Iniziare una frase con una relativa

Spazio di discussione su questioni di carattere sintattico

Moderatore: Cruscanti

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Andrea Russo
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Iniziare una frase con una relativa

Intervento di Andrea Russo »

Si tratta di un costrutto che ultimamente trovo spesso: giusto ieri in un manuale di sintassi appunto (di Nunzio La Fauci, per chi lo conoscesse), e oggi nella presentazione del DOP letta da Bruno Migliorini (tralascio qui i commenti sulla lettura di Migliorini, che pare Mussolini in uno dei suoi discorsi più accesi!): «Ma la scrittura non è se non uno specchio in cui si riflette la nostra pronunzia. La quale ha pure i suoi dubbi e i suoi problemi [...]».
Ora, quale necessità c'era di mettere il punto fermo e iniziare una nuova frase con la relativa, che riprendendo l'antecedente «la nostra pronunzia» è strettamente collegata alla frase che precede? Son d'accordo che la frase introdotta da «La quale» è piuttosto lunga, ma a quel punto avrei diviso in modo diverso tutta la proposizione.

Mi pare che sia un fenomeno piuttosto recente, ma se erro correggetemi! A ogni modo, stilisticamente ed esteticamente non è che m'appassioni granché.
Qualcuno di voi usa questo tipo di costruzioni? O son solo io a non utilizzarlo?


Il collegamento è questo:
http://www.dizionario.rai.it/static.asp ... D=347&pg=2

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

È una raffinatezza stilistica, di certo non recente (Migliorini era anche un grande stilista). In proposito posso offrire quanto scrive la GGIC (vol. I, IX.1.1.3., p. 448, grassetto mio):

Accanto a tale costruzione c’è un’altra costruzione stilisticamente molto marcata, propria di stili scritti ricercati e letterari, in cui la frase relativa può trovarsi separata dal suo antecedente nominale, e persino appartenere ad una frase diversa da quella che contiene l’antecedente. Si tratta della costruzione ‘giustapposta’. Si veda ad es.:

(7) Non ha mai detto che i suoi parenti dovrebbero essere invitati. Senza i quali per altro non si azzarderebbe a venire al ricevimento.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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Ferdinand Bardamu
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Intervento di Ferdinand Bardamu »

Si tratta di un uso della punteggiatura oggi molto in voga presso alcuni giornalisti, per necessità di messa in rilievo o per spezzare il ritmo del periodo. L'uso del pronome relativo a inizio di periodo è illustre e affonda le sue radici nel nesso relativo latino (si veda qui).

Anticamente il suo impiego era assai diffuso, tant'è che vi hanno fatto ampio ricorso, per citare i piú famosi, Boccaccio, Bembo, Galileo e Leopardi.

A un quesito analogo al suo la Crusca ha dedicato una scheda.

Andrea Russo
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Iscritto in data: dom, 23 ott 2011 22:37

Intervento di Andrea Russo »

Vi ringrazio molto delle risposte, e dei collegamenti. :wink:

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

Ho riascoltato la registrazione di Migliorini, di cui non avevo piú memoria (e ringrazio Andrea Russo del collegamento). Mi ha commosso fino alle lacrime. Non solo perché, pur essendo veneto, è uno dei pochi ad aver assunto la pronuncia tipo (avete notato le cogeminazioni e le ‘s’ sorde intervocaliche?), ma soprattutto perché è una lezione per tutti i linguisti e lessicografi di oggi: tutto va esaminato criticamente, non si registra qualsiasi uso in circolazione. Sento nostalgia del tempo dei grandi Maestri, principalmente Migliorini e Castellani. :(
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

Lizard
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Intervento di Lizard »

Riapro questo filone per un dubbio sorto leggendo le prime pagine dei giornali in rete.
"Il Fatto Quotidiano", apre con:

Duro attacco dell'imprenditore all'ad di Fiat. Che ieri si era scagliato contro l'amico Montezemolo

È l'uso della relativa dopo il punto fermo che mi ha fatto storcere il naso; poi, cercando, ho trovato le risposte date qui sopra, sebbene il collegamento alla scheda della Crusca non sia più attivo (pagina non trovata).

A parte questo, non riesco a riconoscere in una fonte simile quale è una pagina di giornale in rete (ma nemmeno cartacea, qualunque testata essa sia), una costruzione stilisticamente ricercata.

Ho solo io questa impressione?

domna charola
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Intervento di domna charola »

Sta entrando nell'uso giornalistico - come diceva sopra Ferdinand Bardamu, quindi in un uso non ricercato. Ma efficace.

Ecco, l'ho usato anch'io senza accorgermene, perché sto scrivendo "come parlo", di getto. E lì, se dovessi fare "lettura espressiva", metterei una pausa piuttosto forte, per sottolineare quel concetto.

Il titolo di un articolo deve, per forza di cose, essere breve, e deve essere incisivo, attirare l'attenzione.

"Duro attacco a tizio, che si era scagliato" è regolare, ma banalotto, piatto. E' il testo di una narrazione, di un racconto che contiuna, fluido.

"Duro attacco a tizio. Il quale a sua volta si era scaglaito" fissa invece un dato di fatto:
"tizio è attaccato"
e poi rilancia, sottolineando che però tizio non è del tutto innocente, qualcosa prima aveva fatto...
insomma, si sta dando, con un semplice punto - ovvero uno spazio minimo sulla riga - tutta una serie di sfumature che il lettore istintivamente coglie, proprio perché a sua volta legge la pagina del quotidiano non come "alta letteratura" bensì come notizia detta a voce, o quasi, come annuncio del telegiornale, insomma.

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Ferdinand Bardamu
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Intervento di Ferdinand Bardamu »

domna charola ha scritto:Sta entrando nell'uso giornalistico - come diceva sopra Ferdinand Bardamu, quindi in un uso non ricercato. Ma efficace.
Indipendentemente dalla persona che lo adotta — giornalista o letterato —, il costrutto è in realtà davvero «ricercato e letterario», perché, come dice la GGIC nel passo riportato da Marco sopra, è «stilisticamente molto marcat[o]», e spezza il normale, prevedibile fluire della frase. Che poi in àmbito giornalistico se ne abusi1, finendo per ismorzarne l’efficacia, è un altro discorso.

__________
1 Mi viene in mente l’insoffribile periodare di un noto sociologo di carbonio purissimo, che è solito spezzare il discorso in un pulviscolo di microperiodi.

domna charola
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Intervento di domna charola »

Sicuramente se ne abusa.
Però, a quel punto viene a delinearsi un nuovo ambito di uso del costrutto, legato al livello più basso della scrittura.

Il che non significa approvarlo, bensì prendere atto del fatto.

Quando un costrutto diviene frequente in una categoria di testi scritti, di fatto si sta fissando una qualche mutazione della lingua, legata ai tempi.

Magari fra 500 anni qualche linguista citerà un frammento di un misterioso "Corriere della Sera" in cui questo "costrutto arcaico, relativo a un livello basso, quasi colloquiale della lingua scritta, usato in testi effimeri e di rapida fruizione" appare come esempio di un modo di scrivere convenzional-giornalistico di basso registro, ormai superato... :wink:

Avatara utente
Ferdinand Bardamu
Moderatore
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Intervento di Ferdinand Bardamu »

Non ho informazioni sufficienti per dare una risposta certa. Secondo la mia personale esperienza, la relativa isolata in un periodo non è in realtà cosí frequente nel linguaggio giornalistico: non è la norma. Si trova spesso in testi scritti da giornalisti che vogliono, o vorrebbero, dare al loro discorso un taglio brillante. L’abuso di cui parlavo è, a mio parere, piú un uso a sproposito che un uso smodato (tranne che per il succitato sociologo adamantino, nella prosa del quale i due fenomeni si verificano contemporaneamente).

Lizard
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Iscritto in data: ven, 01 ago 2014 7:58

Intervento di Lizard »

E' proprio questa, a parer mio, la questione.
Il giornalista avrà volutamente ricercare un taglio brillante al suo articolo, o sarà incappato in un costrutto non così elevato?
Diffido molto, moltissimo, dell'italiano in rete, specialmente proprio di quello giornalistico.

domna charola
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Iscritto in data: ven, 13 apr 2012 9:09

Intervento di domna charola »

Secondo me è un costrutto elevato che si sta abbassando via via che troppi vogliono fare gli scrittori "brillanti". :twisted:

Avatara utente
Ferdinand Bardamu
Moderatore
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Iscritto in data: mer, 21 ott 2009 14:25
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Intervento di Ferdinand Bardamu »

Occorre fare una precisazione riguardo al linguaggio giornalistico. È vero che lo stile dei giornali comprende frasi nominali e brachilogie, e mostra una tendenza a fare largo uso del punto fermo, anche «invade[ndo] il campo di altri segni, come il punto e virgola, i due punti, la virgola» (Luca Serianni, Italiano, Milano, «Garzanti», 2000, § I. 208). L’isolamento della relativa (sempre esplicativa!) dall’antecedente in un periodo diverso è un esempio di questa invasione.

Mi correggo, allora, e do ragione a Domna Charola: la sovrabbondanza di punti fermi, usati a vanvera e come mero vezzo stilistico vòlto a ottenere effetti retorici a buon mercato, non può esser confusa con l’uso meditato del costrutto di cui parliamo. La letterarietà della relativa isolata tra due punti è del tutto obliterata in certi testi dal ritmo singhiozzante.

domna charola
Interventi: 1075
Iscritto in data: ven, 13 apr 2012 9:09

Intervento di domna charola »

Letto il testo del collegamento. Soprattutto le citazioni di testi del sociologo di massima durezza. Perplessa.... oooops.... :shock: è contagioso!!!!

Leggendo i testi così frammentati dal punto fermo, ritrovo in gran parte i "segni" che porrei se dovessi prepararlo per una lettura espressiva a voce alta: le pause importanti, le chiusure da cui ripartire, dopo quell'attimo in cui valuto la reazione del pubblico.

E' insomma un linguaggio che si adatta a una lettura "elementare", a voce alta, anche da parte dell'utente medio, quello insomma che è ancora fermo a una "lettura sillabata".
Per il sociologo in questione è deliberatamente una scelta stilistica, però credo che essa stia prendendo piede in molti campi perché riflette la comprensione media dei testi scritti - ohimé - da parte della gran maggioranza degli italiani.

Mi occupo da oltre vent'anni di divulgazione, e tutte le volte, quando si tratta di mettere mano a testi scritti, incappo nella richiesta di "essere semplice", di scrivere frasi brevi "altrimenti non si capisce". Spesso un paio di subordinate gettano già nel panico, e il mio modo di scrivere è giudicato "troppo complesso".
Ultimamente, ho aggirato l'ostacolo - si trattava di alcuni pannelli turistici da posizionare sul territorio, con anche il testo tradotto in inglese - scrivendo direttamente in inglese :( , e poi traducendo il risultato in italiano.
Per quanto conosca infatti quella lingua, la mia capacità di arzigogolare subordinate con essa è veramente minima; e quindi sono riuscita a "costringermi" a scrivere in un italiano "elementare" come mi veniva richiesto.

Rileggendo quei testi, soffro.
Però ho accettato la cosa, perché ormai ho fatto larga esperienza di amici con cui mi capita di visitare musei e rovine assortite, che si arrendono davanti ai pannelli esplicativi, dopo aver riletto più volte una frase che in italiano sarebbe normale; iniziano con "non riesco a capire cosa vuol dire", quindi tentano di scomporla, poi abbandonano il campo " Niente da fare, è troppo complessa".
Le prime volte ero sconcertata. Ora mi sono abituata a leggere loro ad alta voce il testo, scandendo e separando le singole frasi.

Purtroppo, siamo messi così.
Gli italiani non leggono i libri perché non sanno leggere. E di fronte a mezzi di comunicazione più semplici, non tentano più nemmeno di imparare.

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