile compilare una novella Appendix Probi e fornire così ai posteri un utilissimo elemento di valutazione del nostro presente.

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Intervento di Incarcato » mer, 18 gen 2006 17:42

Quindi i francesi sono piú provinciali di noi. Ma come, di noi? I piú provinciali per definizione, a sentire la vox populi, che ne ha fatto ormai il proprio crèdo, e per cui ogni occasione è buona per propalarlo?
Strano davvero.

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Re: Sergio Romano sui forestierismi

Intervento di Infarinato » mer, 18 gen 2006 17:54

Io ho commentato la frase…
Mentre i francesi dedicano a questo compito una seduta settimanale dell’Académie, noi abbiamo il timore di apparire troppo nazionalisti, troppo provinciali, se non addirittura un po’ fascisti.
…(veda la risposta d’Incarcato), non altro.
bubu7 ha scritto:Se vogliamo trarre insegnamento dalla Storia, il nostro compito dovrebbe essere quello di aumentare il livello culturale del nostro popolo. In campo linguistico questo significa incentivare lo studio della storia delle lingue e delle forze che le governano, della loro grammatica e delle dinamiche di cambiamento.
Vero… E come si fa? I fondi per attuare il suo «programma», caro Bubu, chi ce l’ha? In Italia, poi… È un circolo vizioso.

Noi ci limitiamo a segnalare l’esistenza (non imponiamo l’adozione -e con che autorità o speranza di successo, poi?) di un buon numero di traducenti italiani (la maggior parte dei quali assolutamente inappariscenti) per molti forestierismi (della maggior parte dei quali non c’è una reale necessità).

Questo è il nostro umile, disinteressato contributo. Lasciamo ad altri la discussione dei «massimi sistemi» (cosa tipicamente italiana, che invariabilmente non porta a nulla: anche questa, caro Bubu, è Storia).

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Re: Sergio Romano sui forestierismi

Intervento di bubu7 » mer, 18 gen 2006 18:50

Infarinato ha scritto: ...Lasciamo ad altri la discussione dei «massimi sistemi» (cosa tipicamente italiana, che invariabilmente non porta a nulla: anche questa, caro Bubu, è Storia).
Galileo non sarebbe stato d'accordo con lei. :wink:
Infarinato ha scritto: ...Noi ci limitiamo a segnalare l’esistenza (non imponiamo l’adozione -e con che autorità o speranza di successo, poi?)
Non ho mai parlato d'imposizione. Non è questo il punto.
Infarinato ha scritto: ...(della maggior parte dei quali non c’è una reale necessità).
Questo è invece uno dei punti. Dobbiamo partire dal presupposto che se un termine viene adottato, una qualche necessità c'è. Ma questo lei lo sa. Davvero pensiamo che il problema sia la mancanza di una lista di traducenti? Non è invece l'incapacità delle persone ad elaborare un traducente? Si tratta di un problema di cultura generale, di conoscenza della lingua. Questo vale sia per la gente comune sia per i nostri governanti.
Infarinato ha scritto: Vero… E come si fa? I fondi per attuare il suo «programma», caro Bubu, chi ce l’ha? In Italia, poi… È un circolo vizioso.
Detto in questo modo diventa sì un circolo vizioso. Invece, la coscienza della vera entità del problema, ci dovrebbe portare ad un cambiamento del nostro atteggiamento verso le questioni di lingua. Per fare questo primo passo non c'è bisogno di fondi ma di studi.

Rispondo per ultimo ad Incarcato, al quale non sono riuscito a far cogliere il senso delle mie affermazioni.
I francesi non sono più provinciali di noi. Affrontare il problema della diffusione della conoscenza della propria lingua non è un atteggiamento provinciale. Cercare di risolvere il problema proponendo una lista di traducenti, mi sembra un intervenire in maniera superficiale senza rendersi conto delle vere cause del fenomeno. In questo tipo di azione, (chiunque l'adotti) è riscontrabile del provincialismo.
Per quanto ci riguarda, non ponendoci a livello di governanti il problema, direi che il tipo di provincialismo dei francesi sarebbe già un bel progresso. :)

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Re: Sergio Romano sui forestierismi

Intervento di Infarinato » mer, 18 gen 2006 19:00

bubu7 ha scritto:…Invece, la coscienza della vera entità del problema, ci dovrebbe portare ad un cambiamento del nostro atteggiamento verso le questioni di lingua. Per fare questo primo passo non c'è bisogno di fondi ma di studi.
E questi studi chi li finanzia? Chi finanzia l’opera di sensibilizzazione vòlta a far sentir la necessità/opportunità di tali studi?
bubu7 ha scritto:Cercare di risolvere il problema proponendo una lista di traducenti, mi sembra un intervenire in maniera superficiale senza rendersi conto delle vere cause del fenomeno.
È questa la ragione di tanto fraintendimento, caro Bubu! Da una parte, Lei ci attribuisce un proposito che non è il nostro; dall’altra, ci crede tanto sciocchi da non capire che ci vuole ben altro per «risolvere (se mai è possibile) il Problema». Né l’una né l’altra cosa: noi facciamo solo opera divulgativa (lege: «informativa»).

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Intervento di Incarcato » mer, 18 gen 2006 19:10

La ringrazio, avevo capito il senso delle sue affermazioni.

Bubu7 dixit:
I francesi non sono più provinciali di noi.

Volevo ben dire!

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[FT] «Massimi sistemi»

Intervento di Infarinato » mer, 18 gen 2006 19:11

P.S.
bubu7 ha scritto:
Infarinato ha scritto: ...Lasciamo ad altri la discussione dei «massimi sistemi» (cosa tipicamente italiana, che invariabilmente non porta a nulla: anche questa, caro Bubu, è Storia).
Galileo non sarebbe stato d'accordo con lei. :wink:
Galileo «dialogava» dei massimi sistemi senza virgolette. ;)

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Intervento di miku » mer, 18 gen 2006 19:46

Tutti i luoghi sono provincia; il mondo è un luogo; tutto il mondo è provincia :lol:

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Re: Sergio Romano sui forestierismi

Intervento di bubu7 » gio, 19 gen 2006 11:02

Infarinato ha scritto: ... Da una parte, Lei ci attribuisce un proposito che non è il nostro; dall’altra, ci crede tanto sciocchi da non capire che ci vuole ben altro per «risolvere (se mai è possibile) il Problema». Né l’una né l’altra cosa: noi facciamo solo opera divulgativa (lege: «informativa»).
Non drammatizziamo il dialogo, caro Infarinato. Si possono sostenere punti di vista diversi senza essere sciocchi. Forse bisognosi di qualche approfondimento storico (erano questi gli studi di cui parlavo) sì. Non è comunque il suo caso, persona di cui apprezzo la preparazione e l’intelligenza.
Si è mai chiesto perché studiosi, per cui condividiamo la stima, e istituzioni, come l’Accademia della Crusca, impegnata in una meritoria opera di divulgazione, non propongono una lista come la nostra?
Forse perché non gli è mai venuto in mente?
Per mancanza di tempo o di fondi?

P.s.
Lascio perdere la sua puntualizzazione sulle virgolette relative ai massimi sistemi. Mi sembra poco produttiva. Prima o poi forse si renderà conto che le mie osservazioni non hanno un fine polemico o di competizione dialettica, ma sono volte al raggiungimento di una maggiore comprensione del problema. Per gli amanti della conoscenza ogni obiezione alla proprie convinzioni è preziosa. Essa fornisce un appiglio per migliorare sé stessi.

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Re: Sergio Romano sui forestierismi

Intervento di Infarinato » gio, 19 gen 2006 11:35

bubu7 ha scritto:
Infarinato ha scritto: ... Da una parte, Lei ci attribuisce un proposito che non è il nostro; dall’altra, ci crede tanto sciocchi da non capire che ci vuole ben altro per «risolvere (se mai è possibile) il Problema». Né l’una né l’altra cosa: noi facciamo solo opera divulgativa (lege: «informativa»).
Non drammatizziamo il dialogo, caro Infarinato. Si possono sostenere punti di vista diversi senza essere sciocchi.
Io non drammatizzo, caro Bubu (…e «sciocchi» valeva «ingenui», nulla piú), ma mi preme far capire a Lei (e a tutti i nostri venticinque lettori) l’idea che sta dietro a questa lista, che (1) non è in contraddizione con un programma piú ampio come quello da Lei (e anche da me!) auspicato e (2) non vuole essere la «soluzione» a un bel nulla, ma solo uno strumento per coloro i quali si chiedano se mai esista una parola italiana per un certo forestierismo e desiderino usarla.
bubu7 ha scritto:Si è mai chiesto perché studiosi, per cui condividiamo la stima, e istituzioni, come l’Accademia della Crusca, impegnata in una meritoria opera di divulgazione, non propongono una lista come la nostra?
Questo bisognerebbe forse chiederlo all’Accademia (i cui fondi -lo abbiamo potuto tristemente costatare tutti di recente- sono tutt’altro che illimitati), visto che invece la [non meno prestigiosa] accademia consorella transalpina dedica a un compito simile una delle sue sedute settimanali…

E infatti l’Accademia della Crusca non era e non è aliena all’idea.

Certo, se esistesse un vero «servizio terminologico»/«consultorio neologico» dell’Accademia della Crusca, che comunicasse in via ufficiale i suoi risultati al governo e tale che le sue proposte venissero adottate [perlomeno] nei documenti ufficiali e dalla pubblica amministrazione, tutto ciò sarebbe molto meglio di qualsiasi lista compilata da un gruppo di volontari (per quanto non del tutto incompetenti).

Ma [per ora] non c’è
bubu7 ha scritto:P.s.
Lascio perdere la sua puntualizzazione sulle virgolette relative ai massimi sistemi. Mi sembra poco produttiva.
Non meno produttiva della sua puntualizzazione su Galileo… ;) Lei non ha saputo resistere alla tentazione di replicare: beh, nemmeno io! :D

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Sergio Romano sui forestierismi (II)

Intervento di bubu7 » mer, 25 gen 2006 10:41

Dal Corriere della Sera di oggi, rubrica Lettere al Corriere.
Francesi e italiani: un problema di ambizione

Ho appena letto la sua risposta «Le parole straniere e l'italiano: un "barbaro dominio"», che, in tutta franchezza, mi soddisfa solo in parte. Sono diventato infatti insofferente sia nei confronti di chi abusa delle parole straniere, sia di chi non le sopporta e le considera un grosso problema. Vorrei semplicemente precisare che non siamo francesi e che non abbiamo quindi l'assillante problema - direi ossessivo, in base a quello che vedo e ascolto sui media francesi - della difesa della nostra lingua. Né l'italiano può essere paragonato all'inglese che è entrato per motivi pratici nell'uso di buona parte del mondo, nemici degli inglesi compresi. Ricordo di avere notato una pubblicità del Göthe Institut con all'incirca questo testo: «Zürst das Englisch, dann das Deutsch» (Prima l'inglese, ma poi il tedesco) che riconosceva, a mio avviso, la superiorità dell'inglese su qualsiasi altra lingua. Del resto l'efficacia e la praticità rendono certi termini inglesi e francesi (io sono genovese e il mio dialetto ne ha assorbiti diversi) insostituibili. Uno per tutti, di cui in tutto il mondo oramai si abusa: ok!
Nessun problema quindi, secondo me, solo una questione di gusto. L'abuso corrente dell'italiano «cioè» può dimostrare altrettanta ignoranza e cattivo gusto.

Giacomo Traverso

Caro Traverso, credo che le sue considerazioni sull'efficacia delle espressioni straniere contengano molto buon senso genovese. Ma vorrei cogliere l'occasione per fare a mia volta qualche osservazione sulle assillanti preoccupazioni dei francesi per la difesa della loro lingua. È vero. Vi sono circostanze in cui la tenacia impiegata dall'Académie per sostituire una parola inglese, universalmente nota, con un parto della fantasia (logiciel al posto di software, per esempio) può apparire ridicola. Ma è opportuno vedere questo accanimento linguistico nel quadro più largo di un sentimento che può definirsi ambizione nazionale. La Francia è orgogliosa del suo passato, rivendica la sua identità e la sua originalità, rifiuta di fare il secondo violino in una orchestra continuamente diretta dagli Stati Uniti. Se si applicasse esclusivamente ai problemi di vocabolario, questa ambizione ricorderebbe quei cenacoli di eruditi locali in cui si parla soltanto di storia patria. Ma la Francia ambiziosa è stata negli ultimi cinquanta anni un Paese straordinariamente dinamico. Ha realizzato uno dei primi sistemi di televisione a colori, il Secam. Ha costruito una rete di centrali nucleari che la mette al riparo dal ricatto delle potenze energetiche. Ha il più rapido e avanzato dei sistemi ferroviari. Ha linee aeree che raggiungono tutti i continenti. Ha creato con il Minitel, prima di Internet, una rete urbana di comunicazione integrata per informazioni, prenotazioni, acquisti. Ha dato un contributo fondamentale alla nascita di una industria aeronautica europea, capace di sfidare con successo l'egemonia americana. Ha costruito con la Gran Bretagna il tunnel sotto la Manica. Ha convinto i suoi partner europei a fare una coraggiosa politica spaziale e a lanciare il sistema di navigazione satellitare Galileo, ispirato da François Mitterrand negli anni in cui era presidente della Repubblica. Accanto a queste imprese della scienza e della tecnologia, la Francia ha concepito alcune importanti iniziative culturali: una rete di case della cultura e teatri popolari che copre l'intero territorio nazionale, la nuova Biblioteca nazionale di Parigi, l'ampliamento del Louvre. Il suo ultimo grande progetto, lanciato con la Germania, è un motore di ricerca europeo (Quaero) deciso a contrastare l'oligopolio americano di Google e Yahoo. Vuole un elenco, caro Traverso, di alcuni record realizzati dall'Italia nello stesso periodo? Avevamo una industria aeronautica e siamo diventati subappaltatori degli americani. Avevamo una avanzata tecnologia nucleare e l'abbiamo uccisa nella culla. Avevamo una industria elettronica e l'abbiamo sostituita con una alluvione di telefonini costruiti altrove. Avevamo una linea aerea che ci portava ovunque e siamo costretti a passare da Francoforte, Parigi o Madrid per andare in Cina o in America Latina. Mentre la Francia realizzava le sue grandi infrastrutture noi continuavano ad accapigliarci sulle barriere veneziane del Mose, sulle varianti di valico, sulle pedemontane e naturalmente sui treni ad alta velocità. Mentre la Francia realizzava il Grande Louvre noi non riuscivamo nemmeno a ottenere che il Circolo delle Forze Armate uscisse da Palazzo Barberini per consentire a Roma di avere finalmente una grande Galleria nazionale. Mentre i francesi hanno una ambizione nazionale, noi abbiamo una sola ambizione: quella del particulare.
Sergio Romano

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